La guerra di Putin alle Vpn finisce in un cortocircuito

Il Cremlino non riesce a limitare gli strumenti per eludere la censura, così ripiega su un’app statale

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Da quando la Russia ha intensificato il blocco di internet, prima vietando YouTube, Facebook, Instagram, WhatsApp e infine Telegram, i russi sono corsi ai ripari istallando in massa le reti virtuali private (Vpn), strumenti che reindirizzano il traffico internet attraverso server stranieri e aiutano a eludere le restrizioni. Negli ultimi mesi, la domanda di Vpn in Russia è aumentata vertiginosamente raggiungendo anche le autorità statali, che hanno sentito la necessità di continuare a utilizzare Telegram, ormai fondamentale per i propagandisti di stato, per le loro comunicazioni ufficiali: “qualcuno” utilizza le Vpn per aggirare le restrizioni e gestire il proprio canale, aveva confessato il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov in una conferenza stampa. L’insofferenza dei russi ha persino spinto Vladimir Putin a esporsi, affermando di non poter fare a meno di “prestare attenzione”, e chiedendo alle forze dell’ordine di dimostrare di “tutelare gli interessi vitali dei cittadini”. Eppure la repressione digitale è continuata. Nonostante circa 60 milioni di russi  conoscano le Vpn e circa il 40 per cento degli utenti ne faccia uso, il Cremlino ha continuato a portare avanti i suoi progetti per limitare sempre di più l’utilizzo di questi strumenti.
A fine marzo, il ministro dello Sviluppo digitale Maksut Shadayev ha convocato una riunione con gli operatori di telefonia mobile e le piattaforme digitali, chiedendo loro di adottare misure contro le Vpn. Il ministero aveva inizialmente chiesto loro di addebitare un costo ai clienti che superavano i 15 gigabyte di traffico dati internazionale al mese a partire dal primo maggio, ma la scadenza è stata prima posticipata, poi rinviata a causa di difficoltà nel monitoraggio del loro utilizzo e nel relativo pagamento. Anche il Servizio federale di sicurezza russo (Fsb), che da gennaio ha il potere di ordinare l’interruzione delle telecomunicazioni senza preavviso e a tempo indeterminato, ha ordinato alle aziende di telecomunicazioni di impedire ai loro clienti l’uso delle Vpn e ha chiesto alle banche che operano in Russia di installare software che gli permetteranno di avere accesso ai dati e ai messaggi delle loro applicazioni. Ma l’insoddisfazione dei russi verso i blackout di internet, anche di chi sostiene l’“operazione militare speciale” in Ucraina, ha costretto Mosca a fare alcuni passi indietro: il governo russo ha rinviato i piani per l’introduzione di tariffe per gli utenti di internet che utilizzano le Vpn e anzi, secondo quanto riportato da  The Bell, che cita fonti di due aziende invitate a incontrare la Roskomnadzor, l’autorità federale russa per la regolamentazione dei media, negli scorsi giorni sarebbe stata prevista la creazione di una “Vpn statale” unificata per gli sviluppatori di software russi, a seguito delle loro lamentele.
Dopo aver limitato l’accesso a oltre quattrocento Vpn e richiesto la rimozione di diverse app dall’app store russo, in un tentativo di limitazione che non è riuscito neanche al Great Firewall cinese (la censura digitale di Pechino), il Cremlino si è reso conto che la rimozione totale delle Vpn è impossibile, così ha ripiegato sulla creazione di un sistema statale.  A cui però è possibile che i russi non aderiranno come sperato da Mosca, come è già accaduto con l’app statale Max: la Russia si posiziona al secondo posto a livello globale per utilizzo delle Vpn, con circa il 37,6 per cento degli utenti internet che ne fa uso, e le stesse fonti di The Bell hanno già espresso preoccupazione: “Sarà ancora più facile isolare i russi dagli strumenti di sviluppo internazionale se tutti utilizzeranno la stessa Vpn. Mentre l’intero paese si trova a dover fare i conti con un servizio internet degradato, si creerebbe una categoria privilegiata di utenti con accesso illimitato. E chi deciderebbe chi ne ha diritto?”, ha detto la fonte anonima alla testata indipendente. Il giornalista russo Andrei Zakharov, in un editoriale sul New York Times, ha spiegato perché i russi hanno preso così sul personale il blocco di Telegram: “Essere tagliati fuori sia da Telegram che da WhatsApp sembra aver infranto il patto sociale che la popolazione aveva stretto con il regime di Putin molti anni fa: finché il popolo si fosse tenuto fuori dalla politica, il Cremlino si sarebbe tenuto fuori dalla vita privata dei cittadini. Molti in Russia consideravano questo accordo come un modo per ottenere un certo grado di benessere materiale in cambio della loro lealtà politica”. Il Cremlino ha rotto questo patto: “Solo un nonno come il signor Putin non poteva capire che, distruggendo ciò che restava di un internet relativamente libero, stava distruggendo uno dei fondamenti cardine del suo stesso potere”.