Esteri
La proposta •
È sostenibile un’incursione per portare via le scorte di uranio dell’Iran?
Yoav Gallant ha proposto di sequestrare fisicamente il metallo del regime per far perdere a Teheran il cuore del proprio potenziale nucleare. Operazione molto rischiosa, ma, dice l'ex ministro della Difesa israeliano, “varrebbe la pena pagarne il prezzo, per non pagarne uno ancora più elevato". Provocazioni, piani e dubbi
9 GIU 26

Foto Ansa
Tel Aviv. Il punto principale attorno al quale ruota il negoziato fra Washington e Teheran è l’uranio arricchito presente in Iran. Per tanto, una delle soluzioni più efficaci per neutralizzare il ricatto iraniano, consisterebbe nella possibilità di poter rimuovere l’uranio fisicamente, e in modo definitivo. Lo ha dichiarato ieri l’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, in un’intervista rilasciata alla Radio militare israeliana, all’indomani della nuova ondata di attacchi missilistici provenienti dall’Iran. Per anni Israele e Stati Uniti hanno discusso della possibilità di bombardare siti come Natanz, Fordo o Isfahan. Il problema è che oggi una parte significativa del programma nucleare iraniano è dispersa e, in alcuni casi, assemblata in profondità sotto montagne o strutture fortificate.
Gallant, dunque, sostiene che anche bombardamenti ad hoc potrebbero ritardare il programma nucleare iraniano senza, tuttavia, eliminarlo definitivamente. Invece, se l’uranio venisse fisicamente sequestrato o trasferito fuori dall’Iran, Teheran perderebbe immediatamente il cuore del proprio potenziale nucleare. Si tratterebbe di un’operazione estremamente rischiosa, ma “varrebbe la pena pagarne il prezzo, per non pagarne uno ancora più elevato e, soprattutto, scongiurare un rischio esistenziale. Lo dico con la consapevolezza con cui, nel corso della mia lunga carriera militare, non ho mai mandato persone in missioni più pericolose di quelle che ho affrontato io stesso”. Nel fare questa proposta, ha anche criticato il primo ministro Benjamin Netanyahu per quella che ha definito una “dimostrazione di debolezza”, sostenendo che Israele sta pagando un prezzo troppo alto, e da troppo tempo.
Come racconta al Foglio Michal Barak, senior researcher dell’Instituto per il controterrorismo presso la Reichman University di Herzliya, eliminare l’uranio fisicamente da un territorio così insidioso come quello iraniano è un’operazione di una tale complessità che non può essere affrontata dall’esercito israeliano da solo, senza il supporto dell’esercito americano. Tuttavia, proprio giovedì scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che un’eventuale operazione militare finalizzata a rimuovere con la forza le scorte di uranio dall’Iran richiederebbe risorse umane ed economiche tutt’altro che scontate: “Arrivarci non è come andare in Venezuela. Bisognerebbe restare sul posto per almeno due settimane e serve una grande quantità di equipaggiamento”. Anche coinvolgendo i due eserciti, rimarrebbero comunque moltissime problematicità nella gestione logistica della reattività nucleare, che implicherebbe la necessità di mettere in sicurezza tutta l’area. Salvo la possibilità di renderla inagibile, operazione che in ogni caso richiederebbe la presenza di un numero significativo di truppe a terra per settimane per settimane.
Aldilà della sostenibilità dell’intervento, come osserva Elad Ben Akhdut Cohen, professore di studi del medio oriente presso l’Università di Bar Ilan e analista strategico per il Canale 14 della televisione israeliana, la proposta di Gallant appare più come una provocazione strategica che come un piano operativo immediatamente realizzabile. Tuttavia, prosegue il docente, questa provocazione solleva una domanda cruciale, perché pone in questione quale sia il vero obiettivo da parte degli alleati coinvolti in questo conflitto: ovvero se ritardare il programma nucleare iraniano o neutralizzarlo definitivamente, rendendo Teheran priva del suo asset più prezioso. “Per realizzare questo, i due eserciti avrebbero dovuto intervenire in modo congiunto a tempo debito, se non agendo direttamente sul territorio, procedendo con azioni aeree mirate durante la fase negoziale, in modo da raggiungere il risultato diplomatico voluto, prima dello scadere dell’ultimatum. Ora la leva negoziale è esternamente ridotta e questo sta permettendo al regime di continuare a costituire una minaccia nucleare su scala globale”.