Esteri
Le parti mancanti •
Khamenei manda messaggi da duro, ma guida da invisibile uno stato rivoluzionario in declino
La nuova Guida suprema parla solo attraverso emissari e proclama la sconfitta dell’Occidente. Ma tra economia esausta, inflazione al 70 per cento e società repressa, Teheran mostra più fragilità che forza
5 GIU 26

(foto LaPresse)
Mojtaba Khamenei non è ancora comparso in pubblico, né ha mai fatto sentire la sua voce. A tre mesi dalla sua ascesa al vertice del potere della Repubblica islamica, le notizie che riguardano tanto il suo stato di salute quanto il suo peso effettivo nella catena di comando rimangono contraddittorie. Rispondendo a una domanda sul ruolo che starebbe ricoprendo nel negoziato con Washington, Donald Trump ha risposto che, stando alle informazioni in suo possesso, Mojtaba è molto coinvolto, salvo aggiungere che fisicamente “non se la passa bene” e che crede che abbia “delle parti mancanti”.
Quale che sia la verità nelle ridda di indiscrezioni che lo circondano, ieri mattina la nuova Guida suprema ha parlato, o meglio l’ennesimo messaggio che ha lanciato agli iraniani è stato letto dal leader ad interim della preghiera del venerdì di Teheran, l’hojatoleslam Mohammad Javad Haj Ali Akbari. “Gli Stati Uniti e Israele hanno subìto una sconfitta umiliante”, ha tuonato Akbari per conto di Mojtaba. Dopo la disfatta – ha proseguito mettendo in guardia la popolazione – tentano di porre rimedio al fallimento con una guerra ibrida che mira a indebolire la coesione sociale e a seminare la discordia tra i dirigenti. Il discorso ricalca alcune delle argomentazioni comparse in un editoriale del beit, l’ufficio di Khamenei, secondo cui dalla guerra è nato un nuove ordine mediorientale, uno in cui la Repubblica islamica e il suo asse della resistenza potranno dettare le regole. L’America è in un vicolo cieco, non vuole offrire concessioni significative, ma non è più in grado di raggiungere i suoi obiettivi attraverso la prosecuzione del conflitto. In altre parole, gli Stati Uniti hanno bruciato l’opzione militare contro la Repubblica islamica e hanno perso la loro principale leva di pressione. E’ in parte la tesi che sposano Vali Nasr e Narges Bajoghli sull’ultimo numero di Foreign Affairs, l’idea che la guerra, invece di assestare un colpo di grazia a un regime moribondo, abbia finito con il dare alla luce una nuova incarnazione della Repubblica islamica, un’incarnazione che potrebbe influenzare il corso della geopolitica per anni. Perché se da un lato gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere ancora pronti a esercitare la forza, Teheran, dall’altro, nonostante l’asimmetria della sua capacità offensiva, è stata in grado di imporre costi altrettanto salati. L’America ha indebolito l’Iran materialmente, ma Teheran ha una soglia di tolleranza assai più alta per la sofferenza e il solo fatto di resistere ha messo in luce la vulnerabilità statunitense.
Ciò detto, a dispetto della retorica della vittoria, della ricchezza delle sue risorse e della centralità strategica della sua posizione geografica, Teheran non è una potenza emergente, ma uno stato rivoluzionario in declino, con una base ideologica ristretta, una popolazione infelice, un’economia esausta (l’inflazione a maggio ha raggiunto il 70 per cento) e una leadership che come sottolinea l’analista Kian Tajbakhsh può solo giocare il ruolo del pesce grande dentro a un piccolo stagno, perché come pesce piccolo in mare aperto non sarebbe capace di misurarsi con il mondo.
Molte variabili a partire dal prezzo del petrolio, alle riserve di valuta estera, al network di supporto finanziario dei “fiduciari”, alla coesione delle forze di sicurezza, alla furia di una popolazione tramortita dalla repressione e dalla crisi economica rischiano di deflagrare in tempi diversi oppure di allinearsi dentro a una tempesta perfetta.
