Una tregua è
una tregua, lo sappiamo, e fino a quando non si conosceranno i dettagli delle mediazioni tra i paesi che sognano di indebolire l’Iran e quelli che sognano di proteggerlo non si potrà dire con certezza quale esito avrà la guerra contro il regime degli ayatollah. Nell’attesa di capire qualcosa di più, nell’attesa cioè di capire se l’Iran continuerà ad avere il controllo unico dello Stretto di Hormuz, nell’attesa di capire se l’Iran farà marcia indietro rispetto al dossier sull’arricchimento dell’uranio, nell’attesa di capire se le sanzioni contro il regime verranno riviste,
un mese dopo l’intervento degli Stati Uniti e di Israele in Iran si può dire che il tentativo di ridurre il raggio d’azione del regime iraniano non è riuscito del tutto ma non è neppure fallito.
La guerra in Iran ha causato diverse vittime, alcune delle quali difficilmente possono essere rimpiante, come le guide supreme del regime islamista che con la loro dottrina hanno esportato terrore nel mondo. La guerra in Iran ha causato molte fibrillazioni, tra cui anche
rialzi del prezzo della benzina. La guerra in Iran ha generato panico tra le economie di molti paesi e aver strozzato uno dei colli di bottiglia della globalizzazione ha prodotto incertezza e scenari foschi per il futuro.
Ma la guerra contro il regime iraniano, perché la guerra contro gli ayatollah non nasce come una guerra contro l’Iran ma nasce come una guerra per liberare gli iraniani dai loro aguzzini,
ha innescato anche alcuni processi virtuosi che se dovessero durare nel tempo potrebbero aiutare a rafforzare tutti coloro che sognano di porre degli argini agli ayatollah esportatori di terrore.
Dal punto di vista militare, l’Iran è stato indebolito in modo sostanziale. La sua capacità missilistica è stata compromessa, la sua Marina è stata gravemente colpita, le sue difese aeree sono state in gran parte eliminate, le sue infrastrutture militari sono state ridotte in macerie, la sua economia è stata colpita più di quanto non siano state colpite le nostre pompe di benzina, i suoi alleati sono stati indeboliti. Hezbollah in Libano è stato messo sotto schiaffo non solo da parte di Israele, che sta cercando di riportare i terroristi finanziati dall’Iran dietro al fiume Litani, come previsto dalla mai applicata risoluzione 1701 dell’Onu. Gli houthi nel Mar Rosso non sono riusciti a svolgere un ruolo decisivo nella difesa dell’Iran e, per quanto il regime iraniano possa continuare a fare la voce grossa, la sua posizione ai tavoli dei negoziati è più debole rispetto a quella che avrebbe avuto un mese fa.
La guerra contro gli ayatollah, contro gli esportatori del terrore, contro una delle centrali di finanziamento del terrorismo più importanti del mondo,
è una guerra che deve essere collegata anche con altri tasselli importanti che permettono di costruire un mosaico del medio oriente molto diverso rispetto a come i terroristi finanziati dall’Iran, ovvero Hamas, avevano immaginato il dopo 7 ottobre. Hamas, dopo il 7 ottobre, è stato in buona parte spazzato via, anche se il costo della guerra a Gaza è stato incredibilmente alto per i palestinesi innocenti. La Siria, come sappiamo,
si è allontanata dall’Iran in modo sostanziale. I terroristi supportati dall’Iran si sono indeboliti nella regione.
La Russia di Putin, che prima del 7 ottobre esercitava una sua influenza nell’area, grazie alla resistenza eroica dell’Ucraina sul fronte est dell’Europa è stata costretta a disimpegnarsi dal medio oriente. E i paesi del Golfo, che nelle intenzioni dei terroristi finanziati dall’Iran si sarebbero dovuti allontanare da Israele e dall’occidente dopo il 7 ottobre, oggi non sono mai stati così vicini alla causa di chi combatte l’Iran e così distanti da chi considera Israele e gli Stati Uniti come il simbolo dei Satana da annientare. Il quadro che si presenta di fronte agli occhi degli osservatori meno pigri è un quadro all’interno del quale i costi che ha avuto finora la guerra contro gli ayatollah devono essere bilanciati con altri risultati politici, militari, e strategici. La capacità dell’Iran di tenere sotto scacco lo Stretto di Hormuz ha accelerato processi di diversificazione dell’approvvigionamento energetico e non è impossibile pensare che da qui ai prossimi anni i paesi che riconoscono più degli altri la pericolosità dell’Iran troveranno la forza di costruire gasdotti in grado di aggirare l’ostacolo iraniano. Ma oltre alla certificazione di ciò che possa significare avere un Iran fuori controllo vi sono altri aspetti interessanti emersi nelle ultime settimane durante il conflitto contro gli ayatollah.
La totale incapacità dell’Onu di giocare un qualsiasi tipo di ruolo nel conflitto in Iran, cosa naturale essendo il Consiglio di sicurezza ostaggio dei veti della Russia e della Cina, ha costretto Stati Uniti e Israele a cercare delle nuove leve per risolvere le controversie internazionali e la presenza di alcuni stati sunniti in grado di giocare un ruolo di mediazione è un dato incoraggiante per il futuro. Il Pakistan ha strappato la pausa di due settimane. Il Bahrein e i paesi del Golfo hanno portato il caso di Hormuz al Consiglio di sicurezza. Gli Emirati Arabi Uniti hanno studiato un piano per proteggere anche con il proprio personale militare Hormuz. La stessa Cina, in fondo, nel corso dell’ultimo mese, considerando anche il suo rapporto speciale con i paesi del Golfo duramente colpiti dalla ritorsione iraniana, non ha potuto esporsi troppo a favore dell’Iran, anche per via di un equilibrio delicato in termini di approvvigionamento energetico: il 90 per cento del petrolio iraniano finisce in Cina, ma il 50 per cento del petrolio usato dalla Cina arriva dai paesi del Golfo. In questo quadro, poi, la guerra contro gli ayatollah, che è una guerra imperfetta rispetto agli obiettivi iniziali, ovvero rovesciare il regime, ma che è una guerra non disastrosa rispetto agli obiettivi minimi, ovvero indebolire il regime, ha illuminato anche alcune dinamiche interessanti che riguardano l’Europa.
Una dinamica negativa è quella che abbiamo descritto in queste settimane, ovvero l’ipocrisia triste di un’Europa che sceglie di praticare una sua autonomia da Trump su una causa che all’Europa dovrebbe stare a cuore, ovvero l’indebolimento del regime degli ayatollah, anche se, come ha notato maliziosamente ieri il Wall Street Journal, tranne la Spagna tutti i grandi paesi europei, dal Regno Unito all’Italia passando per la Germania, il Portogallo e la Francia, “stanno aiutando silenziosamente gli Stati Uniti in Iran” attraverso permessi di sorvolo, sostegno nella manutenzione, nel rifornimento e nella logistica degli aerei militari. Ma in questo tentativo di trovare una sua autonomia, anche dagli Stati Uniti, l’Europa ha preso sul serio per la prima volta un articolo presente nel Trattato sull’Unione europea: il 42.7, che obbliga gli stati ad aiutarsi in caso di attacco. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha formulato una proposta: l’Europa deve costruire una sorta di patto di mutuo soccorso. E l’arrivo dei droni a Cipro, paese dell’Ue, dopo i droni russi sull’Europa orientale, ha accelerato il processo di responsabilizzazione. Ma nel processo di difesa dei suoi confini, l’Europa, durante il conflitto in Iran, ha potuto sperimentare una novità importante riguardo alle sue armi di difesa: l’Ucraina. Si è detto finora che sostenere l’Ucraina, dal punto di vista militare, è stato un dovere morale per l’Europa, per contenere la minaccia russa. Ma l’aver trasformato l’esercito ucraino nel più innovativo esercito europeo ha avuto anche un altro effetto: permettere all’Europa di avere, già entro i suoi confini, un primo embrione di Difesa europea, ovvero l’Ucraina stessa. In una prima fase del conflitto, Volodymyr Zelensky ha offerto sostegno nell’implementazione dei sistemi difensivi dei paesi del Golfo per proteggersi dai droni iraniani, che sono gli stessi usati dalla Russia per colpire l’Ucraina. Nella seconda fase del conflitto, Zelensky, lo ha detto ieri, ha offerto la sua collaborazione per mettere il personale militare ucraino al servizio del buon funzionamento dello Stretto di Hormuz, in virtù della capacità acquisita in questi anni da Kyiv nella protezione delle rotte marittime, come quelle del Mar Nero, da anni bersaglio di attacchi con droni e missili, come lo sono state in queste settimane le rotte nello Stretto di Hormuz. Gli elementi per essere titubanti rispetto al futuro del conflitto in Iran sono molti. Ma i fatti ci dicono che tra una guerra che non è andata nel migliore dei modi possibili e una guerra persa c’è un mare infinito di sfumature. E in quelle sfumature una notizia positiva c’è, anche per chi ha osservato con diffidenza la guerra contro il regime degli ayatollah: avere un Iran più debole oggi non è scontato, ma è una prospettiva infinitamente più concreta rispetto a un mese fa.