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I calcoli di Washington e Teheran per uscire dallo stallo. Intervista a Peter Rough
Il regime è economicamente a pezzi e militarmente indebolito, mentre la Casa Bianca deve dimostrare il successo a un’opinione pubblica americana che non ha mai mostrato entusiasmo per il coinvolgimento in medio oriente. Colloquio con il senior fellow presso l’Hudson Institute di Washington
12 MAG 26

Foto ANSA
Washington. Nei mesi precedenti al lancio dell’operazione Epic Fury, il 28 febbraio, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner si erano seduti al tavolo con le controparti iraniane nel tentativo di raggiungere un accordo nucleare che non si è mai concretizzato. Quei negoziati sono naufragati e ora, a oltre 70 giorni dall’inizio di una guerra che ha devastato l’economia iraniana ed eliminato la sua dirigenza, Washington e Teheran sono di nuovo al tavolo. Le incognite restano: la distruzione che separa questi due round diplomatici ha cambiato ciò che l’Iran è disposto ad accettare? O il regime continuerà a far scorrere il tempo rifiutandosi di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari?
Peter Rough, senior fellow presso l’Hudson Institute di Washington, sostiene che la campagna ha modificato i calcoli iraniani e questo round di colloqui è fondamentalmente diverso dal precedente. Chi misura il successo in base al crollo del regime iraniano, dice, applica il parametro sbagliato: “Lo standard con cui si valuta questa campagna è che ci siano dieci milioni di persone per le strade iraniane e che da un giorno all’altro il paese passi dall’essere una teocrazia antiamericana a una democrazia liberale – dice al Foglio – E’ un’asticella molto alta”. Rough si occupa di politica estera americana e relazioni transatlantiche e ha fornito consulenza ai decisori politici di Washington sia sulla sicurezza europea sia sulla strategia mediorientale. Ha osservato che il regime è economicamente a pezzi e militarmente indebolito, e che arriva al tavolo negoziale con meno opzioni di quante ne avesse all’inizio. “Se lo si considera nel contesto di uno scontro di lungo periodo, e se si considera che questa operazione ha indebolito drasticamente l’Iran, la sua leadership è stata eliminata e la sua economia è devastata, allora sì, credo che gli americani abbiano vinto ai punti”.
Tuttavia Teheran ha dimostrato di essere disposta ad assorbire i costi. Dopo la Guerra dei dodici giorni del giugno scorso, la leadership iraniana si è dedicata a ricostruire il proprio apparato militare, trascurando la drammatica situazione economica. Questo ha alimentato proteste di piazza tra gennaio e febbraio di quest’anno. Il dipartimento della Difesa americano ha stimato che l’Iran abbia perso 4,8 miliardi di dollari in entrate petrolifere fino al primo maggio, con il blocco navale che ha aggiunto ulteriore pressione ai danni diretti della campagna. “Non hanno più un’industria siderurgica, non hanno un’industria petrolchimica, hanno perso una quota significativa del loro arsenale di missili balistici – dice Rough – Sono stati strozzati su molti fronti. Faccio fatica a immaginare che quella narrazione prevalga su queste dure realtà”. Per Rough, la dimensione militare della campagna ha prodotto risultati senza precedenti. Le forze americane e israeliane hanno eliminato il vertice iraniano attraverso attacchi aerei, senza truppe di terra, all’interno di uno dei paesi più difesi della regione. “Abbiamo eliminato dal cielo, senza forze speciali sul terreno, un quadro della leadership iraniana dopo l’altro, insieme agli israeliani – dice – E’ una cosa straordinaria e inedita. Non avevo mai visto niente del genere in un conflitto”. Ma la domanda più difficile è se un regime che sopravvive a tutto questo – per quanto malconcio e ridimensionato – rappresenti in ultima analisi una sconfitta per Washington. La Repubblica islamica, in passato, dopo la guerra Iran-Iraq, riuscì ad assorbire danni enormi e a ricostituirsi comunque. Rough riconosce fa notare: “L’alternativa era lasciare che il regime continuasse a sviluppare i propri missili balistici e il proprio programma nucleare. Credo che l’Amministrazione, gli Stati Uniti e gli israeliani ritengano probabilmente di trovarsi ora in una posizione negoziale con gli iraniani migliore rispetto a quella in cui si sarebbero trovati seguendo un percorso alternativo”.
La campagna ha comportato costi anche per gli Stati Uniti. Ha aperto un dibattito sull’esaurimento delle scorte di difesa aerea americana, delle munizioni e delle riserve dell’esercito, oltre che sui limiti della capacità di tenere aperta una delle vie d’acqua più importanti al mondo, lo Stretto di Hormuz. Ma Rough sostiene che fosse prevedibile: “Stiamo parlando di un paese di 90 milioni di abitanti che accumula capacità militari da anni, non è come attaccare il Liechtenstein. E’ comprensibile che riuscissero a sferrare qualche colpo”. Ma le perturbazioni al traffico nello Stretto di Hormuz hanno fatto salire i prezzi dell’energia sui mercati globali, colpendo i consumatori americani alla pompa di benzina e generando un malcontento interno che ha reso politicamente difficile per la Casa Bianca sostenere la campagna militare nel tempo. L’Amministrazione si trova di fronte all’ulteriore sfida di dover dimostrare il successo a un’opinione pubblica americana che non ha mai mostrato entusiasmo per il coinvolgimento militare in medio oriente, e la cui tolleranza per le vittime, i prezzi in aumento e gli impegni a tempo indeterminato si è rivelata limitata, indipendentemente dalla logica strategica proposta dalla Casa Bianca. “Gli Stati Uniti non vogliono mandare truppe sul terreno, e questa sembra una cosa a cui il presidente non è incline, visto il suo background politico e la lezione della guerra in Iraq – osserva Rough – Ma gli Stati Uniti hanno abbastanza leve di pressione per impedire all’Iran di arrivare al nucleare senza farlo? Credo che gli Stati Uniti stiano mettendo alla prova questa ipotesi”.
Teheran, tuttavia, non ha finora mostrato flessibilità sui nodi centrali. Il regime iraniano, la cui nuova leadership non gode dello stesso peso politico della precedente, deve dimostrare forza sia sul fronte interno sia nei confronti delle fazioni rivali al proprio interno: un compromesso sul programma nucleare equivarrebbe a una capitolazione. Teheran sa anche quali sono i limiti di un presidente americano che deve affrontare le elezioni di midterm a novembre e che punta a sopravvivere alla soglia d’attenzione di Donald Trump. Se, nonostante tutto ciò, il potere aereo e lo strangolamento economico riusciranno a strappare le concessioni che Washington esige resta, nelle stesse parole di Rough, incerto: “Se la pressione dovesse portare gli iraniani sull’orlo di un breakout, allora potrebbero prendere in considerazione misure aggiuntive”. Come si configurerebbero tali misure – se la guerra riprenderà o se il presidente Trump si accontenterà di qualcosa di simile all’accordo da cui si era ritirato nel 2016 – resta da vedere.