Così il sequestro della Touska condiziona i colloqui tra America e Iran

Il cargo iraniano abbordato dagli americani dopo sei ore di avvertimenti radio inascoltati. Il tempismo e la “massima pressione”

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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:12 PM
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La portacontainer Touska in una foto di repertorio (Photo by Sam Tsang/South China Morning Post via Getty Images)

Domenica 19 aprile, alle 19:37, una nave cargo lunga quasi 270 metri e battente bandiera iraniana è stata fermata, colpita e sequestrata nel Golfo dell’Oman dalla marina americana. Il vascello si chiama Touska e può trasportare circa 4.800 container. L’USS Spruance, cacciatorpediniere lanciamissili, l’aveva intercettata mentre tentava di raggiungere il porto di Bandar Abbas violando il blocco navale americano dei porti iraniani, in vigore dal 13 aprile. Sei ore di avvertimenti radio senza risposta, poi i colpi del cannone da 127 millimetri nella sala motori, l’immobilizzazione della nave e l’abbordaggio dei marines imbarcati sulla USS Tripoli, la nave d’assalto anfibio arrivata nell’area a marzo dalla base di Okinawa. Donald Trump, annunciando l’operazione su Truth Social, ha precisato che la Touska era già sotto sanzioni del Tesoro americano per “precedenti attività illegali”: fa parte della flotta della Islamic Republic of Iran Shipping Lines (Irisl), la compagnia di navigazione statale iraniana che il dipartimento di stato ha designato come vettore privilegiato dei programmi di proliferazione missilistica di Teheran.
Si tratta del primo sequestro dall’entrata in vigore del blocco navale, e il suo impatto va oltre la dimensione operativa: l’operazione è avvenuta nelle stesse ore in cui la Casa Bianca annunciava l’invio di una delegazione a Islamabad per il secondo round di colloqui con l’Iran, ed è bastata a spingere Teheran a tentennare sulla sua partecipazione al negoziato. Il contesto in cui la Touska viene sequestrata è quello di una tregua già in bilico. Il cessate il fuoco siglato l’8 aprile reggeva, ma appena. Il venerdì precedente, Trump aveva dichiarato che l’Iran aveva “accettato tutto”, innescando un rimbalzo dei mercati azionari. Il sabato, la realtà aveva smentito l’ottimismo presidenziale: le Guardie della Rivoluzione avevano aperto il fuoco su due petroliere battenti bandiera indiana che tentavano il transito nello Stretto di Hormuz, la via d’acqua di 33 chilometri alla sua larghezza minima attraverso cui passa circa il 20 per cento del commercio petrolifero mondiale. Il ministro degli Esteri indiano aveva convocato l’ambasciatore iraniano per protestare. Nel giro di quarantotto ore, la finestra di ottimismo aperta dall’annuncio presidenziale si era richiusa, e il conflitto, al suo cinquantunesimo giorno, aveva ritrovato la sua temperatura ordinaria: alta e instabile, con entrambe le parti che impiegavano l’inasprimento delle azioni militari come strumento di pressione sul tavolo negoziale.
Il sequestro della Touska si inserisce in questa logica accentuandone la deriva negativa. Il comando militare congiunto iraniano, il Khatam al Anbiya, ha definito l’operazione “pirateria armata” e ha promesso ritorsioni. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha dichiarato il blocco navale americano una violazione del cessate il fuoco. Le fonti iraniane citate da al Jazeera sono state esplicite: Teheran non siederà a Islamabad finché il blocco sarà operativo. Un analista dell’Australian National University, Amin Saikal, ha sintetizzato il rischio con una formula diretta: l’abbordaggio rischia di “silurare le possibilità di un risultato ragionevole dai colloqui di Islamabad”. I negoziatori americani guidati dal vicepresidente J. D. Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, consigliere della Casa Bianca e genero del presidente, sono partiti per il Pakistan con la prospettiva di ritrovarsi a un tavolo vuoto.
La questione che l’episodio solleva non riguarda tanto la legittimità dell’operazione in sé quanto la sua tempistica: Washington aveva probabilmente il diritto di sequestrare la Touska, ma il momento scelto per farlo ha prodotto conseguenze diplomatiche difficili da contenere. Sul piano del diritto navale, la valutazione della professoressa Jennifer Parker dell’Università dell’Australia occidentale, pubblicata da The Conversation il 20 aprile, introduce una distinzione che la copertura mediatica di questi giorni ha quasi ignorato: gli Stati Uniti non stanno bloccando lo Stretto di Hormuz, stanno bloccando i porti iraniani. La differenza è giuridicamente rilevante: un blocco dello Stretto sarebbe illegale perché violerebbe il diritto di passaggio in transito garantito dall’articolo 38 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare a tutte le navi nelle vie d’acqua internazionali. Il blocco americano opera invece nel Golfo dell’Oman e nel Mar Arabico settentrionale, intercettando navi in rotta verso o da scali iraniani, e per Parker appare conforme ai requisiti del diritto bellico, che impone dichiarazione, imparzialità, accesso per beni umanitari ed effettività. Il Centcom (United States Central Command, il comando americano responsabile del medio oriente) ha comunicato di aver respinto 25 navi dall’entrata in vigore del blocco; l’uso del fuoco di disabilitazione contro la Touska, che aveva ignorato sei ore di avvisi, rientra secondo l’analista nelle procedure di applicazione coercitiva consentite dal diritto bellico. Opposta è la valutazione sugli attacchi iraniani alle petroliere neutrali sabato: navi mercantili di paesi terzi in transito in uno stretto internazionale non costituiscono obiettivi militari leciti, a meno che non contribuiscano direttamente a operazioni nemiche, condizione che una petroliera indiana con greggio qatariota non soddisfa.
Sul destino dell’equipaggio il quadro resta aperto: l’armatore ha dichiarato i marinai incolumi, ma le autorità americane non hanno ancora formalizzato la loro posizione legale. Il Washington Post ha riportato che i marinai non iraniani verrebbero probabilmente rilasciati e rimpatriati, mentre quelli di nazionalità iraniana o con legami accertati con le Guardie della Rivoluzione rischiano la detenzione. Il sequestro è avvenuto nelle stesse ore in cui la Casa Bianca annunciava l’invio della delegazione a Islamabad, e quella sovrapposizione non è accidentale: è la cifra di un approccio negoziale che si potrebbe definire di coercizione preventiva, nel senso che Washington ha sistematicamente scelto di inasprire la pressione militare nei momenti in cui l’Iran mostrava margini di apertura, non nei momenti di stallo. Il 17 aprile il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi aveva dichiarato lo Stretto “completamente aperto”, segnalando disponibilità negoziale in un momento critico dei colloqui: nel giro di poche ore, la Marina delle Guardie della Rivoluzione aveva smentito la dichiarazione aprendo il fuoco su navi in transito, con Trump che ne aveva approfittato per annunciare nuovi bombardamenti sull’isola di Kharg, il principale hub petrolifero iraniano. Il giorno prima della ripresa prevista dei colloqui di Islamabad, la Touska è stata colpita, immobilizzata e sequestrata. Il pattern è riconoscibile: ogni volta che si apre uno spiraglio diplomatico, un’azione militare americana ne ridefinisce le condizioni prima che l’Iran possa sedersi in posizione di relativa forza. La lettura ottimistica è che si tratti di pressione tattica calibrata, volta a estrarre concessioni massimali in una finestra temporale stretta. Quella più fredda è che Washington stia negoziando e simultaneamente impedendo all’interlocutore di presentarsi al tavolo con le mani libere: una strategia che si presenta come pressione ma probabilmente produce l’effetto opposto a quello dichiarato, consegnando alle Guardie della Rivoluzione il pretesto per neutralizzare ogni apertura del ministero degli Esteri e con essa il controllo del ritmo diplomatico che l’Amministrazione americana vorrebbe tenere per sé. La dinamica del doppio binario iraniano, con la diplomazia di Araghchi che apre e i pasdaran che chiudono, non è una disfunzione del regime: è la sua risposta razionale a un interlocutore che usa la coercizione come linguaggio primario anche durante la tregua.
Questa dinamica aiuta a capire perché Islamabad rischi di non bastare, anche se la delegazione iraniana alla fine si presentasse. Le questioni strutturali sul tavolo negoziale, le scorte di uranio arricchito, il futuro del programma balistico e il ritiro del blocco americano sono tutte di primo piano. A renderle ancor più difficili da sbrogliare contribuisce però il fatto che Teheran ha incorporato nelle proprie strutture di potere la capacità di chiudere Hormuz come strumento di pressione permanente: qualsiasi governo iraniano che cedesse quella leva si troverebbe in una posizione insostenibile davanti alle Guardie della Rivoluzione. Il deputato Ebrahim Azizi ha dichiarato alla Bbc che in Parlamento è in corso la stesura di una legge che istituzionalizzerà il regime iraniano di controllo del passaggio nello Stretto, basata sull’articolo 110 della Costituzione della Repubblica islamica. Se approvata, quella legge trasformerebbe il controllo di Hormuz da postura di guerra in diritto nazionale codificato. Il primo vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ha sintetizzato la posizione di Teheran con una formula che non ammette ambiguità: “O un mercato petrolifero libero per tutti, o il rischio di costi elevati per tutti”.
La Touska è ferma nel Golfo dell’Oman con la sala motori distrutta, i marines a bordo e l’equipaggio in stato di custodia non ancora formalizzato. Il cessate il fuoco scade mercoledì. Domenica è stato il giorno di transito più basso dall’inizio del conflitto: zero navi attraverso lo Stretto, secondo i dati di Kpler. Se i colloqui di Islamabad dovessero riprendere nei prossimi giorni, si svolgeranno in un contesto in cui la parte iraniana ha già posto come condizione preliminare la revoca del blocco navale, mentre Washington considera il blocco stesso la principale leva di pressione disponibile. Le due posizioni non sono al momento componibili, e il sequestro della Touska ha reso più difficile, non più facile, trovare la formula che le avvicini.