Elephant Trump. Un bestione fuori controllo rinchiuso in una cristalleria: appena si muove, qualcosa va in pezzi

Alleanze, accordi internazionali e l'erosione della democrazia in America. Il presidente americano fa sconquassi ogni volta che parla o digita un post. Kryptonite, dicono i commentatori statunitensi

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Foto LaPresse

Fa sconquassi ogni volta che parla o digita un post. “Stanno negoziando su fumisterie. Forse dovremo tornare a finire il lavoro. O forse no”, ha detto dopo settimane di “Abbiamo un accordo, no tu no”, riferito agli iraniani. E rivolto ai dirimpettai dell’Iran nello stretto di Hormuz: “L’Oman dovrà comportarsi come tutti gli altri, o li faremo saltare in aria”. L’Oman non è l’Iran, è un “partner strategico” degli Stati Uniti. Trump è come un elefante in cristalleria. Come si muove fa danni. Ha sfasciato la Nato e la fiducia degli alleati europei. E’ diventato tossico anche per i suoi discepoli in Europa. Kryptonite, dicono i commentatori americani. Gli alleati asiatici sono inorriditi all’idea che stia abbandonando al suo destino Taiwan, pur di concludere un deal con Xi Jinping. Con la sua inutile guerra all’Iran si è giocato gli emiri suoi amici sulla sponda opposta del Golfo Persico e pure la monarchia saudita. Il Patto di Abramo è in frantumi. Trump ha provato a rilanciarlo suggerendo che vi si associ anche l’Iran, riconoscendo Israele. Magnifico. Ci aveva provato a suo tempo Obama. Peccato che, proveniente da Trump, nessuno lo prenda sul serio.
Come si muove fa danni. Ha sfasciato la Nato e la fiducia degli alleati europei. E’ diventato tossico anche per i suoi discepoli in Europa. Kryptonite, dicono i commentatori americani
Non può più fidarsi di lui nemmeno Netanyahu. La butta male se si firma la pace tra Stati Uniti e Iran. Ancor più male se non la si firma. Comunque vada, questa guerra non ha risolto nulla. Lascerà nella pesta Israele. L’isolamento è peggio di qualsiasi altra minaccia. Se il nucleare viene accantonato, in cambio dell’apertura dello Stretto di Hormuz, questo non compensa la minaccia che viene dall’isolamento. Dicevano di voler abbattere un regime odioso in Iran. Hanno finito per consolidarlo, rianimarlo. Proprio mentre sembrava stesse tirando le cuoia. La guerra non ha indebolito gli ayatollah e i pasdaran. Li ha ringalluzziti. Gli ha dato la scusa per finire di sterminare l’opposizione. I boia sono tornati ad impiccare a Teheran. E’ diventato chiaro che a Trump non importava granché che massacrassero la gente che scendeva in piazza. Gli premeva altro. Quelli erano expendable. Era già successo. Conclusa la prima Guerra nel Golfo, liberato il Kuwait, Bush padre aveva abbandonato alla vendetta di Saddam Hussein curdi e sciiti del Sud, che sino a un momento prima aveva incoraggiato a ribellarsi, Biden aveva abbandonato gli afghani alla vendetta dei taliban. Secondo il New York Times la genialata di Trump, quando diede il via alla guerra contro l’Iran, era rimettere in sella Mahmud Ahmadinejad, l’ex presidente ultrà che a suo tempo voleva “cancellare Israele dalle carte geografiche” e aveva promosso a Teheran una conferenza per “Un mondo senza Sionismo” (tradotto: senza Israele).
Che ci azzecca uno così con Trump? Il Times ha ripescato dagli archivi un’intervista del 2019 in cui Ahmadinejad tesseva le lodi di Trump. “E’ un uomo d’azione. E’ un uomo d’affari, è capace di calcolare costi e benefici e decidere di conseguenza. Noi gli diciamo: calcoliamo senza essere miopi costi e benefici a lungo termine per le nostre due nazioni”. Trump ha una memoria da elefante. Non dimentica chi lo adula, né chi sparla di lui. Cova la vendetta fredda. Ne sa qualcosa Pedro Sánchez, che gli aveva negato l’uso delle basi in Andalusia. “La guerra riempie le tasche dei soliti pochi” gli aveva detto. Lo sta ripagando con la stessa moneta. Guardati le spalle. Capito, Meloni? Nelle prime ore dell’operazione Epic Fury fu bombardata la casa in cui Ahmadinejad viveva agli arresti domiciliari. Era stato messo in disparte non per il suo oltranzismo fanatico ma perché al regime, e all’ayatollah, non garbavano le sue campagne contro la corruzione. La casa era stata rasa al suolo. Lui era sopravvissuto. Aveva, a quel che dicono persone a lui vicine, ringraziato per averlo fatto evadere dagli arresti domiciliari. Ma no, grazie, lo lasciassero fuori da “cambi di leadership”. Trump si è giocato la sua Delcy Rodriguez iraniana.
Trump ha una memoria da elefante. Non dimentica chi lo adula, né chi sparla di lui. Cova la vendetta fredda. Ne sa qualcosa Pedro Sánchez, che gli aveva negato l’uso delle basi in Andalusia
Assurdo? Ridicolo? Non più che lasciar dare ad intendere che avessero una chance a candidarsi alla guida dell’Iran il figlio dello Scià o i Mujahedin Khalq di Rajavi, la formazione marxista-leninista che aveva combattuto al soldo, e con le armi di Saddam Hussein contro il proprio Paese. Ahmadinejad era almeno popolare tra i pii bazari, i protagonisti della protesta economica che ha impensierito il regime molto più delle donne che si levavano il velo. Puntare sul macellaio che si ritiene possa dare meno problemi è un’abitudine. Ci spiegheranno un giorno perché Netanyahu, prima del 7 ottobre, finanziava, coccolava e legittimava Hamas, pur di indebolire Fatah e l’Autorità palestinese, quindi affossare la più temuta prospettiva di uno Stato palestinese? Donald Trump ha rotto tutti i vasi a portata di pachiderma. Non solo i vasi altrui. Altro che fare grande l’America di nuovo. La sta portando invece verso la bancarotta. Ha sfasciato la credibilità internazionale degli Stati Uniti. E’ un guaio grosso per tutti. L’imprevedibilità veniva data come un asset, una briscola nella manica. Se uno è capace di tutto, meglio evitare che si imbizzarrisca. Ma diventa un handicap se l’imprevedibilità diventa prevedibile. Continuare a bluffare quando gli altri si sono convinti che bluffi sempre ti può far perdere il ranch, come dicono gli americani. O indurre gli avversari al tavolo di poker a valutazioni altrettanto catastrofiche. Non si può minacciare il finimondo e far marcia indietro ogni cinque minuti e pretendere che i nemici siano intimoriti e gli amici continuino a fidarsi che li difenderai.
La sta portando invece verso la bancarotta. Ha sfasciato la credibilità internazionale degli Stati Uniti. E’ un guaio grosso per tutti. L’imprevedibilità veniva data come un asset, una briscola nella manica
Quando il presidente americano, alla domanda se l’America è pronta a difendere Taiwan, risponde “Non ve lo dico. Questa è una cosa che so solo io”, non rassicura nessuno, né Taipei né Pechino. Non si limita ad introdurre un elemento di incertezza, di imponderabilità. Crea solo confusione. Fa esattamente l’opposto di quel che nel 1963 Kennedy fece dinanzi al Muro di fresca costruzione. Dicendo Ich bin ein Berliner, non minacciava ma dissuadeva. Quando Trump un giorno dice che l’accordo con l’Iran “è quasi cosa fatta” e il minuto dopo minaccia di cancellarli dalla faccia della terra, il risultato non è spingere per un accordo più conveniente per l’America e i suoi alleati. Gli interlocutori sono già confusi per conto loro, sono costantemente sotto tiro dei falchi in casa. Più che le bombe di Trump probabilmente temono di finire impiccati dalla corda su cui stanno facendo gli equilibristi. Così si finisce con l’incoraggiarli a tergiversare, magari a rilanciare anche loro le loro pretese. Peggio delle promesse inaffidabili sono solo le minacce inaffidabili.
La guerra all’Iran è già costata ai contribuenti americani 30 miliardi dollari. C’è chi ha calcolato che durasse ancora un altro decennio, gliene potrebbe costare 1000 di miliardi, o anche più. Ma è poca cosa in confronto all’incubo rappresentato dall’indebitamento ormai fuori controllo (per la verità già da prima che alla Casa Bianca andasse Trump). Il debito nazionale degli Stati Uniti (cioè il dovuto ai possessori di Buoni emessi dal Tesoro), a maggio di quest’anno ha superato i 39 mila miliardi di dollari. La proiezione è che il debito raddoppi da qui a trent’anni. Nel web ci sono siti che ne aggiornano le cifre sulla crescita in tempo reale. Uno è “Us Debt Clock”. Angosciante. L’interesse sul debito è già al quarto posto nelle voci di spesa federale. Il costo degli interessi ha superato i mille miliardi di dollari. Costano di più, al momento, solo l’assistenza sanitaria pubblica (Medicare e Medicaid: 1.965 miliardi) e la Social security (le pensioni: 1.635 miliardi). Al terzo posto le spese militari (“solo” 938 miliardi). Il dipartimento alla Difesa (che ora si chiama dipartimento della Guerra) ha proposto che quasi raddoppino nel prossimo bilancio. Una nota a margine: gli immigrati con cui Trump ce l’ha tanto, sono sempre stati un argine al deficit fiscale. Hanno costantemente pagato, negli ultimi 30 anni, più tasse rispetto ai benefici che hanno ricevuto. Senza il loro contributo il deficit americano supererebbe già il 200 per cento del prodotto lordo. Ora è “solo” al 132 per cento.
Non era sempre stato così. Almeno in tempi di pace. Presidenti democratici come Carter e Clinton avevano eliminato il deficit, vantavano addirittura attivi. I presidenti repubblicani erano stati più spendaccioni. A cominciare da Reagan. Avevano da mantenere promesse di riduzioni fiscali. Trump ha surclassato in scialo tutti i suoi predecessori. Si capisce perché la sua ossessione, sin dal momento in cui ha messo piede nella Casa Bianca, sia stata fare cassa, far pagare quanto più possibile il deficit fiscale degli Stati Uniti al resto del mondo, senza andar per il sottile a distinguere tra amici e nemici. I suoi consiglieri economici preferiti l’avevano teorizzato senza perifrasi. Trump ha messo in pratica. Non si tratta più solo dell’abitudine di addossare parte del debito all’estero. L’economista David Graeber, autore del ponderoso Debt: The first 5.000 Years (2011), l’aveva paragonato al modo in cui, nel corso di tutta la storia, gli imperi finanziavano le proprie conquiste militari imponendo tributi ai paesi subordinati. Che siano tributi volontari, perché tutti, a cominciare dalla Cina, hanno il loro tornaconto a tenere in cassaforte debito Usa, non cambia la sostanza. Almeno finché il bel gioco dura. Durerà finché dura l’unica garanzia: che gli Stati uniti sono troppo grandi per fare fallimento, se falliscono loro falliamo tutti. Ma Trump ha strafatto. La girandola di dazi, i diktat che imponevano aumenti di spese militari agli alleati, la guerra al capo uscente della Federal Reserve Jerome Powell perché abbassasse i tassi non erano fisime, esplosioni di follia. Avevano uno scopo preciso, lucido. Il problema è che si sono rivelati controproducenti. Hai voglia minacciare la gallina a cui vuoi portare via le uova d’oro. Quella si spaventerà e ne farà di meno. Se le torci il collo, smetterà di farne.
Trump dice che l’impennata dei costi della guerra non lo costringerà a un accordo ad ogni costo. Cosa dobbiamo aspettarci, un miracolo (o davvero una catastrofe mondiale) per riappiccicare i cocci? L’elefante è un bestione simpatico. Nella mitologia indù è una divinità benefica. Ma non quando si imbizzarrisce, il pachiderma fa solo danni, spacca tutto e calpesta quanti gli stanno intorno. L’immagine dell’elefante in cristalleria si addice anche alla politica interna dell’attuale titolare della Casa Bianca. La prassi era finora che il vincitore si dichiarasse immediatamente come rappresentante dell’intera nazione, anche di chi non l’aveva votato. E i perdenti concedessero graciously la sconfitta. Trump invece si è presentato da subito come capo di una parte soltanto. Giurando vendetta alla parte avversa, e ancora più a chi, dei suoi, aveva osato prendere le distanze o l’aveva ostacolato. Ha terrorizzato i repubblicani dissidenti o anche solo tiepidi. Ha licenziato a man bassa nell’amministrazione statale. Se l’è presa violentemente con i giudici che ostacolavano le sue riforme. E anche con i giudici della Corte suprema, anche quelli che aveva nominato lui stesso, quando hanno sentenziato che i dazi imposti senza il consenso del Congresso erano illegittimi. Quelli non li può licenziare. Sono incarichi a vita. Ma resta tutto da vedere l’effetto che avranno le intimidazioni sulle cause decisive che la Corte ha in agenda. A cominciare dal tentativo da parte di Trump di togliere a chi non gli garba la cittadinanza, costituzionalmente garantita a chi nasce sul suolo americano. Che fa, gli manda i marines o gli sgherri dell’Ice se la Corte, come sembra probabile, gli dà torto?
Ha terrorizzato i repubblicani dissidenti o anche solo tiepidi. Ha licenziato a man bassa nell’amministrazione statale. Se l’è presa violentemente con i giudici che ostacolavano le sue riforme. E anche con i giudici della Corte suprema
La vendetta non ha risparmiato i ministri che si era scelto. Specie le ministre, tutte uguali, tutte vamp, tutte con i capelli lisci al vento, tutte aggressivissime, come fossero state scelte con lo stampino. La colpa imperdonabile della segretaria alla Giustizia Pam Bondi era non averlo assecondato nel perseguitare quelli a cui aveva giurato vendetta. Quella del boss dell’Homeland security Kristi Noem forse l’aver assecondato i suoi desideri di vendetta contro gli immigrati con troppo zelo. Quella della direttrice della National intelligence, Tulsi Gabbard, aver fatto il suo mestiere: aver detto che ai servizi non risultava che l’Iran si stesse facendo l’atomica. La scusa per silurare la ministra del Lavoro, Lori Chavez, è che spendeva troppo. Imperdonabile per un donna di origine messicana. Ministri e collaboratori in America servono “a piacere del presidente”. Non è raro che vengano dimissionati più o meno garbatamente. Ma Reagan non si sarebbe mai sognato di licenziare un George Shultz o un Brent Scowcroft solo perché non erano sicofanti. Gli antichi despoti si lasciavano consigliare. Nella Cina feroce dell’epoca degli Stati combattenti, fiorivano i “persuasori”, e venivano ascoltati. E’ vero che Confucio fu costretto a errare, talvolta fuggire di corte in corte. Lü Buwei, che, da cancelliere, aveva fatto di un oscuro principe Qin il Primo imperatore, fu esiliato e costretto a suicidarsi. Analoga sorte toccò a Seneca sfiduciato da Nerone. E dire che gli aveva dedicato il suo trattato De Clementia, in cui definiva la clemenza come “la moderazione d’animo di chi ha il potere di vendicarsi”. Ma l’elefante Trump li schiaccia anche se solo osano fiatare.
Il New York Times è uno dei pochi giornali che continuano a tenergli testa (è in corso contro la proprietà della veneranda testata, bollata come “portavoce del Partito democratico radicale” – cioè estremista – una causa da 15 miliardi di dollari di richiesta danni per averlo “diffamato”. L’ex braccio destro di Clinton, George Stephanopoulos e la Abc si erano dovuti scusare dopo essere stati condannati a pagare 15 milioni. Il Times recentemente ha pubblicato nella sezione opinioni editoriali un articolo intitolato “La guerra in Iran peggiora l’erosione democratica dell’America”. Vi si sostiene che con Trump sono peggiorati senza precedenti gli indici che distinguono una democrazia da un’autocrazia. Nell’ordine: bypassare il Congresso, comprimere il diritto di parola e di dissenso, perseguitare gli oppositori, sfidare le corti, dichiarare false emergenze, usare le forze armate per la repressione interna, insultare i diversi e gli emarginati, controllare l’informazione, impadronirsi delle università, creare un culto della personalità, usare il potere per profitto personale, manipolare la legge per mantenersi al potere. L’ultima, che ha diviso anche il fronte sinora compatto dei repubblicani nel Congresso, è l’annuncio, da parte del suo dipartimento alla Giustizia, della creazione di un “fondo nero” da 1,8 miliardi di dollari per risarcire coloro che avrebbero subito torti giudiziari, le vittime di quella che definisce weaponization, giustizia brandita come arma politica. Primi tra tutti, i suoi fan che avevano dato l’assalto al Congresso quando lui aveva perso le presidenziali a favore di Biden. Ma anche, c’è chi dice soprattutto per coprire le spese giudiziarie di Trump stesso e familiari, che avevano fatto causa per 10 miliardi all’Irs (Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate Usa). Insomma, uno sfracello dopo l’altro.
Il suo baluardo resta il consenso di mezza America. E dell’affollato comitato d’affari di cui beneficia. “Non me ne frega niente del midterm”, dice, può darsi che a novembre riesca a cavarsela. Col redistricting hanno cambiato le regole a loro favore. Forse gli passeranno pure l’insider trading spudorato con cui ha rimpinguato, a ogni sua giravolta, la propria fortuna personale, quella dei familiari e degli amici. Wall Street continua a macinare record. Ma guai se le cose cominciassero a mettersi male. Non riuscirebbe più a salvarlo nemmeno la nullità dell’opposizione, il fatto che il “campo largo” democratico non abbia ancora né idee né leader. Ma non c’è consenso che tenga di fronte al raddoppio del prezzo della benzina. Può anche darsi che di tutto il resto, democrazia compresa, siano disposti a fare a meno. Della benzina no. Per gli americani, muoversi in automobile è questione di vita e di morte, quanto e più di quanto lo era avere un cavallo nel Far West.