Il medio oriente è pronto per la guerra a singhiozzo

La regione è predisposta per un conflitto che si ferma e riparte, in una gara lunghissima a chi si stancherà per primo. Quanto può durare la pressione fra Washington e Teheran

10 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 18:47
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L’accordo con la Repubblica islamica dell’Iran non è più “vicino” e il presidente americano Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero presto colpire le centrali elettriche iraniane e i ponti. I combattimenti attivi sono tornati, le minacce di Trump fanno da sfondo a una situazione a cui il medio oriente si sta abituando: la guerra continuerà a singhiozzo, il lunghissimo cessate il fuoco proclamato da Trump più di quaranta giorni fa e costantemente rinnovato verrà intervallato da attacchi, bombe e minacce continue. La Cnn aveva contato con diligenza quante volte il presidente americano aveva annunciato che l’accordo con gli iraniani fosse vicino. Ne era uscito un numero alto, quasi pari ai giorni di cessate il fuoco in vigore: Trump ha annunciato che un accordo fosse questione di poco tempo almeno trentasette volte. Prima di dire di essere sul punto di ordinare nuovi attacchi “molto forti” contro l’Iran, il presidente americano aveva però rilasciato un’intervista all’Abc in cui, parlando del futuro politico del suo alleato Benjamin Netanyahu ed esprimendo i dubbi su possibili nuovi successi elettorali del leader del Likud aveva detto: “Netanyahu è un premier di guerra e presto in un modo o nell’altro la guerra la vinceremo”. Il presidente americano voleva dire che un leader di guerra non funziona in tempi di pace e ancora una volta si è esposto, indicando che il conflitto finirà presto.
Sul campo sta accadendo il contrario e il medio oriente si prepara a un periodo lungo di ripresa di combattimenti continui, in cui varie forme di negoziato proseguono sotto traccia. Questa settimana, la Repubblica islamica ha colpito Israele come ritorsione per i bombardamenti di Tsahal a Beirut, contro Hezbollah. Gli attacchi fra Iran e Israele sono durati qualche ora, fino al primo pomeriggio di lunedì. 
Durante la notte, gli iraniani hanno poi abbattuto un elicottero americano Apache, gli Stati Uniti hanno risposto e sono seguite ore di attacchi di rappresaglia. Stranamente la leadership iraniana ha presentato l’abbattimento dell’Apache come un incidente e gli americani hanno fatto sapere di aver risposto in modo moderato. Dopo i colpi degli Stati Uniti, Teheran ha lanciato la sua di rappresaglia, colpendo il Kuwait, il Bahrein e la Giordania, che finora era rimasta fuori dalla traiettoria dei droni che la Repubblica islamica ha lanciato contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Teheran ha l’obiettivo dichiarato di far sentire ai paesi del medio oriente che l’alleanza con Washington è costosa e pericolosa, vuole che facciano pressione sugli americani, che caccino le loro basi e questo tentativo finora, nonostante i droni, la distruzione, le vittime, i problemi economici, non ha però portato nessuno nella regione a prendere una chiara posizione contro Washington. Teheran ha fatto sapere che i paesi del Golfo hanno la “responsabilità morale” di impedire gli attacchi americani e israeliani. Colpire il Golfo per far male a Washington è una strategia che Teheran usa dall’inizio della guerra.
Trump ha trascorso la giornata a parlare dell’occasione perduta dagli iraniani, che hanno sabotato l’accordo quando ormai era sul tavolo, pronto per la firma: “Eravamo davvero vicini a un accordo, ma loro continuano a prenderci in giro, continuano a prenderci per fessi”. Gli iraniani hanno risposto: “Ogni volta che Trump parla, l’Iran risponde con maggiore fermezza, e continuerà. Le nostre risposte stanno diventando più energiche, più potenti e più aggressive. Non ci sottometteremo mai a quella che definiamo l’arroganza globale di Trump e Netanyahu. Gli Stati Uniti non sono più la superpotenza di un tempo. Il mondo ha assistito alla forza dell’Iran”.
La presenza americana in medio oriente, dall’inizio del cessate il fuoco, non è mai diminuita. Le basi nei paesi del Golfo sono a pieno regime e in Israele, l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è talmente pieno di mezzi militari americani da creare disagio al normale funzionamento dei voli e alle compagnie aeree. L’idea che il conflitto possa andare avanti a lungo, smettere e riprendere, infiammarsi e sfiammarsi, sembra ben radicata nella regione. Non ci sono cenni di cedimento, nonostante i trentasette annunci di accordo di Trump gli Stati Uniti non si sono mossi. La sfida continua a essere una pressione continua, sperando che sia l’altro a stancarsi per primo. In Israele alcuni analisti ritengono che sia tutto calcolato: si va avanti a colpire per il tempo necessario, non può che essere l’Iran in bancarotta a stancarsi per primo.