Trump punta alle casse del regime. Oltre lo Stretto ci sono nuovi contatti con Teheran

Secondo il Wall Street Journal sono più di 15 le navi da guerra statunitensi a sostegno del blocco navale sulle coste iraniane. Per il presidente americano le “persone giuste” in Iran desiderano ancora un’intesa. Le indiscrezioni sul nucleare e la via scelta dagli europei

di
13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:06 PM
Immagine di Trump punta alle casse del regime. Oltre lo Stretto ci sono nuovi contatti con Teheran
Dopo il fallimento dei negoziati ospitati dal Pakistan, domenica Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero bloccato il tentativo di “qualsiasi nave” di “entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz”. Ieri il blocco navale minacciato dal presidente americano è entrato in vigore, ma sin dalle prime ore il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha ridimensionato il concetto di “blocco”, che si riferisce esclusivamente all’intera costa iraniana e “non ostacolerà il transito neutrale attraverso lo Stretto di Hormuz da o verso destinazioni non iraniane”, cioè verso i porti del Golfo. Trump punta a privare il regime delle sue entrate petrolifere, che rappresentano oltre il 50 per cento delle sue esportazioni. 
L’obiettivo del blocco è fare pressione sulle navi dirette ai porti iraniani per costringere il regime a cedere sul nucleare e sull’apertura dello Stretto prima che le sue riserve petrolifere si esauriscano. “Qualsiasi imbarcazione che entri o esca dall’area soggetta a blocco senza autorizzazione è soggetta a intercettazione, dirottamento e cattura”, ha annunciato con una nota il Centcom, e il presidente con un post su Truth ha minacciato che contro le navi sarebbe stato utilizzato “lo stesso sistema di uccisione che usiamo contro i narcotrafficanti sulle barche in mare”. “Se una qualsiasi di queste navi si avvicina al nostro BLOCCO, verrà immediatamente ELIMINATA. (...) E’ rapido e brutale”. Secondo il Wall Street Journal sono più di 15 le navi da guerra statunitensi a sostegno dell’operazione, un avviso ai marittimi emesso dalla UK Maritime Trade Operations, affiliata alla Royal Navy britannica, ha comunicato che sono in vigore  restrizioni all’accesso marittimo  per i porti e le zone costiere iraniane lungo il Golfo Persico, il Golfo dell’Oman e alcune parti del Mar arabico. Con un altro post, due ore dopo l’inizio del blocco, Trump ha annunciato che il giorno prima ben 34 navi avevano attraversato lo Stretto di Hormuz, segnando “il numero più alto da quando è iniziata questa assurda chiusura” (secondo Windward, il 12 aprile 21 navi hanno attraversato lo Stretto).
Prima che entrasse in vigore il blocco americano, le Guardie della Rivoluzione islamica avevano già dichiarato che qualsiasi nave militare americana che si fosse avvicinata allo Stretto sarebbe stata considerata “in violazione del cessate il fuoco e trattata di conseguenza”: il timore che l’Iran possa attaccare le navi in risposta al blocco americano secondo gli analisti significa che finché Teheran non cederà alla riapertura dello Stretto, il numero di navi che lo attraversano rimarrà comunque basso. E visto che dal 28 febbraio scorso, inizio dell’operazione israelo-americana, l’Iran ha accumulato riserve ed esportato più petrolio del solito – le navi collegate a Teheran sono state tra le poche a continuare a navigare nello Stretto a ritmi simili a quelli dei primi attacchi – prima di cedere alle minacce di Trump potrebbe resistere a un blocco navale per settimane, o addirittura mesi.
Secondo la versione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, i colloqui con gli Stati Uniti sarebbero falliti “a un passo dall’accordo” a causa di richieste “eccessive e irragionevoli” da parte americana, mentre Trump ha detto di aver ricevuto ieri un contatto dalle “persone giuste” in Iran che desiderano ancora un’intesa e ha puntualizzato che Teheran non si doterà di armi nucleari: “Abbiamo raggiunto un accordo su molte cose, ma non su questo, anche se credo che lo accetteranno”. Una fonte informata ha detto al sito Axios che il principale impedimento dei negoziati è stata l’indisponibilità del regime a non arricchire l’uranio e a rinunciare alle sue scorte attuali. La parte americana ha proposto  all’Iran  di accettare una moratoria di 20 anni sull’arricchimento dell’uranio, mentre gli iraniani hanno risposto proponendo un periodo “più breve, di una sola cifra”.
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, è andato ieri pomeriggio ai Comuni per riferire sulla crisi dello Stretto (e anche sul riavvicinamento in corso tra il Regno Unito e l’Unione europea) e ha annunciato che questa settimana organizzerà un vertice dei volenterosi che stanno studiando un “piano credibile” per riaprire Hormuz. Anche Emmanuel Macron, presidente francese, aveva detto in mattinata che stava lavorando con Starmer a questo piano per una “missione internazionale a carattere pacifico” per ripristinare il traffico nello Stretto: laddove Trump parla di “blocco navale” e minaccia rappresaglie a chi non lo rispetta, i paesi europei – assieme ad altri ancora da definire: la settimana scorsa i volenterosi riuniti in videoconferenza dal governo di Londra erano circa una quarantina – parlano di liberazione dello Stretto. E’ in questa differenza semantica (l’obiettivo finale è lo stesso) che sta la via scelta dagli europei che non vogliono avere nessun coinvolgimento diretto e offensivo nell’operazione americana. Questo posizionamento è in linea con la strategia adottata in queste settimane – si reagisce solo se attaccati – ma è anche la ragione per cui Trump attacca di continuo la Nato: non siete solidali, dice il presidente americano, e ne pagherete le conseguenze. Tra gli europei le ragioni di una missione indipendente variano, ma si è trovata un’unità nella volontà di non partecipare a un conflitto di cui non si conoscono gli obiettivi e da cui si è stati sostanzialmente esclusi. Che ci sia anche la capacità di pagarne le conseguenze è tutto ancora da vedere.