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L’Armenia si prepara al voto con un occhio ai vicini ingombranti
Dopo quasi dieci anni al potere, il primo ministro Nikol Pashinyan potrebbe non essere rieletto alle prossime elezioni del 7 giugno. I più critici gli contestano concessioni eccessive a Turchia e Azerbaigian. A complicare ulteriormente il quadro sono le pressioni azere per una revisione della Costituzione armena
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29 APR 26

Nikol Pashinyan e Vladimir Putin - EPA/PAVEL BEDNYAKOV/AP POOL
Yerevan. Gli armeni hanno celebrato il 24 aprile il centoundicesimo anniversario del genocidio. Il giorno prima, Yerevan è andata a dormire dopo la fiaccolata intorno a Piazza della Repubblica, appassionata e solenne. La stupidità di chi ha bruciato la bandiera turca stride con le musiche secolari, malinconiche, che riverberano nei cuori degli armeni il credito che hanno verso la storia. E’ proprio questo sentimento che il loro primo ministro Nikol Pashinyan sta avvilendo nell’ultimo anno e mezzo, sconcertando i suoi cittadini, della diaspora e non.
La prova più recente è il licenziamento della direttrice del Museo del genocidio di Yerevan. Il primo ministro non ha gradito un regalo fatto dalla direttrice al vicepresidente americano J. D. Vance, in visita al museo a febbraio: “L’ho considerato un atto provocatorio”, ha dichiarato senza esitazioni Pashinyan. Il regalo era un libro sul genocidio – di cui il primo ministro avrebbe voluto riesaminare la storia. “Dobbiamo capire cosa è successo e perché è successo,” affermava Pashinyan nel gennaio 2025, “come mai nel 1939 non era ancora all’ordine del giorno il riconoscimento del genocidio armeno e la questione è emersa nel 1950?”. Al di là dell’assurdità della domanda – il termine genocidio fu coniato nel 1944, motivato anche dalle deportazioni e uccisioni di massa subite dagli armeni durante la dominazione ottomana – questa dichiarazione ha segnato l’inizio di una retorica che ha puntato tutto sul consolidamento dello stato, a discapito della giustizia storica. Il fulcro è la politica estera: “Oggi guidiamo la Repubblica di Armenia con l’ideologia della Real-Armenia”, ha sottolineato il leader armeno durante il discorso del 24 Aprile. Nella visione di Pashinyan, la realpolitik normalizza le relazioni coi vicini Turchia e Azerbaigian (che hanno sempre negato il genocidio), esce dal vittimismo e fortifica la posizione internazionale dell’Armenia, ora più vicina agli Stati Uniti e sempre meno dipendente dalla Russia.
I cittadini armeni sono chiamati alle urne il 7 giugno. Quella che sembrava, fino a poco fa, una rielezione scontata, sta iniziando a esserlo un po’ meno. Pashinyan è primo ministro dal 2018. Dopo quasi dieci anni, stanno emergendo le fratture della sua leadership. I più critici contestano l’aver lasciato troppo facilmente il Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian e la mancata commemorazione delle guerre del 2020 e del 2023, la rimozione del monte Ararat (simbolo nazionale ma situato in Turchia) dal timbro di ingresso, e l’immobilismo sulla questione dei prigionieri di guerra detenuti a Baku: tutte concessioni eccessive a Turchia e Azerbaigian.
Tant’è che il problema principale ruota intorno alla pace con l’Azerbaigian. Contratto civile, il partito del leader armeno, si presenta come l’unico in grado di portare a termine l’intesa firmata col presidente azero Ilham Aliyev lo scorso agosto, a differenza dell’opposizione, più conservatrice e vicina alla Russia. Se non dovesse ottenere la maggioranza, la paradossale minaccia di Pashinyan di una “guerra disastrosa” già a settembre fa eco alla retorica azera. Novruz Aslanov, membro del parlamento di Baku, ha dichiarato che la sconfitta di Pashinyan sarebbe una grave perdita: a inizio mese ha alzato i toni minacciando un’invasione del Syunik, la provincia armena del sud che separa l’Azerbaigian dalla sua exclave di Nakhchivan. Proprio lì dovrebbe prendere forma il Tripp, il corridoio promosso con la mediazione degli Stati Uniti lungo il confine con l’Iran. Un’infrastruttura pensata come perno della pace regionale, ma il cui destino appare oggi più incerto alla luce dell’escalation tra Washington e Teheran.
A complicare ulteriormente il quadro sono le pressioni di Aliyev per una revisione della Costituzione armena, che conserva un riferimento indiretto al Nagorno-Karabakh. Per l’Azerbaigian, questo cavillo resta una potenziale minaccia. Pashinyan condivide questa lettura e avverte che “non possiamo andare avanti basati su una logica conflittuale e allo stesso tempo voler costruire uno stato indipendente”. Un allineamento così netto a Baku avvicina la democrazia armena allo stato azero, democratico solo di facciata. E’ per questo che il 7 giugno le elezioni non riguarderanno solo la pace, il Tripp, o il genocidio. Il nocciolo della questione è se l’Armenia debba rimanere uno stato in crescita e democratico o se debba piegarsi alle richieste di un vicino che affossa questi valori in nome di un ordine autocratico e petrolifero.