Nel 1979, quando tutto è cominciato, i titoli di legittimazione dell’Iran erano il ricordo del colpo gobbo contro Mossadeq, per sete angloamericana di petrolio, il regime cheap e poliziesco dell’orrenda Savak di Pahlavi, l’intensità di predicazione e di fede di Ruhollah Khomeini, protetto dai francesi alla periferia di Parigi, il consenso popolare unanime al ritorno del Profeta, la solita alleanza della gauche internazionale politico-mediatica, l’illusione della liberazione presto svanita tra polizia morale e forca. Commercio, spionaggio, repressione, alleanza sociale con il ceto medio del bazar, leadership dell’antisionismo sterminatore, finanziamento e armamento dei proxy, “captatio benevolentiae” della diplomazia americana e occidentale, programma nucleare apparentemente inarrestabile, resistenza all’Iraq di Saddam con il sacrificio dei bambini nella dimenticanza internazionale: tutto questo venne dopo.
Ora sembrava venuto il momento del rendiconto, dopo cicli tormentosi di fascio-islamismo mortifero con la
spietatezza verso il dissenso e la protesta nel mezzo delle sanzioni regolarmente aggirate ma comunque possenti, con la costruzione di una coalizione “abramitica” contro la quale fu lanciato il pogrom del 7 ottobre 2023. Colpi ai siti nucleari, conquista dei cieli di Teheran, campagna aerea congiunta di americani e israeliani, sconfitte progressive di Hamas e di Hezbollah, caduta del regime di Assad. Invece niente. Morto un
Khamenei se ne fa un altro, e il blocco di Hormuz, la minaccia su Bab el Mandeb, i colpi alle petromonarchie del Golfo, il pieno di benzina rincarato, l’intenibilità elettorale e democratica del contro-blocco navale trumpiano, tutto questo ha condotto all’umiliante trafila del negoziato guidato dai cazzari immobiliaristi della Casa Bianca verso un esito che per il regime, incrollabile e rilegittimato, sembra destinato a essere decisamente vittorioso.
Certe cose bisogna dirsele, e per tempo. Se non avviene qualcosa di decisivo, siamo a una brutta svolta della politica mondiale. Tutti sapevano dall’inizio che la caduta del regime era una precondizione per levarsi di torno l’idra rivoluzionaria islamista che ha incendiato il medio oriente e il mondo e minaccia di avanzare oltre il confine già vasto dell’incendio. Tutti sapevano o dovevano sapere che la questione dell’unità dell’occidente era cruciale, che l’Europa, per quanto bistrattata da Trump e dalla sua cricca di narcisisti bellici, e per quanto costretta alla difesa da Putin in Ucraina, era tenuta a un’iniziativa politico-militare di stabilizzazione e di sbocco oltre il regime, in accordo con l’alleanza anti iraniana e con i paesi sunniti. A nessuno era nascosto il fattore cinese, chiave di volta di una resistenza di regime che altrimenti non sarebbe stata possibile. Gli sbruffoni del Pentagono hanno venduto e vendono la pelle dell’orso con una euforizzante, per loro, leggerezza, e alla fine ne pagheremo tutti il prezzo, di questa sbruffoneria.
Un regime indebolito che sopravvive e non solo, che minaccia i vincitori autoproclamati e divide la coalizione a lui avversa, e alla fine ottiene anche la sanzione del Congresso degli Stati Uniti, è non solo un regime rilegittimato ampiamente, malgrado i colpi militari ricevuti, è una nuova e maggiore minaccia politica e strategica. La divisione tra Stati Uniti e Israele è questa: Israele è un paese in guerra esistenziale di autodifesa che sa definire vittoria e sconfitta con un buon grado di approssimazione, gli Stati Uniti sono una potenza lontana, con forti tendenze isolazioniste, con una sudditanza inaudita al fattore consumo ed energia, con una leadership imprevedibile, fatta del carisma clownesco di un capo che finge di avere il comando della situazione ma lascia ai mullah di Teheran tutto lo spazio necessario a negoziare la loro affermazione di fatto. E di principio. Se si chiude così, abbiamo chiuso baracca e burattini per chissà quanti anni. Le democrazie vinsero le guerre persiane del Quinto secolo avanti Cristo, ora accade precisamente l’opposto.