Idee per prepararsi al vertice Nato di Ankara (una parata!)

C'è bisogno di un'agenda studiata per portare a casa dei risultati: soluzioni costruttive per Groenlandia e Hormuz, l'istituzione di un Nato Transition Planning Group, il potenziamento delle difese sui confini orientali e, perché no, anche un po' di sfoggio di muscoli

22 APR 26
Immagine di Idee per prepararsi al vertice Nato di Ankara (una parata!)

Foto LaPresse

Roma. Mancano meno di cento giorni al Vertice Nato 2026 ad Ankara, in Turchia, e gli alleati si interrogano su come rendere questa riunione un successo. Da un lato, l’anno scorso all’Aia il presidente americano Donald Trump ha spinto gli alleati a portare la spesa per la difesa al 5 per cento del pil entro il 2030. Con un’agenda giusta ad Ankara, la Nato potrebbe consolidare questo risultato. Ma dall’altro lato resta un po’ di inquietudine: Trump ha criticato gli alleati per la riluttanza a sostenere la guerra contro l’Iran e ha messo in dubbio il valore dell’Alleanza per gli Stati Uniti. Su Dispatches, la rubrica di analisi dell’Atlantic Council, alcuni esperti hanno proposto cinque idee per fare di Ankara un vertice di successo.
La prima è trovare soluzioni costruttive su Groenlandia e Stretto di Hormuz. Secondo James J. Townsend Jr., senior advisor al Transatlantic Security Initiative del Scowcroft Center, l’unità dell’Alleanza è stata messa alla prova da due episodi nel 2026: la proposta di Trump di acquisire la Groenlandia e la riluttanza europea a sostenere gli attacchi americano-israeliani contro l’Iran. Il vertice di luglio potrebbe essere l’occasione per offrire proposte concrete su entrambi i fronti – non per cedere alle richieste americane, ma per avanzare soluzioni nell’interesse degli stessi alleati europei. Sulla Groenlandia, il summit potrebbe annunciare dispiegamenti di truppe, esercitazioni e investimenti nelle capacità artiche sotto l’ombrello di Arctic Sentry, l’iniziativa Nato lanciata all’inizio dell’anno, dimostrando che non si tratta di un semplice titolo di giornale. Sullo Stretto di Hormuz, si potrebbe trasformare le nascenti proposte franco-britanniche per la sicurezza marittima in un’operazione a guida Nato di lungo periodo, trasferendo la leadership operativa al Comando congiunto alleato di Napoli. Questo darebbe a Trump qualcosa da rivendicare come vittoria senza compromettere le linee rosse di nessun alleato.
La seconda opportunità riguarda la creazione di un Nato Transition Planning Group. Il segretario generale Mark Rutte ha chiesto un cambio di mentalità per passare da una “malsana co-dipendenza a una sana partnership” con gli Stati Uniti. Per Hans Binnendijk, distinguished fellow dell’Atlantic Council, per guidare questa transizione si potrebbe istituire un Nato Transition Planning Group con partecipazione americana, europea e canadese, incaricato di coordinare gli sforzi nazionali e industriali. Molti contributi americani all’alleanza, come il trasporto strategico, la difesa missilistica, il rifornimento aereo, l’intelligence operativa e la tecnologia satellitare, richiedono tempo per essere sostituiti o trasferiti agli europei. Senza una pianificazione ordinata, si rischia di creare pericolose lacune nella deterrenza Nato. Il gruppo stabilirebbe tempistiche realistiche, ordini di priorità e risposte a domande cruciali come: quali capacità devono restare americane? Chi in Europa prende in carico le altre? Come si adeguano le industrie della difesa?
La terza opportunità è quella di spingere l’Europa occidentale a fare di più sul fianco orientale. Secondo Ian Brzezinski, resident senior fellow del Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, nel quadro dell’Enhanced Forward Presence (EFP), gli otto gruppi tattici multinazionali dispiegati in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia contano circa 25.000 effettivi, di cui 15.000 americani – 10.000 solo in Polonia. Gli Stati Uniti forniscono quindi da soli più della metà del rinforzo alla frontiera orientale. Gli stati membri dell’Europa occidentale dovrebbero espandere la propria presenza militare in ciascuno dei paesi EFP fino all’equivalente di una brigata da combattimento pienamente operativa, raggiungendo o superando i livelli di dispiegamento americano nella regione.
La quarta opportunità servirebbe a mostrare cosa significa “5 per cento” in concreto, per esempio con una parata. L’idea di John R. Deni, nonresident senior fellow al Transatlantic Security Initiative dell’Atlantic Council, è che invece di cercare di replicare lo storico accordo sul 5 per cento, il vertice di Ankara dovrebbe concentrarsi sull’attuazione di quell’impegno, con particolare enfasi sugli acquisti di equipaggiamento militare americano da parte degli europei. Dal 2024, gli alleati europei hanno acquistato o si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti elicotteri Apache (Polonia), F-35 (Romania), aerei da pattugliamento marittimo P-8 (Danimarca), missili Standard e AMRAAM (Germania, Finlandia, Paesi Bassi), missili Sidewinder e siluri MK 54 (Norvegia), missili Tomahawk (Paesi Bassi), missili Hellfire (Belgio) e missili Javelin (Estonia). Una parata militare di queste attrezzature per le strade di Ankara potrebbe formare il cuore del programma ufficiale del vertice. Invierebbe un segnale deterrente alla Russia, rassicurerebbe le opinioni pubbliche alleate e permetterebbe a Trump, noto appassionato di tali eventi, di associarsi a una vivida dimostrazione della forza militare americana.
Infine, si potrebbe pensare di ridurre la frequenza dei vertici Nato. Nei quarant’anni di Guerra Fredda, la Nato tenne solo otto vertici. Oggi sono diventati appuntamenti annuali, che dominano il calendario dell’Alleanza e generano una corsa ai “risultati” di facciata. Questa dinamica difficilmente soddisferà l’ostilità di Trump o fornirà un indirizzo strategico reale, specie quando questioni cruciali come una nuova strategia verso la Russia vengono sistematicamente evitate. Per Phyllis Berry, nonresident senior fellow allo Europe Center e Transatlantic Security Initiative dell’Atlantic Council, gli alleati dovrebbero invece concentrarsi sul rispetto degli impegni già presi, sulla prosecuzione delle esercitazioni Nato e sul consolidamento degli otto gruppi tattici sul fianco orientale. La maggior parte di questo lavoro potrebbe essere svolta al di sotto del livello dei capi di stato e di governo. Ridurre il numero di vertici ad alto profilo consentirebbe all’Alleanza di lavorare in modo più efficace, abbassando i toni di uno scontro diplomatico ormai troppo spesso messo in scena.