Menomale che c’è la Cia. Il caos nell’intelligence americana

Dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard, la cacciata ancora misteriosa del generale Timothy Haugh da capo della Nsa e la stagione critica che sta vivendo l'Fbi sotto la guida di Kash Patel, la Central Intelligence Agency è rimasta una delle poche istituzioni federali che hanno mantenuto un certo livello di indipendenza dalla Casa Bianca

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Foto LaPresse

Nella sua foga di cambiare i nomi a tutti gli edifici del potere a Washington per dedicarli a sé stesso, Donald Trump per ora ne ha dimenticato uno. Non sembra un caso, visto che si tratta della sede di una delle poche istituzioni federali che hanno mantenuto un certo livello di indipendenza dalla Casa Bianca. Il luogo è il “George Bush Center for Intelligence”, il nome ufficiale del quartier generale della Cia a Langley, dedicato all’unico presidente in tutta la storia degli Stati Uniti – il Bush del secolo scorso – che è stato anche direttore della più celebre agenzia di spionaggio al mondo. Non è solo una questione di nome. Perché la Cia, in questo momento, appare come la garanzia di un certo livello di continuità (e anche di competenza) in mezzo a una comunità dell’intelligence e della sicurezza che sembra allo sbando. Le dimissioni lo scorso 22 maggio di Tulsi Gabbard da direttrice nazionale dell’intelligence sono state solo l’ultimo segnale dello smantellamento in corso dell’apparato d’intelligence americano. Gabbard ha lasciato per una grave vicenda familiare, spiegando di volersi dedicare ad assistere il marito malato di un raro tumore osseo, ma non era un segreto per nessuno che ormai fosse stata messa ai margini dal resto dell’Amministrazione Trump. Ha pagato la sua opposizione alle operazioni militari in Venezuela e Iran, sulle quali Gabbard era allineata con il vicepresidente J. D. Vance e i pochissimi altri consiglieri del presidente che hanno trovato il coraggio di evidenziare il tradimento delle sue promesse elettorali sull’isolazionismo e l’approccio America first. Ma a costarle il posto – se non si fosse dimessa, secondo molti osservatori, sarebbe stata ben presto rimossa – è stato anche lo stato di caos in cui si trova la comunità delle diciotto agenzie federali d’intelligence e sicurezza che era chiamata a guidare.
L’Fbi vive una stagione critica sotto la guida del direttore Kash Patel, accusato da più parti di scarsa competenza e molto discusso per la sua presunta dipendenza dall’alcol, svelata dall’Atlantic in un’inchiesta giornalistica contro la quale Patel ha lanciato strali e una gigantesca causa per diffamazione. Il ministero della Giustizia, che sovrintende a gran parte delle attività di sicurezza americane, è nelle mani di un reggente (ex avvocato personale di Trump), dopo che il presidente ha cacciato la ministra Pam Bondi. Il dipartimento per la Sicurezza nazionale è affidato a un senatore al primo mandato, Markwayne Mullin, chiamato a rimpiazzare un’altra ex fedelissima di Trump, Kristi Noem, che ha pagato con il posto i tragici fatti di Minneapolis del gennaio scorso. Alla Nsa (National Security Agency), il cuore del cyber-spionaggio americano, dall’anno scorso ci sono ancora gli strascichi della cacciata dalla direzione, ancora misteriosa, del generale Timothy Haugh, un veterano dell’intelligence. Alla Casa Bianca, il ruolo-chiave di consigliere per la Sicurezza nazionale, tradizionalmente la persona decisiva per tenere i rapporti tra la politica e l’intelligence, è retto da un anno da Marco Rubio, nei ritagli di tempo dai suoi molteplici impegni come segretario di stato.
Nell’ufficio di Tulsi Gabbard, che manterrà l’incarico fino a fine giugno in attesa di un successore, si erano poi già dimessi due suoi vice, Amaryllis Fox Kennedy (nuora del ministro della Sanità, Robert F. Kennedy) e Joe Kent, entrambi in dissenso con la guerra in Iran, il detonatore che sta facendo esplodere i dissidi interni al mondo della sicurezza e dello spionaggio. Se a Washington domina il caos, per trovare un po’ di stabilità e nervi saldi bisogna spostarsi a quindici chilometri a nord ovest della Casa Bianca. Nel campus di cento ettari in Virginia, segreto e superprotetto, dove sorge la sede della Cia, dedicata a un presidente repubblicano che sembra l’antitesi storica di Trump. A Langley, nell’ufficio che fu di Bush ora siede John Ratcliffe, un texano un po’ grigio che nella prima Amministrazione Trump aveva brevemente rivestito lo stesso ruolo ora lasciato da Gabbard. Calmo e metodico in mezzo alle battaglie di potere della comunità d’intelligence, Ratcliffe si è guadagnato la fiducia di Trump e Rubio che gli stanno affidando la gestione di una molteplicità di crisi, tra cui ultimamente quella con Cuba. Nei giorni scorsi è stato lui a volare all’Avana per portare un messaggio del presidente che è suonato come una minaccia: possiamo aiutarvi economicamente, ma solo se ci sarà un profondo cambiamento politico. Messaggio rafforzato dall’incriminazione di Raúl Castro per una vicenda di trent’anni fa e dall’arrivo in zona della portaerei Nimitz e del suo gruppo navale.
Ratcliffe è sempre più visibile a fianco della coppia Trump-Rubio e sotto la sua guida la Cia sembra muoversi con quella lucidità che manca per esempio al Pentagono. L’ex direttore David Petraeus, uno che unisce competenze militari a quelle di intelligence, ha avuto parole di elogio per come la Cia ha gestito la fase iniziale della guerra in Iran, incluso il fatto di aver previsto – inascoltata da Trump – ciò che sarebbe successo nello Stretto di Hormuz. Ma un altro ex direttore, William Burns, il predecessore di Ratcliffe durante l’amministrazione Biden, è molto più critico: Langley ha una certa indipendenza ma è ancora troppo politicizzata e allineata con la Casa Bianca, a suo avviso, e questo la indebolisce di fronte alle sfide enormi che pongono la Cina, l’Iran o la Russia.
Qui sta il problema principale. I cinesi, nonostante i sorrisi e le strette di mano tra Xi Jinping e Trump a Pechino, stanno aumentando i cyberattacchi negli Stati Uniti e l’agenzia che dovrebbe contrastarli, l’Fbi, non sembra più focalizzata sul controspionaggio. Le alleanze internazionali che permettevano all’intelligence americana di avere un quadro completo della situazione globale sono tutte indebolite e molto spesso, soprattutto in Europa, sono entrate in crisi. Trump sull’intelligence è andato veramente nella direzione America first, con il risultato che ora l’America è sola.