Esteri
Trumpiani divisi •
I Maga s’azzannano tra di loro, chi è anti Israele, chi è pro Russia e chi persegue vendette personali
I supporter del presidente non si dividono più solo su Epstein, ma su Iran, Israele, Ucraina, Putin e Taiwan. Per ora è una guerra da social e Congresso, ma potrebbe diventare un problema elettorale
5 GIU 26

Foto LaPresse
La rivolta dentro al mondo Maga, la coalizione di fedelissimi trumpiani che gli hanno sempre perdonato quasi tutto, va dalle teorie del complotto in salsa filorussa e antisemita – tipo che è stato il Mossad ad ammazzare Charlie Kirk, il giovane fondatore di Turning Point Usa – ai voti al Congresso assieme ai democratici per sottoporre all’Aula i poteri di guerra del presidente Donald Trump. Da mesi si cerca di capire quanto siano profonde queste linee di frattura, e per profonde si intende: che arrivino fino a condizionare le scelte degli elettori, perché finché resta una questione di influencer o di deputati solitari, le cose non cambiano granché – semmai Trump può fustigare gli infedeli con nuove punizioni e vendette, scoraggiando chi è tentato di unirsi alla rivolta.
Dei quattro deputati che mercoledì hanno votato con i democratici, due (Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Tom Barrett del Michigan) sono repubblicani più tradizionali provenienti da distretti competitivi in cui il sostegno alla guerra potrebbe essere un problema alle elezioni di metà mandato; gli altri due (Warren Davidson dell’Ohio e Thomas Massie del Kentucky) sono conservatori libertari contrari al coinvolgimento americano nelle guerre all’estero. Si tratta di un voto poco più che simbolico, perché l’iter legislativo è lungo e naturalmente il presidente ha il potere di veto, ma è comunque un segnale perché finora i tentativi del Congresso di dare un senso alla guerra contro l’Iran erano falliti. Va anche segnalato che a Capitol Hill continua la meritoria resistenza al disimpegno dell’Amministrazione Trump all’Ucraina, con i tentativi di stanziare fondi per la difesa dall’aggressione russa: a Kyiv servono i Patriot, che non arrivano nemmeno ora che sono in vendita e non più forniti gratuitamente, ma il Congresso, che Trump vuole svuotare di potere, arriva dove può.
Se le prime crepe si sono formate attorno al caso Epstein, ora sono le guerre a forgiare la rivolta. Laura Loomer, che ha sempre avuto disgraziatamente grande influenza su Trump, ha aperto uno scontro con Candace Owens, che in questi giorni è in Russia e, secondo Loomer, vuole chiedere asilo politico lì: Owens è anti Israele e pro Russia, Loomer è pro Israele e finora era anche pro Russia ma adesso si è messa a denunciare l’infiltrazione della propaganda putiniana nell’informazione americana – molti dicono: non fidatevi, è solo un regolamento di conti personale. Ma mentre si registrano fratture e liti, mentre si disegnano mappe – cosa ci tocca fare – per collocare questi (ex) trumpiani ed esponenti del mondo Maga nei quadranti “anti Israele”, “pro Russia”, “anti Taiwan”, “Epstein” e teorie del complotto varie, si cerca di capire quanto di questo dibattito da salotti social arrivi dove conta: nelle urne.
Di più su questi argomenti:
Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

