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L’arte di re Carlo che va da Trump ad aggiustare la special relationship
I Windsor in America per un viaggio che dovrebbe rafforzare il legame fra il Regno Unito e gli Stati Uniti, dopo gli ultimi screzi diplomatici fra le due sponde dell’Atlantico
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27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:27 PM

Il presidente Trump insieme a Re Carlo III prima della visita al castello di Windsor (settembre 2025, foto Lapresse)
Tutte le visite di stato sono delicate; questa, di più. Da oggi, Carlo III e Camilla sono in America per un viaggio che dovrebbe rafforzare quella “special relationship” fra il Regno Unito e gli Stati Uniti che non è mai sembrata così disunita, anche soltanto perché sottoposta ai colpi di testa di Donald Trump. Da ogni punto di vista, caratteriale, culturale e sociale, Charles e Donald sono più o meno agli antipodi: certo aiuterà il fatto che agli americani, come a ogni popolo repubblicano, piace moltissimo la monarchia. Ma è certo che il re dovrà esibirsi in una danza che peraltro conosce bene: quella sulle uova.
A complicare una missione già non semplice, i problemi di sicurezza. Si è appena visto che quella del presidente non brilla, e se chi ti ospita è stato vittima di un attentato poche prima del tuo arrivo l’atmosfera non dev’essere proprio serena. A renderla greve, gli ultimi screzi diplomatici fra le due sponde dell’Atlantico. Trump è scontento del sostegno insufficiente di Keir Starmer alla sua confusa guerra contro l’Iran e ha minacciato di cambiare la linea americana sulla vecchia ma sempre dolente questione delle isole Falkland, cui i britannici non vogliono rinunciare e che gli argentini non rinunciano a rivendicare. Non solo: sia Trump sia i Windsor sono coinvolti nello scandalo Epstein.
Carlo ha sì defenestrato il fratello Andrea, ma il deputato americano Ro Khenna lo ha lo stesso criticato perché, secondo lui, in America il re avrebbe dovuto incontrare le vittime di Epstein. E, sempre a proposito di polemiche parlamentari, dopo l’attacco all’Iran diversi membri dei Comuni hanno invitato Starmer a chiedere a Carlo di rinunciare alla visita in segno di protesta. Il primo ministro ha risposto che il viaggio serve appunto a rafforzare l’amicizia fra i due paesi. Tanto basta perché il “royal editor” di Itv News, Chris Ship, parli di questo come “il più rischioso viaggio diplomatico del regno di Carlo III”. Il quale peraltro negli States c’è già stato diciannove volte, ma sempre da principe di Galles. Trump, con la consueta enfasi, blatera invece su Truth che “non vedo l’ora di trascorrere del tempo con il re, che rispetto moltissimo. It will be TERRIFIC!”, la maiuscola è d’autore, e immaginiamo sarà “terrific” anche per Carlo, ma in un altro senso. Per finire con la lista delle delicatezze, la visita dovrebbe celebrare i 250 anni dell’Indipendenza americana (Elisabetta era già andata nel 1976 per i duecento), evento sul quale i giudizi britannici non sono entusiasti come quelli dei cugini: insomma, sarebbe come se il presidente austriaco venisse a Milano a festeggiare le Cinque giornate.
Detto questo, il programma prevede le solite cortesie. Oggi Carlo e Camilla hanno preso un tè con Donald e Melania, poi c’è stato un garden party al quale l’ambasciata britannica ha però sconsigliato alle gentili ospiti di presentarsi con il cappello (il cappellino è il vero scoglio sul quale può naufragare la relazione speciale). Oggi Carlo parlerà al Congresso e banchetterà alla Casa Bianca; mercoledì, i Windsor saranno a New York e giovedì in Virginia, poi partiranno, immaginiamo con un certo sollievo, per le isole Bermuda (Carlo è re anche di quelle). Come rileva il giornalista Ben Judah, la diplomazia reale continua a funzionare, e forse meglio di quella del Foreign Office, azzoppato dall’ormai cronica instabilità politica britannica. In particolare, in un momento come questo pesa la lunga relazione della Royal family con quelle che regnano nel Golfo persico: uno di migliori amici personali di Carlo era il mitico Qaboos, l’illuminato sultano dell’Oman. Judah fa anche notare il ruolo sempre più importante che ricopre “su tutte queste questioni” il segretario privato del re, “di fatto un re a Whitehall”. Si tratta di un diplomatico di carriera: nel caso di Carlo, sir Clive Alderton, con lui dal 2015 dopo essere stato ambasciatore in Marocco, venticinquesimo segretario privato dal 1805, quando la carica fu creata per sostenere Giorgio III già impazzito. E’ la vecchia querelle fra politici e funzionari: i primi hanno la legittimazione del voto, i secondi della carriera, e di solito contano di più perché i politici passano e i grand commis restano. Almeno, il “private secretary” non è il solito dipendente pubblico fannullone: si tratta di un lavoro massacrante. Per dire: quello di Giorgio V, bisnonno dell’attuale sovrano, Arthur Bigge, redasse di persona a mano, per ventun anni, tutta la corrispondenza del re, e scrivendo sempre in piedi su uno speciale leggio. Non stupisce che sia stato fatto barone Stamfordham (ma mai mandato in pensione).