Il Pakistan a caccia di legittimità nei negoziati sull'Iran

Islamabad vuole sedere al tavolo con Washington e Teheran. E' un potere diplomatico che serve al governo di Sharif contro l’Afghanistan e l’India

di
28 MAR 26
Immagine di Il Pakistan a caccia di legittimità nei negoziati sull'Iran

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif attende mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla ai giornalisti nello Studio Ovale della Casa Bianca il 25 settembre 2025 a Washington (Foto di Andrew Harnik/Getty Images)

Il Pakistan sta lavorando per ritagliarsi un ruolo centrale nei negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran. Il coinvolgimento di Islamabad è stato confermato ieri anche dall’inviato speciale dell’Amministrazione Trump, Steve Witkoff. E non si tratta soltanto di facilitare contatti fra Washington e Teheran, perché il governo guidato (formalmente) da Shehbaz Sharif prova a posizionarsi come un attore indispensabile in una crisi che rischia di non essere più solo regionale. Il ministro degli Esteri pachistano, Ishaq Dar, ha detto ieri che i colloqui tra Stati Uniti e Iran per ora avvengono “indirettamente” attraverso messaggi trasmessi dal Pakistan. Secondo le ricostruzioni dei media pachistani, fino alla scorsa settimana Pakistan, Turchia ed Egitto si stavano muovendo indipendentemente per aprire canali diplomatici, ma poi domenica scorsa il presidente americano Donald Trump ha telefonato al capo delle Forze armate pachistane, Asim Munir.
Quella telefonata ha reso il quartier generale di Rawalpindi – cioè il vero centro del potere strategico pachistano – più legittimato nel suo ruolo di mediazione. Qualche giorno dopo, il primo ministro Shehbaz Sharif ha anche offerto Islamabad come sede per negoziati diretti. Secondo una fonte pachistana citata da Reuters, il Pakistan avrebbe già ottenuto un primo risultato concreto, quando Israele ha rimosso il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dalla propria lista di obiettivi, dopo una richiesta trasmessa da Islamabad a Washington. Sushant Singh, lecturer in South Asian Studies a Yale, dice al Foglio che il ruolo pachistano nella mediazione è più limitato, e per questo più vantaggioso: “Non è quello di mediatore ma solo di messaggero, che richiede molto meno” in termini di responsabilità. E soprattutto “questo permetterà al Pakistan di ottenere il sostegno regionale e l’aiuto degli Stati Uniti di cui ha bisogno sul fronte afghano”. Il conflitto fra Pakistan e Afghanistan, iniziato solo due giorni prima del primo bombardamento americano-israeliano contro Teheran, è in una fase di stallo sin dalla tregua della fine del Ramadan la scorsa settimana.
“Il governo di Islamabad è stato protagonista sin dall’inizio”, spiega al Foglio Filippo Boni, docente di Relazioni internazionali alla Open University britannica ed esperto di Asia meridionale. Il Pakistan ha un interesse diretto a ridurre le tensioni, perché i legami con Teheran restano profondi: il paese ospita una delle più grandi comunità sciite della regione (circa il 15-20 per cento della popolazione) e rappresenta da decenni un canale diplomatico sensibile, anche nei rapporti indiretti con gli Stati Uniti – al punto che la rappresentanza diplomatica iraniana a Washington è ospitata dall’ambasciata pachistana sin dal 1979. Allo stesso tempo, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il Pakistan ha ottenuto una vicinanza inedita all’Amministrazione, e a differenza di Turchia e Qatar non ospita sul suo territorio basi militari americane. In più, mantiene un rapporto stretto con l’Arabia Saudita, rafforzato lo scorso anno con un patto di mutua difesa. Questa posizione gli consente di parlare con più attori e di proporsi come intermediario credibile. Lavorando in una crisi grossa come questa “il Pakistan sta cercando di guadagnare credibilità sia agli occhi di Pechino sia di Washington”, dice Boni – non a caso ieri Sharif ha incontrato l’ambasciatore cinese Jiang Zedong a Islamabad. “E allo stesso tempo si costruisce un capitale politico con l’Iran in vista del dopo-conflitto”.
Costruire l’immagine di un Pakistan capace di mediare significa ottenere legittimità sui due fronti più importanti dal punto di vista della politica estera della leadership militare pachistana: l’Afghanistan dei talebani e l’India. La mossa si nota anche nella propaganda. A settembre dello scorso anno Islamabad ha rifondato PTV World, la tv di stato in lingua inglese, come “Pakistan Tv”, in una più ampia operazione di rilancio mediatico che serve a proiettare la posizione di Islamabad all’estero cercando di contenere la narrativa indiana e di costruire la narrazione di un paese vittima del terrorismo talebano. Per Nuova Delhi il protagonismo del Pakistan, legittimato da Trump, è un fallimento gigantesco della strategia dell’isolamento di Islamabad, in una frustrazione anche molto esplicita: ieri il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ha detto che il ruolo del Pakistan nei contatti tra Stati Uniti e Iran è quello della “nazione dalal”, cioè di un paese passacarte, servile, un ruolo che l’India forte della sua indipendenza strategica non potrebbe mai assumere.
Se il “sistema ibrido” pachistano della doppia leadership – civile e militare, Sharif e Munir – sembra per ora reggere, il contesto interno però resta delicato. Il fronte afghano è formalmente ancora aperto e la sicurezza interna fragile, anche per l’attività del gruppo terroristico Tehreek-e-Taliban Pakistan. E questo fattore pesa anche sull’eventuale ruolo di Islamabad come sede dei negoziati.