Trump non può lasciare al regime ciò che lo rende forte

Il cessate il fuoco parte fiacco, tutti proclamano vittoria sapendo che non esiste compromesso possibile. La pistola alla tempia di Teheran

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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:34 PM
Immagine di Trump non può lasciare al regime ciò che lo rende forte

AP Photo/Alex Brandon

Il presidente americano Donald Trump ha definito scaramucce, bizze di poco conto, gli annunci con cui la Repubblica islamica dell’Iran diceva di bloccare di nuovo le navi che passavano per lo Stretto di Hormuz. Trump voleva a ogni costo dimostrare che un cessate il fuoco tanto fragile può reggere. Il capo della Casa Bianca, nella notte fra martedì e mercoledì, ha ritirato il suo ultimatum un’ora prima della scadenza. Concedere alla diplomazia l’opportunità di essere messa alla prova, dopo aver promesso di riportare l’Iran all’età della pietra, serve al presidente americano per dimostrare che crede ancora nei negoziati, ma si lascia aperta la possibilità di ottenere quello che chiede con le armi. Trump ha fatto pressione, l’Iran l’ha sentita, ha accettato di trattare, ha capito anche che sarebbe stato meglio fermare tutto nella terra di nessuno negoziale prima che il conflitto si facesse di una portata ancora più insostenibile. 
Trump ha detto che i dieci punti proposti dalla Repubblica islamica sono una buona partenza, ma nessuna fra le condizioni poste da Teheran può soddisfare le richieste americane. Gli Stati Uniti hanno una loro proposta di pace, che consta di quindici punti. I dieci punti degli iraniani e i quindici degli americani sono agli antipodi, impossibile miscelarli per trovare un compromesso. Trump ha ripetuto più volte che in Iran c’è un nuovo regime, ma chi comanda oggi la pensa come chi comandava ieri. Teheran ha accettato di negoziare per fermare i combattimenti in un punto in cui fosse ancora possibile, internamente, vendere la guerra come una vittoria. Il regime sta dicendo che gli americani accetteranno le sue condizioni, ma gli Stati Uniti non possono alleggerire le sanzioni contro la Repubblica islamica lasciandole i quattrocentosessanta chili di uranio arricchito al sessanta per cento. Quello che del regime è rimasto in piedi, in questo momento, conta di più di ciò che è stato distrutto e la diplomazia dovrà colmare il divario, altrimenti la Repubblica islamica, seppure indebolita, rimarrà con tutti pilastri al suo posto. Il primo appuntamento fra i mediatori sarà a Islamabad sabato, per gli Stati Uniti potrebbe essere coinvolto il vicepresidente J. D. Vance, che è visto dagli iraniani come meno propenso al ritorno alla guerra. Gli iraniani hanno fatto capire che non intendono rinunciare allo Stretto di Hormuz come arma di ricatto e i paesi del Golfo, tutti alleati di Trump, hanno chiesto alla Casa Bianca di risolvere una volta per tutte i problemi che il regime crea nella regione, inclusa la facilità con cui ha preso in ostaggio il commercio globale.
Fra le condizioni che pone Teheran ci sono le compensazioni di guerra e anche un accordo che assicuri che non subirà mai più un attacco. Washington non può acconsentire: l’idea di far vivere il regime in allerta, con una pistola puntata alla tempia, è in questo momento la sua più grande garanzia di successo. Anche il primo ministro israeliano Netanyahu ha detto: “Il dito è sul grilletto”.