Xi Jinping raffina petrolio e ambiguità

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi arriva in Cina. Per Pechino è il test preparatorio al vertice con Trump. La “blocking rule” e il rischio "disaccoppiamento"

6 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 16:28 | 14 MAG 26
Immagine di Xi Jinping raffina petrolio e ambiguità
Oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è a Pechino, dove incontrerà il suo omologo cinese Wang Yi. E’ la prima visita di Araghchi nella capitale cinese dall’inizio della guerra, e non si tratta di una visita bilaterale di cortesia. Diversi analisti cinesi ne parlano esplicitamente come di un incontro per coordinare la posizione iraniana con Pechino prima del confronto con Washington. Tra poco più di una settimana, infatti, il presidente americano Donald Trump atterrerà in Cina per l’atteso vertice con il leader cinese Xi Jinping, già rinviato il mese scorso a causa della guerra in Iran. Sia per la Casa Bianca sia per il Zhongnanhai la relazione diretta fra Trump e Xi, quella che dovrebbe congelare almeno in parte il conflitto commerciale tra le prime due economie del mondo, ha la priorità sull’agenda globale. L’Iran però si inserisce come un elemento di instabilità e disturbo. Una fonte cinese vicina ai negoziati ha detto ieri alla Cnn che Trump avrebbe interesse a visitare la Cina dopo aver “chiuso” il dossier iraniano, così da proiettare un’immagine di forza. Ma se dovesse colpire l’Iran dopo una visita a Pechino, la percezione sarebbe che la Cina abbia abbandonato Teheran – con conseguenze pessime per l’immagine e la reputazione di una Repubblica popolare che garantisce sviluppo e “prosperità comune” ai suoi partner. Un segnale su questo è arrivato ieri dal ministero del Commercio di Pechino.
Dopo averlo a lungo minacciato, per la prima volta il ministero del Commercio ha ordinato alle aziende cinesi di non conformarsi alle sanzioni americane contro cinque raffinerie accusate di acquistare petrolio iraniano, attivando per la prima volta la cosiddetta “blocking rule” introdotta nel 2021. Nel linguaggio burocratico cinese, la misura è stata giustificata come una difesa della “sovranità, della sicurezza e dello sviluppo”, e come risposta a quella che Pechino considera un’applicazione extraterritoriale illegittima del diritto americano. Finora la Cina aveva in qualche modo aderito alle sanzioni americane, non ufficialmente, ma lasciando che le sue aziende si proteggessero senza sfidare i blocchi di Washington. Ora la posizione di Pechino però diventa più rigida e formale, in quella che secondo diversi analisti è una fase “più assertiva” della politica economica cinese, che nel pieno della crisi iraniana, e prima di accogliere Araghchi e Trump – e forse il presidente della Federazione russa Vladimir Putin entro giugno – decide di mandare un messaggio sul suo diritto di commercio diretto con l’Iran.
Il messaggio ha interpretazioni contrastanti fra gli osservatori. Alcuni parlano di un segnale da parte di Pechino di non voler abbandonare completamente il suo principale partner della regione. Ieri il politologo Vali Nasr ha scritto che “in Cina c’è la preoccupazione che gli Stati Uniti possano intensificare la guerra dopo che Trump si è recato a Pechino, insinuando che la Cina l’abbia sostenuta, per offuscare le relazioni dell’Iran con la Cina”, e quindi la visita di Araghchi a Pechino potrebbe essere intesa “per allineare Teheran e Pechino prima della visita di Trump”. Henry Gao, senior fellow del Centre for International Governance Innovation e docente di Diritto alla Singapore management University, dice al Foglio che la decisione del ministero del Commercio di Pechino è molto di più, cioè il segnale di un inizio di distacco totale fra le prime due economie del mondo: “Considero questo un momento di disaccoppiamento, perché le aziende saranno sempre più costrette a scegliere tra Cina e Stati Uniti, pena gravi conseguenze”. Con queste nuove regole “diventerà sempre più difficile per le multinazionali cercare di destreggiarsi tra i due contesti legali e normativi”, dice Gao. Intanto il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, principale negoziatore fra Washington e Pechino, è tornato a mandare messaggi piuttosto espliciti alla leadership cinese. In un’intervista a Fox ha detto che la Cina acquista il 90 per cento dell’energia dall’Iran, “finanziando così il principale sponsor statale del terrorismo”. E ha di nuovo invitato Pechino a “unirsi a noi in questa operazione internazionale”, riferendosi probabilmente a Project Freedom, l’operazione lanciata da Trump nello Stretto di Hormuz.