Il reset europeo con Budapest. I dossier che si sbloccano tolto il “granello di sabbia” che inceppava l’Ue

Prestito all’Ucraina, sanzioni contro la Russia, fondi dell’Ue congelati, fine dell’unanimità: l’Unione europea è convinta che Magyar permetterà di sbloccare diverse questioni che si erano impantanate a causa di Orbán. Ma la seconda priorità di Bruxelles è la ricostruzione dello stato di diritto in Ungheria

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14 APR 26
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Peter Magyar. Foto Ansa

Bruxelles. Ursula von der Leyen ieri non ha nascosto il suo entusiasmo per la fine dei 16 anni di regno di Viktor Orbán in Ungheria. “Voglio davvero dirlo ai cittadini ungheresi: lo avete fatto di nuovo, contro ogni probabilità, come lo avevate fatto nel 1956 quando avevate resistito coraggiosamente, e come nel 1989, quando eravate stati i primi a tagliare il filo spinato che divideva il continente”, ha detto la presidente della Commissione, commentando la vittoria di Péter Magyar nelle elezioni di domenica. Il paragone con la resistenza ai carri armati sovietici e con la caduta del comunismo può essere esagerato. Ma le parole di von der Leyen riflettono i danni che Orbán ha provocato alla capacità dell’Unione europea di agire e alla sua credibilità come area democratica fondata sullo stato di diritto. Il cambio di regime a Budapest è stato salutato da quasi tutti i capi di stato e di governo. La partenza di Orbán è rimpianta solo da Robert Fico, Andrej Babis e, in misura minore, da Giorgia Meloni. Prestito all’Ucraina, sanzioni contro la Russia, fondi dell’Ue congelati, fine dell’unanimità: l’Ue è convinta che Magyar permetterà di sbloccare diversi dossier che si erano impantanati a causa di Orbán. La prima priorità per l’Ue nelle relazioni con Magyar sarà sboccare il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, di cui Kyiv ha urgentemente bisogno per continuare a difendersi dalla guerra di aggressione della Russia.
Nella sua conferenza stampa ieri, il futuro premier ungherese ha segnalato un cambio di direzione su Vladimir Putin. Non solo l’Ungheria toglierà il veto di Orbán al prestito, ma approverà il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che è rimasto bloccato per la disputa sulla riparazione dell’oleodotto Druzhba, danneggiato dai russi in un bombardamento a gennaio e che Volodymyr Zelensky ha ritardato a riparare. Senza Orbán, sarà molto più difficile per il premier slovacco, Robert Fico, continuare a fare resistenza. L’arrivo di Magyar dovrebbe consentire anche di sbloccare 6,5 miliardi di euro della European Peace Facility, il fondo per rimborsare gli stati membri che offrono forniture militari all’Ucraina, che da tre anni è diventato inoperativo per un altro veto di Orbán. La Polonia sta aspettando oltre due miliardi di euro dalla European Peace Facility. La Commissione spera anche che Magyar dia rapidamente il via libera all’apertura di tutti i capitoli negoziali nel processo di adesione dell’Ucraina (a cui è associata anche la Moldavia).
In politica estera Magyar ha promesso che l’Ungheria non sarà più il “granello di sabbia” che blocca la macchina dell’Ue. L’annuncio potrebbe avere ripercussioni anche sul medio oriente. La fine del veto ungherese dovrebbe permettere all’Ue di approvare le sanzioni contro i coloni violenti in Cisgiordania. Per contro, alcuni stati membri fanno ancora resistenza sulla sospensione della parte commerciale dell’accordo di associazione con Israele. Anche sulla Cina, la partenza di Orbán dovrebbe permettere all’Ue di essere più incisiva, almeno nelle sue dichiarazioni sulle violazioni del diritto internazionale e dei diritti fondamentali. Nel 2016 l’Ungheria aveva bloccato una dichiarazione sulla sentenza della Corte internazionale di giustizia avversa a Pechino per il suo espansionismo nel Mar cinese meridionale. Nel 2021, Budapest aveva impedito l’adozione di una dichiarazione contro l’imposizione da parte della Cina della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong.
La seconda priorità dell’Ue è la ricostruzione dello stato di diritto in Ungheria. I sedici anni di Orbán hanno trasformato il paese in una democrazia illiberale (la definizione è la sua) e in un’autocrazia elettorale (la definizione è del Parlamento europeo). Hanno anche mostrato l’impotenza dell’Ue a reagire rapidamente e con efficacia alle derive di uno stato membro. C’è anche la necessità di evitare a Magyar una crisi finanziaria, dopo che Orbán ha creato un enorme buco di bilancio per distribuire sussidi in campagna elettorale. I fondi del Pnrr e della coesione congelati per le violazioni sistematiche dello stato di diritto ammontano a circa 17 miliardi. Una parte potrebbe essere sbloccata rapidamente dalla Commissione se Magyar realizzerà le riforme promesse sull’indipendenza della giustizia e degli organismi anti corruzione. Potrebbero bastare anche solo degli impegni. Era già accaduto con la Polonia, dopo il ritorno di Donald Tusk al potere nel 2023. “Inizieremo a collaborare con il governo il prima possibile (…) per compiere progressi rapidi e necessari a beneficio del popolo ungherese”, ha assicurato ieri von der Leyen. La Commissione potrebbe approvare rapidamente anche il prestito da 16,2 miliardi dello strumento di riarmo Safe.
La pacificazione tra l’Ungheria e l’Ue passa da una normalizzazione dei rapporti sulla politica migratoria. Magyar ha un vantaggio: la Commissione ha già compiuto una svolta a destra su migranti e richiedenti asilo. Il futuro premier ungherese ha promesso comunque di mettersi in regola con una parte del Patto su migrazione e asilo e con le sentenze della Corte di giustizia dell’Ue. Von der Leyen sembra sperare che la partenza di Orbán possa rilanciare il dibattito sulla fine dell’unanimità. “Credo che il passaggio al voto a maggioranza qualificata in politica estera sia un modo importante per evitare blocchi sistematici come quelli che abbiamo visto in passato e dovremmo sfruttare lo slancio attuale per fare progressi su questo tema”, ha detto la presidente della Commissione. Von der Leyen si illude. Diversi leader si sono nascosti dietro ai veti di Orbán sulla fine dell’unanimità. Tra loro c’è Meloni, che ha ribadito la sua opposizione sostenendo che il diritto di veto è necessario per “difendere gli interessi nazionali italiani”.