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Pechino blocca l’accordo tra Manus e Meta. I talenti cinesi restano in Cina
Questa settimana le autorità della Repubblica popolare hanno per la prima volta tracciato una linea rossa per tutte le startup e aziende tecnologiche del paese: non basta trasferirsi fuori dai confini nazionali per eludere la repressione del Partito. Il "Singapore washing"
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29 APR 26

Non basta il “Singapore washing”, cioè il trasferimento di un’azienda cinese al di fuori dei confini nazionali, per allentare la dipendenza dalle decisioni del Partito comunista cinese. E’ il primo importante avvertimento che ha dato la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc) all’inizio della settimana quando ha ordinato il blocco dell’acquisizione da oltre due miliardi di dollari della startup di intelligenza artificiale Manus da parte di Meta, segnando per la prima volta l’utilizzo delle misure di controllo della sicurezza degli investimenti esteri introdotte alla fine del 2020. Le autorità cinesi hanno scritto con un comunicato di aver di fatto “vietato gli investimenti stranieri nel progetto Manus, in conformità con le leggi e i regolamenti, e richiesto alle parti coinvolte di ritirare la transazione di acquisizione”, perché le prime attività di ricerca e sviluppo dell’azienda si sono svolte in Cina e i suoi dati principali le appartengono. Il problema non è quindi dove la società è attualmente registrata o dove si trovano i suoi dipendenti – a luglio scorso Manus ha chiuso i suoi uffici in Cina licenziando decine di dipendenti e ha trasferito le sue attività a Singapore – ma “i suoi legami tecnologici, di talenti e di dati con Pechino, e se la transazione possa danneggiare la sicurezza industriale e gli interessi di sviluppo della Cina”, ha spiegato in un editoriale il tabloid statale in lingua inglese Global Times.
L’attenzione del governo cinese sull’accordo con l’impresa americana ha sorpreso anche per il ruolo (marginale) occupato dall’azienda nella corsa all’intelligenza artificiale di Cina e Stati Uniti. Manus non è un’azienda fornitrice di tecnologie critiche, non sviluppa un proprio modello di intelligenza artificiale, e anche se all’inizio dello scorso anno, quando è stata presentata, è stata acclamata dai media statali cinesi come “il primo agente di intelligenza artificiale al mondo” si basa su modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) già esistenti per creare programmi di intelligenza artificiale che operano in modo indipendente. Consente agli utenti di creare “agenti” di intelligenza artificiale personali, capaci di svolgere autonomamente compiti complessi, come gestire file, creare software, fare ricerche personalizzate, prenotare viaggi, fare ricerche di mercato e persino preparare bilanci.
L’azienda che ha dato origine al progetto, la startup di intelligenza artificiale Butterfly Effect, è stata fondata in Cina nel 2022 da ingegneri cinesi aprendo uffici nella capitale Pechino e a Wuhan. Poi l’anno scorso, pochi mesi dopo il lancio, l’azienda ha trasferito la propria sede e il team principale a Singapore, licenziando il personale cinese, un passaggio ritenuto necessario per attirare investimenti stranieri. E’ così che Meta è intervenuta per acquisire l’app di intelligenza artificiale e integrarla in Meta AI, annunciando l’accordo a dicembre e scatenando l’ira di Pechino. A gennaio, poco dopo l’acquisizione, le autorità di regolamentazione cinesi hanno avviato un’indagine per verificare se Manus avesse violato le norme nazionali in materia di investimenti e convocato a Pechino i suoi due co-fondatori, l’amministratore delegato Xiao Hong e il responsabile scientifico Ji Yichao, imponendo loro il divieto di espatrio. La richiesta cinese di annullare l’accordo non solo è complicata dal punto di vista pratico – Meta ha già integrato Manus nei suoi tools e secondo il Financial Times potrebbe dover scorporare l’azienda acquisita a un nuovo acquirente, rivenderla ai suoi precedenti investitori o trovare nuovi finanziatori – ma segna una linea rossa per tutte le startup e aziende tecnologiche che fanno affidamento sul trasferimento fuori dalla Repubblica popolare cinese per assicurarsi investimenti esteri e contratti commerciali ed eludere le norme nazionali. I talenti e le tecnologie cinesi non sono in vendita, tanto meno ad aziende americane, e non basta trasferirsi a Singapore.
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Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.