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Lo stato della furia epica
All’inizio dell’operazione militare contro l’Iran, l’Amministrazione Trump aveva indicato, in vari momenti e con qualche variazione, cinque obiettivi. Dice di averli raggiunti tutti. È vero? Girotondo di opinioni
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11 APR 26

Il presidente Donald Trump. Foto LaPresse
Il presidente Donald Trump ha dichiarato questa settimana che gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran nel corso delle ultime sei settimane hanno rappresentato “una vittoria totale e completa” per gli Stati Uniti, affermazione giunta poche ore dopo il raggiungimento di un fragile cessate il fuoco della durata di due settimane. Nel corso del conflitto, gli obiettivi enunciati da Trump e dai membri della sua Amministrazione cambiati. Il presidente ne aveva illustrato alcune delle motivazioni in un messaggio video all’avvio dei bombardamenti, nel quale aveva dichiarato che l’operazione Epic Fury mirava a impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, a distruggerne la marina militare e a spianare la strada agli iraniani per rovesciare il proprio governo. Sebbene Trump abbia affermato di aver conseguito i propri obiettivi, la guerra per ora è soltanto in pausa. Alcuni esperti hanno valutato gli obiettivi dichiarati dal presidente e quanto è stato effettivamente ottenuto, in vista di un incontro tra funzionari statunitensi e iraniani previsto per oggi allo scopo di negoziare un accordo di pace più duraturo.
Annientare l’industria missilistica iraniana
All’inizio del conflitto, Trump aveva dichiarato in un video che gli Stati Uniti avrebbero distrutto i missili iraniani e raso al suolo le infrastrutture missilistiche del paese. In una conferenza stampa al Pentagono mercoledì, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che gli Stati Uniti avevano “di fatto distrutto” il programma missilistico iraniano, così come i suoi lanciatori, gli impianti produttivi e le scorte esistenti. “Possono ancora sparare missili, lo sappiamo. Il loro sistema di comando e controllo è talmente decimato che non riescono più a comunicare e a coordinarsi”, ha detto Hegseth. “Qualche missile potrebbe ancora partire, ma sarebbe una scelta molto, molto imprudente. Quello che non possono più fare è produrre missili, razzi, lanciatori o droni. Le loro fabbriche sono state rase al suolo, con un arretramento storico”, ha aggiunto. Gli esperti non sono tuttavia altrettanto convinti che l’industria missilistica iraniana sia stata azzerata.
“Il numero di missili lanciati dall’Iran è certamente diminuito nel corso del conflitto, ma continuano a sparare, e presumo che siano ancora in grado di produrli e lanciarli”, ha dichiarato al Washington Post Alex Vatanka, senior fellow del Middle East Institute. Un’analisi pubblicata lunedì dal Soufan Center, un’organizzazione no profit specializzata in politica estera e sicurezza globale, ha rilevato che l’Iran sta ancora lanciando “fino a venti missili al giorno contro Israele” e che, “sebbene numericamente inferiori rispetto alle prime fasi del conflitto, i lanci di missili e droni iraniani sono diventati sempre più precisi e letali, e sempre più in grado di eludere le intercettazioni”. Teheran, scrive il Soufan Center, sembra stia “adottando una serie di tattiche per garantire che il proprio arsenale di missili e droni rimanga disponibile” oltre la stima iniziale di Trump, che prevedeva una guerra della durata di due o tre settimane.
Nick Carl, esperto di medio oriente presso il Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute, un think tank di orientamento conservatore, ha riferito che il fuoco missilistico iraniano si è ridotto di circa il novanta per cento nei primi giorni degli attacchi statunitensi. “Il problema è che, anche riducendo i lanci del novanta per cento, rimane comunque un dieci per cento giornaliero”, ha osservato Carl. “Questo rappresenta ancora varie tipologie di minaccia per noi e per i nostri partner. Non mi è affatto chiaro se le forze armate statunitensi abbiano mai cercato di portare il fuoco missilistico iraniano a zero assoluto, perché si sarebbe trattato di un’impresa straordinaria, estremamente difficile da realizzare”. Vatanka ha sottolineato che il programma missilistico balistico iraniano è quasi interamente di produzione nazionale. Sebbene l’Iran abbia bisogno di “componenti provenienti da paesi come la Cina”, gli iraniani sviluppano la propria infrastruttura missilistica dagli anni Ottanta, dando vita a un’industria solida che, a suo avviso, non è stata annientata come auspicato dal presidente.
“Annientare” la marina iraniana
Al momento del lancio del conflitto, a febbraio, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero “annientato” la marina iraniana. Al Pentagono mercoledì, tanto Hegseth quanto il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, hanno affermato che la marina iraniana era stata distrutta. “La marina iraniana giace ora in gran parte sul fondo del Golfo arabico, e stimiamo di aver affondato oltre il novanta per cento della flotta regolare, incluse tutte le principali unità di superficie”, ha dichiarato Caine. Ha stimato che siano stati affondati centocinquanta vascelli iraniani, oltre alla metà delle imbarcazioni d’attacco rapido della marina dei Pasdaran. “I lanci congiunti proiettati da terra, mare e aria hanno eseguito oltre settecento attacchi contro obiettivi minati, e stimiamo di aver distrutto oltre il novantacinque per cento delle mine navali iraniane”, ha aggiunto Caine. “E forse, soprattutto, abbiamo distrutto la base industriale della difesa iraniana, cioè la sua capacità di ricostituire quelle capacità per anni a venire”. Carl, dell’Aei, ha dichiarato al Washington Post che gli Stati Uniti hanno affondato “praticamente tutte le principali unità di superficie e subacquee schierate dall’Iran”, e che gli Stati Uniti hanno distrutto circa la metà delle imbarcazioni d’attacco rapido iraniane. Gli Stati Uniti, ha affermato, hanno provocato “una degradazione straordinaria alle forze navali iraniane, senza alcun dubbio”. Il problema, ha aggiunto, è stabilire se questo corrisponda alla “nostra definizione di annientamento”. In particolare, ha precisato, cosa implica l’“annientamento” della marina iraniana per lo Stretto di Hormuz, che rimane bloccato. “Le forze navali iraniane hanno da sempre svolto un ruolo determinante nel mettere a rischio il traffico marittimo internazionale attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha detto Carl. “Ma non sono l’unico strumento su cui l’Iran fa affidamento per ostacolare i traffici marittimi”. Carl ha infatti sottolineato che gli attacchi iraniani contro petroliere commerciali nello stretto sono stati effettuati principalmente con missili e droni, piuttosto che con mine o navi da guerra.
Gli Stati Uniti, ha aggiunto Carl, potrebbero aver “compiuto progressi significativi nel distruggere gran parte delle capacità navali iraniane e nel degradarne le forze in generale”. La questione di come garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz “è più ampia, perché missili e droni vi svolgono un ruolo di primo piano”. Joseph Rodgers, esperto di questioni nucleari presso il Center for Strategic and International Studies, ha osservato che Stati Uniti e Iran potrebbero stare conducendo tipologie di guerra diverse. Mentre gli Stati Uniti hanno “praticamente distrutto la marina iraniana” e hanno privato l’Iran di gran parte delle sue capacità aeree e dei sistemi di difesa missilistica, gli iraniani stanno conducendo una guerra economica attraverso la chiusura dello stretto, ha affermato Rodgers. Anche se privo di un apparato militare sofisticato, ha osservato, “non ci vuole molto perché l’Iran riesca ad abbattere qualche petroliera”.
Garantire che i proxy terroristici iraniani in medio oriente non possano più attaccare le forze statunitensi
Sei settimane fa, Trump aveva promesso che, nell’ambito dei bombardamenti contro l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero “garantito che i proxy terroristici della regione non potessero più destabilizzare la regione o il mondo e attaccare le nostre forze”. Sebbene non avesse nominato gruppi specifici, si riferiva con ogni probabilità a Hezbollah in Libano, agli houthi in Yemen, alle milizie sciite in Iraq e, in misura minore, ad Hamas a Gaza, ha spiegato Behnam Ben Taleblu, direttore senior dell’Iran Program presso la Foundation for Defense of Democracies.
Taleblu ha dichiarato che l’operazione Epic Fury era focalizzata sul colpire le capacità e le risorse militari iraniane, e che non vi è stato alcun tentativo significativo di colpire i proxy iraniani nella regione. “Indirettamente, Trump ha amplificato la pressione militare che gli israeliani stanno esercitando sulla rete di proxy iraniani nella regione, attaccando in modo significativo il loro patrono sul piano militare”, ha detto. Tuttavia, i contrasti sui proxy regionali dell’Iran rischiano di minare il fragile cessate il fuoco. Mercoledì Israele ha intensificato i bombardamenti in Libano contro Hezbollah provocando la morte di decine di civili e il ferimento di centinaia di altri. Sia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia la Casa Bianca hanno poi dichiarato che il Libano non era incluso nel cessate il fuoco, inducendo l’Iran a minacciare il ritiro dall’accordo. Nonostante Trump abbia dichiarato di aver chiesto a Netanyahu di ridurre gli attacchi in Libano, le forze israeliane hanno lanciato giovedì una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi di Hezbollah in Libano.
Impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare
Trump ha affermato che le strutture nucleari iraniane sono state “totalmente annientate” lo scorso giugno, quando gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro tre principali siti nucleari iraniani nell’operazione denominata Midnight Hammer. Le operazioni di combattimento delle ultime sei settimane si sono concentrate maggiormente sulle capacità militari dell’Iran e meno sulle sue strutture nucleari. Trump ha tuttavia affermato che impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare era uno dei suoi obiettivi chiave nel conflitto avviato a febbraio. “Se si combinano le due operazioni di combattimento, l’immagine che ne emerge è quella di aver prolungato il successo che il presidente ha ottenuto contro il regime lo scorso giugno”, ha detto Taleblu, riconoscendo a Trump il merito di aver fermato l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, un processo necessario per produrre il tipo di elemento utilizzabile nelle armi nucleari. Ciò detto, l’uranio arricchito rimane in Iran. In un post sui social media mercoledì, Trump ha affermato che gli Stati Uniti collaboreranno con l’Iran per “estrarre e rimuovere tutto l’uranio arricchito profondamente interrato”, senza tuttavia precisare come e quando ciò avverrà . L’Iran, dal canto suo, non ha confermato alcuna collaborazione con gli Stati Uniti in tal senso.
“Sarei preoccupato, in ultima analisi, per ciò che il regime potrebbe fare con tutto questo uranio altamente arricchito nel proprio territorio”, ha detto Taleblu. “Cercherà di utilizzarlo come merce di scambio per garantirsi la sopravvivenza, o troverà un modo diverso di estrarlo e farlo uscire dal sottosuolo? Chi può saperlo?”. Rodgers, del Csis, ha dichiarato che, osservando le immagini satellitari dei siti in cui questo uranio è stoccato, “sarebbe difficile accedervi, poiché gli ingressi di queste strutture sotterranee sono ostruiti”. “Dovremmo essenzialmente inviare squadre che facciano saltare gli accessi a queste strutture”, ha detto Rodgers. “Sarebbe un’operazione colossale”. Intervenendo al Pentagono mercoledì, Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti sono a conoscenza della quantità di uranio arricchito in possesso dell’Iran e ha lasciato intendere che il regime dovrà scegliere tra cederlo o vederselo confiscare. Il Washington Post ha riportato mercoledì che il Pentagono ha predisposto piani per sequestrare l’uranio iraniano, ma che una simile operazione sarebbe estremamente complessa e pericolosa.
Spingere per il cambio di regime
Trump non ha mai nascosto il suo desiderio di un cambio di regime in Iran e, alla fine del suo video di febbraio, aveva incoraggiato il popolo iraniano a impadronirsi del proprio governo dopo i raid aerei iniziali condotti da Stati Uniti e Israele. “Questa sarà probabilmente la vostra unica occasione per le prossime generazioni”, aveva dichiarato allora. Gli attacchi a sorpresa del primo giorno di guerra hanno effettivamente ucciso la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, assieme a oltre una decina di leader militari e dell’intelligence. Trump sostiene ora che l’Iran ha vissuto “quello che si rivelerà un cambio di regime molto produttivo”. Tuttavia, a Khamenei è succeduto suo figlio Mojtaba, un governante teocratico di linea dura la cui designazione è stata ampiamente interpretata come un segnale di sfida nei confronti di Trump.
“A prescindere dalle dichiarazioni di Trump, vi sono pochi motivi per ritenere che l’ascesa del figlio di Khamenei alla guida suprema porterà a cambiamenti significativi nelle politiche generali e nell’orientamento strategico della Repubblica islamica”, ha affermato Carl dell’Aei. Come il padre, anche il giovane Khamenei potrà contare sul sostegno delle Guardie della Rivoluzione islamica e dei loro veterani, emersi nel corso degli ultimi decenni come la classe più influente all’interno della Repubblica islamica, grazie alle scelte operate dal defunto ayatollah, secondo Taleblu. Semmai, ha aggiunto Taleblu, i bombardamenti hanno accelerato la traiettoria che il regime aveva già intrapreso. “Nel migliore dei casi si può parlare di un cambiamento di leadership, non di un cambio di regime”, ha detto. Taleblu ha ritenuto improbabile che il regime iraniano si arrenda nei termini auspicati dall’Amministrazione Trump. “A questo punto ci avvieremo verso un periodo di tensioni ancor più acute in questo rapporto, non verso un percorso agevole”, ha detto Taleblu. “Ribadisco: il regime è più debole che mai, ma è ancora letale e ancora animato da propositi di vendetta”.
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