Esteri
Lo scenario •
Quanto cambia il mondo con i commerci diretti tra Turchia e Armenia
Lo storico disgelo dovrebbe favorire una partecipazione di Ankara al “Corridoio di mezzo”. Si tratta di una rotta commerciale transcaspica, alterantiva a Hormuz, che collega la Cina all’Europa attraverso l’Asia centrale, il Mar Caspio, il Caucaso meridionale e la Turchia
27 MAG 26

Foto LaPresse
Istanbul. Turchia e Armenia si preparano ad avviare scambi commerciali diretti nell’ambito dello storico processo di normalizzazione in corso. I due vicini hanno completato le procedure burocratiche per consentire il commercio terrestre diretto attraverso paesi terzi senza che le spedizioni vengano considerate riesportazioni, eliminando un meccanismo in vigore da decenni con il quale il 40 per cento degli scambi avveniva in gran parte attraverso la Georgia. Da quando, dal 1993, il loro confine è rimasto chiuso, Turchia e Armenia non intrattenevano relazioni diplomatiche formali. Tuttavia, le due capitali hanno avviato colloqui di normalizzazione nel 2022 con l’obiettivo di riaprire il confine terrestre. A gennaio, Ankara e Yerevan avevano anche concordato di semplificare le procedure per il rilascio dei visti ai titolari di passaporti diplomatici, di servizio e di categoria speciale per funzionari governativi; la Turkish Airlines ha inaugurato a marzo i voli giornalieri Istanbul-Yerevan; ed è stato restaurato il ponte medievale di Ani che un tempo univa i due paesi attraverso il fiume Arpacay lungo quello che oggi è il confine chiuso, ed è stata completata la costruzione del valico di Alican-Margara, che collega la provincia turca di Igdir alla regione armena di Armavir.
Ankara sta perseguendo la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia che andrà alle urne il 7 giugno per il rinnovo del Parlamento. Il maggiore ostacolo alla normalizzazione restano le accuse di “genocidio” per i massacri del 1915 a opera dell’Impero ottomano nella sua ultima fase di vita, che sono diventate una parte cruciale dell’identità nazionale armena. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, con una scelta saggia, ha da tempo rinunciato a sollevare queste accuse a livello internazionale e si è invece concentrato sulla normalizzazione incondizionata delle relazioni con la Turchia. Si tratta di un passo molto coraggioso per un leader che ha perso una guerra tre anni fa in un paese dove il sentimento antiturco è alimentato da cent’anni. Lo storico disgelo dovrebbe anche favorire una partecipazione della Turchia al cosiddetto “Corridoio di mezzo”, tornato al centro del negoziato di pace tra Armenia e Azerbaigian che ad agosto ha subito un’accelerazione grazie alla partecipazione degli Stati Uniti con la firma alla Casa Bianca tra Yerevan e Baku con il quale è stata annunciata la “Triplice via di Trump per la pace e la prosperità internazionale” (Tripp): si tratta di un corridoio strategico che collega l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso la regione armena di Syunik, al confine con la Turchia.
Nel contesto del blocco iraniano dello Stretto di Hormuz e delle conseguenti interruzioni delle forniture, l’iniziativa viene presentata come parte del più ampio “Corridoio di mezzo”, la rotta commerciale transcaspica che collega la Cina all’Europa attraverso l’Asia centrale, il Mar Caspio, il Caucaso meridionale e la Turchia, che Ankara promuove da tempo come alternativa alle rotte che attraversano Russia e Iran. Hormuz ha messo in luce la vulnerabilità delle rotte energetiche e commerciali che dipendono dal Golfo, aumentando l’attrattiva strategica di tali corridoi terrestri che aggirano i punti nevralgici del traffico marittimo. Il piccolo paese del Caucaso meridionale non è solo impegnato in un processo di normalizzazione con la Turchia, è anche alla vigilia di un accordo di pace doloroso ma trasformativo con Baku, che dovrà portare alla riapertura dei suoi confini con l’Azerbaigian, chiusi dagli anni 90. Mentre gli equilibri di potere a livello globale si rimescolano, l’europeista Pashinyan sa di avere un’opportunità storica per allentare gradualmente i legami con la Russia fortemente indebolita dalla guerra in Ucraina, che continua a tenerla distratta da quel che accade nel suo ormai ex cortile di casa, e aspira all’adesione all’Unione europea. La più piccola delle tre repubbliche del Caucaso meridionale è ora la più dinamica e democratica, uscita da anni di semi-isolamento. Vladimir Putin osserva con malcelata irritazione il progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Ue: la tattica del laissez-faire a Baku nella guerra per l’enclave armena del Nagorno-Kharabak era legata a due fattori principali, l’ostilità viscerale nei confronti delle rivoluzioni colorate che in Armenia hanno determinato la vittoria del filoccidentale Pashinyan e l’attuale dipendenza di Mosca dall’Azerbaigian attraverso la quale la Russia venderebbe il suo petrolio all’Europa confezionato come azerbaigiano.