La debolezza del Pakistan come negoziatore è tutta nell’accordo di difesa con l’Arabia Saudita

Il paese che sta ospitando i colloqui di pace fra America e Iran è al collasso economico e rischia di finire coinvolto direttamente nella guerra. In base a un accordo con Riad infatti, il Pakistan garantirebbe sostegno militare e soprattutto il suo ombrello nucleare all’Arabia Saudita, in cambio di sostegno finanziario alla sua instabile economia

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15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 11:44 AM
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Il vicepresidente americano J.D. Vance e capo delle Forze armate del Pakistan Asim Munir

Ieri il presidente americano Donald Trump ha rinnovato la sua fiducia al feldmaresciallo Asim Munir, capo delle Forze armate del Pakistan e leader militare ombra del paese che sta ospitando i colloqui di pace fra America e Iran. Confermando che i negoziati potrebbero ripartire nei prossimi giorni, Trump ha detto che “il feldmaresciallo sta facendo un ottimo lavoro. E’ probabile che torniamo lì”, intendendo a Islamabad, la capitale pachistana in questi giorni blindata per la presenza delle squadre negoziali: “Perché dovremmo andare in un paese che non c’entra nulla?”. Il Pakistan si trova al centro degli sforzi per far tornare Washington e Teheran al tavolo, sostenuto da turchi ed egiziani, ma nelle ultime ore sono aumentati i dubbi sul ruolo “di pace” di un paese per nulla terzo, e anzi coinvolto direttamente nel conflitto. Nelle scorse settimane lo sforzo diplomatico del Pakistan è stato celebrato perfino sui giornali indiani, per aver reso possibile il primo dialogo diretto ad alto livello fra Stati Uniti e Iran sin dal 1979. Eppure il doppio (a volte triplo) gioco pachistano, che divenne quasi proverbiale nei corridoi del dipartimento di stato americano subito dopo l’11 settembre, è tornato a mostrarsi tre giorni fa, quando mentre a Islamabad americani e iraniani si sedevano faccia a faccia, alla base aerea King Abdulaziz dell’aeronautica militare saudita atterravano alcuni caccia e aerei di supporto pachistani.
E’ stato il ministero della Difesa saudita ad annunciare l’arrivo del contingente militare pachistano, dicendo che il dispiegamento mira a rafforzare l’accordo di cooperazione in materia di difesa firmato tra i due paesi nel settembre del 2025. Ieri Murtaza Hussain, ex giornalista di The Intercept che ora lavora a un altro media investigativo americano, Drop Site News, ha pubblicato i dettagli di quell’accordo di mutua difesa che di mutua difesa ha ben poco, e che dimostra la posizione di debolezza in cui si muove il Pakistan nelle mani di Munir da un lato e del suo governo “civile” guidato dal primo ministro Shehbaz Sharif. I dettagli dell’accordo di difesa fra Riad e Islamabad non erano mai stati resi noti, e non sono mai passati attraverso il Parlamento pachistano, e “il rischio che il Pakistan possa essere trascinato nella guerra è anche un elemento chiave per comprendere lo zelo dei leader pachistani nel cercare di porre fine ai combattimenti”, scrive Hussain. Tra i primi passi falsi di Sharif c’è una bozza di messaggio sul social X, quello che annunciava il cessate il fuoco di due settimane, che era stato evidentemente revisionato o addirittura scritto dagli americani, e di cui nei giorni scorsi si è discusso parecchio. Ma quello in realtà non era il solo simbolo di una dipendenza economica cruciale per la sopravvivenza del Pakistan: anche “la relazione mercenaria fra Pakistan e Arabia Saudita”, ha scritto ieri Moeed Pirzada, analista anglo-pachistano, “dimostra la misura con cui il Pakistan ha perso la sua sovranità a causa della sua economia fallimentare. Poiché nulla sta funzionando per l’economia, si può temere sempre più compromessi sfacciati nel prossimo futuro”.
Secondo i dettagli dell’accordo fra Riad e Islamabad rivelati da Drop Site, il Pakistan garantirebbe sostegno militare e soprattutto il suo ombrello nucleare all’Arabia Saudita in un obbligo molto poco reciproco, dato che in cambio di una difesa “a chiamata” il regno offre solo sostegno finanziario all’instabile economia pachistana, anche con circa cinque miliardi di dollari in depositi presso la Banca centrale di Islamabad, che vengono rinnovati periodicamente. Degli investimenti sauditi promessi per ora non v’è traccia in Pakistan. Tra il 2021 e il 2022 l’ex primo ministro Imran Khan aveva tenuto sulla scrivania l’accordo con Riad perché non lo convinceva: “Nell’aprile 2022, Khan è stato rimosso dal governo con quello che è stato definito un colpo di stato militare poco velato”, si legge su Drop Site. “Il documento riassuntivo è stato infine firmato nel febbraio 2024 dal governo ad interim sostenuto dai militari, salito al potere dopo aver incarcerato Khan e bandito il suo partito politico”.
Il governo Sharif-Munir è costretto a fare i conti con il sentimento anti-americano e anti-israeliano della popolazione, una comunità sciita numerosa e influente, e un potenziale ingresso attivo nel conflitto, nel caso in cui Teheran continuasse a colpire obiettivi e infrastrutture in Arabia Saudita. Islamabad ha molto da perdere nel caso in cui il conflitto si dovesse prolungare, ma non è un negoziatore terzo e indipendente, anzi. E’ forse anche per questa scarsa fiducia nella risolutezza pachistana che l’Arabia Saudita in queste ore starebbe facendo pressioni sulla Casa Bianca per riaprire i negoziati e abbandonare il blocco navale sullo Stretto di Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, i paesi del Golfo temono che la guerra si risolva con il controllo iraniano sullo Stretto, ma anche con una rappresaglia da parte degli Houthi, che potrebbero decidere di tenere in ostaggio l’altro stretto cruciale della regione, quello di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano e dove l’Arabia Saudita ha dirottato gran parte delle sue esportazioni di petrolio greggio.