La via obbligata dell’Europa per difendere le sue conquiste

Nel mondo nuovo possiamo scegliere tra il ruolo dell’agnello, vittima dei predatori, e quello del porcospino. Perché serve conservare e alimentare i diritti collettivi e individuali storicamente conquistati, proteggendoli da coloro che per pura ignavia e desiderio di quieto vivere sono disposti a chiudere gli occhi di fronte ai fautori dell’autoritarismo e del pensiero unico


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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:07 AM
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Due anziani avvolti nelle bandiere europee alla manifestazione ‘Una piazza per l’Europa’ a Piazza del Popolo, Roma, 15 Marzo 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI (simbolica, generica)

Viviamo in un mondo difficile, che vorremmo diverso, in cui l’istinto predatorio, che per lo meno in questa parte di modo credevamo di avere esorcizzato, è tornato alla ribalta. Agli antichi e vecchi strumenti che potevano essere impiegati per piegare l’altrui volontà se ne sono aggiunti di nuovi, da quelli consentiti al proliferare dei mezzi di comunicazione e informazione, a quelli dell’era digitale. Ci eravamo illusi che stesse prevalendo la consapevolezza che i rapporti e le contese potessero essere regolate dal progressivo ampliamento del quadro delle regole, la cui violazione costituiva in ogni caso un deprecabile vulnus palese.
Non è più così, al punto che il capo più potente al mondo può permettersi di scrivere “mi serviva la Groenlandia, la volevo prendere e non me l’hanno data”, minacciando sfracelli, in cui viene evocata la distruzione di un’intera civiltà. In questo mondo possiamo scegliere tra il ruolo dell’agnello, vittima del predatore più aggressivo, oppure quello del porcospino, in modo da essere assolutamente indigesto, protetto da aculei da affinare e modernizzare costantemente. E’ una scelta che distingue chi vuole conservare e alimentare i diritti collettivi e individuali storicamente conquistati, proteggendoli da coloro che per pura ignavia e desiderio di quieto vivere sono disposti a chiudere gli occhi di fronte ai fautori dell’autoritarismo e del pensiero unico. La prima scelta richiede certamente la disponibilità a mettersi in gioco, ma non bisogna credere che sia quella più costosa e che richiede più sacrifici. Al contrario, la storia anche recente ci mostra esempi eclatanti di quanto la ricerca applicata sia stimolata da esigenze legate al tema della sicurezza, in un circuito virtuoso, per cui a sua volta il consolidamento delle tecnologie in campo civile può venire sfruttato per l’affinamento dei sistemi destinati alla sicurezza, sia quella individuale che quella collettiva.
Peraltro anche dal punto di vista puramente economico studi autorevoli hanno mostrato che la spesa militare per investimenti (escludendo la quota per il personale) presenta un fattore di moltiplicazione che può arrivare a 1,6, cioè un euro speso ha un effetto di 1,6 euro sul pil, a patto che si facciano acquisizioni sul mercato domestico e non si debba ricorrere a importazioni. Questo ci dice quanto sia importante favorire lo sviluppo tecnologico domestico e quindi quanto sia essenziale un organico e coerente programma di ricerca. Sono valori questi che si possono tranquillamente estendere a un coerente sistema produttivo all’interno dei confini dell’Unione Europea, con fattori di rendimento ancora più garantiti, secondo il principio che “ciascuno fa per tutti ciò che sa fare meglio”. Tutto ciò nell’ottica di un consolidamento europeo del comparto dell’industria della difesa, a tutt’oggi frammentato da politiche nazionali poco lungimiranti. Le tecnologie da sviluppare sono certamente alla portata del nostro, europeo, sistema industriale che, sebbene spesso frenato da gelosie nazionali, ha dimostrato di essere in grado di produrre sistemi d’arma efficaci e tali da garantire un’ottima operatività ai nostri reparti.
E’ un quadro che peraltro presenta ombre importanti: ne citiamo solo alcune, quelle in particolare che sarebbe assai difficile fugare sviluppando sistemi a livello nazionale e che pertanto necessitano di un approccio multinazionale, sia dal punto di vista dei requisiti, che da quello delle modalità di finanziamento. Stiamo parlando ad esempio di un sistema di protezione antimissile per i nostri territori, in grado di far fronte ad attacchi del tipo di quelli che oggi vediamo compiuti sul suolo ucraino; un sistema complesso che deve integrare una costellazione di satelliti da sorveglianza, che possano identificare in tempo reale lanci potenzialmente pericolosi, sistemi radar di tracciamento e di acquisizione bersagli e infine sistemi di intercettazione in grado di neutralizzare la minaccia (stiamo parlando di testate in arrivo a 12.000 km/h, delle dimensioni di circa mezzo metro).
Altre carenze capacitive cui ovviare con sistemi condivisi riguardano la sorveglianza e l’intelligence delle zone operative, per cui servono costellazioni satellitari che garantiscano una visibilità continua delle aree di interesse, visibilità che i sistemi nazionali, come il nostro Cosmo-Skymed, assicurano solo parzialmente e con tempi di rivisitazione del tutto insufficienti. Per le comunicazioni e le trasmissioni dati con tempi di latenza (il tempo necessario perché il segnale arrivi a destinazione) utilizzabili da sistemi a conduzione remota, al momento solo il sistema Starlink di Elon Musk offre prestazioni adeguate, in attesa che venga concretizzato il programma europeo Iris2 , il cui primo satellite dovrebbe essere messo in orbita nel 2030.
Ormai le vicende recenti e recentissime ci hanno ampiamente dimostrato come non si possa più confidare totalmente sulla solidarietà offerta dagli Stati Uniti, anche al di là delle plateali dichiarazioni di Trump sulla Nato e sulla sua intenzione di uscirne. I paesi europei, quindi, non hanno altra scelta se non quella di conseguire una capacità autonoma e integrata che consenta da un lato un livello di deterrenza adeguato, anche senza l’ombrello nucleare fornito dagli Usa, dall’altro la capacità di intervenire per la gestione delle crisi che dovessero verificarsi e che potrebbero avere dirette conseguenze per i nostri paesi, sia per questioni energetiche, sia per incontrollabili flussi migratori.
I rischi sono concreti. Anche all’interno delle frontiere europee gli incerti equilibri politici in alcuni paesi, anche alimentati dall’esterno, possono certamente essere sfruttati, come di fatto lo sono già, con mezzi subdoli, resi disponibili dalle tecnologie della comunicazione. L’ipotesi che da queste si possa rapidamente passare ad aperte azioni offensive, almeno nelle zone a diretto contatto con la federazione russa e i suoi proxi, non è affatto remota, basti pensare ai recentissimi sviluppi della situazione in Estonia e in Transnistria.
E’ un quadro che ha già indotto paesi che avevano fatto della neutralità l’elemento chiave della loro postura politica a schierarsi con l’Alleanza Atlantica e a mettere in guardia le loro popolazioni contro i rischi potenziali che si vanno materializzando. In questa direzione vanno anche le decisioni assunte circa il ritiro dalla convenzione di Ottawa sulla proibizione delle mine antiuomo da parte della Finlandia della Polonia e dei Paesi Baltici.
E’ chiaro che i paesi di confine sono quelli che avvertono con maggiore urgenza la necessità di potenziare le proprie difese, mentre quelli delle retrovie, come la Spagna e il nostro, si sentono sufficientemente protetti dal fattore distanza, ma basta guardare una carta geografica per fare qualche riflessione più approfondita.
Il nostro è un paese che vive di un’economia di trasformazione: disponendo di scarse risorse proprie l’Italia importa materie prime, semilavorati ed energia per produrre manufatti da riesportare, creando quel valore aggiunto che ci permette di sedere al G7. E’ altrettanto chiaro che per mantenere questa situazione è assolutamente vitale la libertà di navigazione dei mari su cui viene trasportata la stragrande maggioranza di questi prodotti, in entrata e in uscita, così come è anche vitale la sicurezza delle sorgenti, a partire dalle coste del Mediterraneo. Venendo meno la garanzia fornita dagli Stati Uniti, non potendoci affidare totalmente al benvolere dei nostri interlocutori, dobbiamo attrezzarci, possibilmente in sinergia con paesi amici, in primis gli altri membri dell’Unione Europea cui, per converso, dobbiamo potere offrire la nostra solidarietà relativamente alle loro peculiari preoccupazioni strategiche.
Per essere in grado di fare tutto ciò dobbiamo essere credibili, disporre dei mezzi e delle risorse necessarie, aggiornate ed addestrate: è un’esigenza vitale per la salute della nostra economia e per la garanzia di riuscire a salvaguardare le esigenze e il benessere della nostra società: non si tratta di dirottare risorse dalle esigenze della vita quotidiana a beneficio della postura militare, bensì di mantenere una credibile, riconosciuta e adeguata capacità, proprio allo scopo di salvaguardare il benessere dei nostri concittadini.
Vista la nostra posizione geografica e la nostra configurazione, le tendenze isolazioniste palesate dall’attuale Amministrazione Usa (ma di cui si avevano le avvisaglie anche con le precedenti) fanno suonare un ineludibile segnale d’allarme: se gli americani si preparano a lasciare il Mediterraneo, noi dobbiamo essere in grado di prendere il testimone, pena una irreversibile marginalizzazione; per fare questo ci vogliono adeguate risorse, di mare, anche nella dimensione subacquea, di cielo, inclusa la dimensione spaziale, di terra e del cyberspazio, dalla cui integrità dipende ormai ogni istante della nostra vita quotidiana. La crescita delle nostre capacità già in essere deve avvenire rapidamente, perché rapida è l’evoluzione degli scenari, come abbiamo potuto constatare in queste ultime settimane. Occorre quindi accorciare i cicli decisionali, potenziare anche le capacità amministrative della macchina dello Stato per assicurare la speditezza delle procedure, senza inficiare la piena garanzia della correttezza dei processi.
Non stiamo vivendo tempi normali e ciascuno deve fare la propria parte.