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Fantasie lunari. Artemis II e un sogno lungo secoli che non è mai tramontato
57 anni dopo l’Apollo 11, l’interesse che c’è stato per la missione Artemis II dimostra come continui nell’umanità quella fantasia di un viaggio sulla Luna che, oltre alle canzoni, ha ispirato una gran quantità di opere letterarie, e più recentemente anche film e tv
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11 APR 26

Foto Ansa
"Fly me to the moon / Let me play among the stars / Let me see what spring is like / On Jupiter and Mars / In other words, hold my hand / In other words, darling, kiss me”. In effetti, si intitolava “In other words” la canzone scritta nel 1954 dal pianista Bart Howard, e che a parte la prima versione di Kaye Ballard ebbe un centinaio di interpretazioni in un decennio. Ma nel 1964 gli mise la sua voce sopra Frank Sinatra, e da allora non solo è rimasta definitivamente identificata con lui – anche se di cover ne hanno fatte decine. Si è imposto il titolo del primo verso. “Portami sulla luna / Lasciami giocare tra le stelle / Lasciami vedere com’è la primavera / Su Giove e Marte / In altre parole, tienimi la mano / In altre parole, tesoro, baciami”. Insomma, il viaggio spaziale sarebbe in teoria solo una metafora per introdurre la luna come garante di innamoramento, secondo uno stilema piuttosto diffuso. “Luna marinara / L’amore è dolce se non si impara”. “Ma tu / pallida luna perché, / sei tanto triste cos’è / che non risplende per me, / lassù tu puoi veder nel mio cuore / la delusione d’amore / questo mio grande dolor”. “E ‘a luna rossa me parla ‘e te / Io le domando si aspiette a me”. “Guarda che luna / Guarda che mare / Da questa notte senza te dovrò restare”. Certo, ci sono anche altre lune canore che parlano di cose più inquietanti: dalle profezie di Apocalisse della “Settima luna” di Lucio Dalla al simbolo di rivolta degli emarginati di “E la luna bussò” di Loredana Bertè.
Se vogliamo, la metafora richiama però anche un altro filone di canzoni, che di viaggi spaziali parlano davvero. “Rocket Man” di Elton John, composta tre anni dopo il viaggio dell’Apollo 11, e ispirata a un racconto con lo stesso titolo del maestro della fantascienza Ray Bradbury. “Lei ha preparato i bagagli ieri sera prima del volo / Ora zero: 9 del mattino / E io poi sarò in alto come un aquilone / Mi manca così tanto la Terra, mi manca mia moglie / Ci si sente soli fuori nello spazio / In un volo così senza tempo”. O “Walking on the Moon” dei Police, il cui video fu girato al Kennedy Space Center il 23 ottobre 1979, con i membri del gruppo che interpretano la canzone in mezzo a esposizioni di astronavi, inframezzati con filmati della Nasa. “Passi da gigante sono quelli che hai fatto / Camminando sulla luna / Spero che le mie gambe non si spezzino / Camminando sulla luna / Potremmo camminare per sempre / Camminando sulla luna / Potremmo vivere insieme / Camminando, camminando sulla luna”. A parte c’è the “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd: storico lp del 1973, ma presentato un anno prima, il cui primo titolo pensato “Dark Side of the Moon: A Piece for Assorted Lunatics” chiariva però come “il lato nascosto della luna” non fosse tanto quello appena visitato dall’Artemis II, ma il lato debole della mente umana. Ma anch’esso venne a ruota della passeggiata di Neil Armstrong, e anch’esso dunque è associato all’epoca. Mentre però il 21 luglio 1969 (o 20 a seconda dei fusi orari) lo stesso Armstrong, nel porre piede sul suolo lunare, pronunciava la storica frase “è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”, a bordo Buzz Aldrin mise la cassetta di Sinatra e fece di “Fly Me to the Moon” la prima musica a riecheggiare sul satellite. In ricordo di questo episodio è stato anche intitolato un film del 2024, sulla storia della pubblicista che era stata incaricata di rendere il viaggio dell’Apollo 11 più interessante per il grande pubblico.
Aspetti musicali di un più ampio folklore che fa anch’esso parte della storia dei viaggi spaziali, e di cui abbiamo visto una quantità di esempi anche in questa missione Artemis II con cui, senza ancora tornare a sbarcare sul suolo lunare – ma con 400.171,4323 chilometri dalla Terra, battendo il record di distanza mai percorsa dall’uomo stabilito in precedenza dall’Apollo 13 nel 1970 – la Nasa si prepara a rinnovare l’epopea degli stessi Apollo. Con voci che si potrebbe andare oltre: fino addirittura alla creazione di una base spaziale. Il fatto che col mettere accanto al comandante Gregory Reid Wiseman la donna Cristina Koch, il canadese Jeremy Roger Hansen e il nero Victor Jerome Glover la Nasa ha realizzato un equipaggio straordinariamente politically correct, malgrado il lancio sia stato voluto dall’Amministrazione di un personaggio come Donald Trump, che ha fatto di un antiwokismo spesso più becero del wokismo la propria ideologia. La partita a carte augurale che l’equipaggio, secondo una tradizione della Nasa, ha giocato prima di partire, e che per scacciare la iella deve vedere il comandante perdere. Il film di fantascienza “L’ultima missione: Project Hail Mary” che pure hanno visto prima di partire. Il tipo di cellulare con cui la Nasa ha autorizzato gli astronauti a fare foto e video come ricordi personali (iPhone 17 Pro Max). Ancora, il messaggio postumo che il comandante dell’Apollo 13 James Lovell, quello della frase “Houston, abbiamo un problema”, ha registrato prima di morire nell’agosto del 2025, ed è stata trasmessa al ridestarsi dei quattro a 30.200 km dalla luna. “Ciao, Artemis II! Sono Jim Lovell, astronauta dell’Apollo. Bentornato nel mio vecchio quartiere! Quando Frank Borman, Bill Anders e io orbitavamo attorno alla Luna con l’Apollo 8, l’umanità ha avuto la sua prima visione ravvicinata della Luna e una prospettiva del nostro pianeta che ha ispirato e unito persone in tutto il mondo. Sono orgoglioso di passarvi il testimone mentre orbitate attorno alla Luna e gettate le basi per le missioni su Marte... a beneficio di tutti. E’ un giorno storico e so quanto sarete impegnati. Ma non dimenticate di godervi il panorama. Quindi Reid, Victor, Christina e Jeremy, e tutti i fantastici team che vi supportano, buona fortuna e che Dio sia con voi! Da tutti noi qui sulla Terra”. Ma anche la storia del gabinetto di bordo principale che malgrado un costo di 23 milioni di dollari si è guastato, costringendo a usare orinatoi di emergenza pieghevoli. O il menu spaziale in cui per evitare l’ondeggiare di briciole in mancanza di gravità – come è avvenuto clamorosamente in diretta con un barattolo di Nutella - il pane tradizionale è stato escluso a favore di tortillas, focacce e amaranto. Però per condire sono stati autorizzati cinque tipi di salse piccanti, sciroppo d’acero, burro di arachidi, miele, senape piccante, cannella, marmellata di fragole e burro di mandorle.
57 anni dopo l’Apollo 11, comunque, e ovviamente senza arrivare alla febbre mediatica di quell’estate, l’interesse che c’è stato per l’Artemis II dimostra come continui nell’umanità quella fantasia di un viaggio sulla Luna che, oltre a canzoni come quelle già citate, ha ispirato una quantità di opere letterarie, e più recentemente anche film e tv. Sarebbe stata scritta tra 177 e 178 d.C. quella “Storia vera” in cui Luciano di Samosata racconta di un viaggio in una nave che all’improvviso è presa da un tifone che la solleva in aria, e la fa volare per sette giorni in una “corsa attraverso il cielo”, “finché all’ottavo scorgiamo una grande terra, una specie di isola nello spazio di forma sferica, brillante, che emanava una gran luce”. Si scoprirà che è appunto la Luna, coi cui bizzarri abitanti i viaggiatori stabiliscono subito cordiali relazioni, fino al punto di combattere con loro contro gli abitanti del Sole. Divertimento scoppiettante a parte, l’intento dell’opera è chiaramente polemico. Luciano dice infatti che gli storici della sua epoca non fanno che raccontare balle assicurando che sono vere. Lui pure si mette a raccontare balle, ma dopo avere avvertito: “Sia chiaro dunque che scrivo di cose né viste con i miei occhi, né che mi sono capitate né che ho saputo da altri, ma, insomma, che proprio non esistono e non potranno esistere mai; per questo i miei lettori non devono credere nemmeno a una parola”.
Pressoché dimenticata questa sfumatura, questo siriano che scriveva in greco e che fu anche segretario della cancelleria dell’Impero Romano è oggi da molti considerato per questa opera come l’antesignano della moderna fantascienza. Pare però che si fosse ispirato a un romanzo precedente poi andato perduto, il cui protagonista pure andava sulla Luna: “Le meraviglie al di là di Tule”, di Antonio Diogene. E già nel 167 lo stesso Luciano aveva scritto il dialogo “L’Icaromenippo ovvero Un viaggio tra le nuvole” il cui protagonista, infuriato con i filosofi del suo tempo, per vedere le cose da un’altra prospettiva saliva in cielo con un’ala d’aquila e una di avvoltoio. E lì raccoglieva addirittura lo sfogo della Luna in persona, che evidentemente con la luna di traverso gli chiede di riferire a Zeus che entrerà in sciopero “se non si decide di ridurre in polpette i filosofi della natura, a imbavagliare i dialettici, a far saltare per aria la Stoà, e fare un bel falò dell’Accademia, e a concludere, usando un metodo definitivo, le discussioni che si tengono nel Peripato”. Vaste programme, per dirla alla de Gaulle! Undici secoli dopo, sulla Luna immagina di volare Dante Alighieri durante il suo viaggio ultraterreno della Divina Commedia. E’ il primo cielo del Paradiso, ruota più lentamente, vi dimorano le anime che pur avendo virtù mostrarono incostanza o cedevolezza come Piccarda Donati o Costanza d’Altavilla, e il poeta assieme a Beatrice vi percorre dal secondo al quinto canto. Un altro paio di secoli ma sempre in versi, nell’“Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto è il paladino Astolfo che su incarico del Padre Eterno in persona sale sull’Ippogrifo – animale volante con con testa, ali e zampe anteriori di aquila e il resto del corpo da cavallo – per andare a recuperare sulla Luna il senno che l’eroe cristiano ha perso per colpa del “tradimento” di Angelica, mettendo così a rischio la tenuta dell’esercito di Carlo Magno contro i Saraceni. Sul satellite si raccolgono infatti tutte le cose che si perdono in Terra.
Nello stesso secolo di Ariosto c’è poi Juan Maldonado, un umanista spagnolo amico di Erasmo da Rotterdam. Del 1541 è un suo “Somnium” in cui sogna di viaggiare sulla Luna, per poi atterrare però in America. Ma pure “Somnium” si intitola un’opera scritta nel 1610 addirittura da Giovanni Keplero, anche se poi pubblicata postuma nel 1634. Il plot di un islandese trasportato sulla Luna da demoni volanti è in realtà per il grande astronomo una scusa per volgarizzare le proprie teorie. Ma nel frattempo è stato inventato il telescopio, e i corpi celesti sono diventati di moda. E nello stesso Seicento, infatti, il viaggio alla luna diventa un vero e proprio filone, anche se i veicoli utilizzati sono uno più improbabile dell’altro. Il vescovo inglese Francis Godwin, ad esempio, nel suo “The Man in the Moone” del 1638 fa volare uno spagnolo sulla Luna su un’intelaiatura trainata da oche. Cyrano de Bergerac, letterato e spadaccino dal grande naso poi destinato a futura gloria come eroe della commedia tragedia teatrale pubblicata nel 1897 da Edmond Rostand, nel 1657 scrive “L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna”, in cui – dopo un primo tentativo con una cintura fatta di ampolle piene d’acqua di rugiada che evaporando è attratta dal sole – è il primo a sperimentare un razzo, fatto di fuochi artificiali.
Anche Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, nel 1705 in “The Consolidator or, Memoirs of Sundry Transactions from the World in the Moon” immagina viaggi tra la Cina e la Luna su un macchinario. E tra una quantità di titoli tra Settecento e primo Ottocento spicca ovviamente del barone di Münchhausen, che nel libro del 1785 di Rudolf Erich Raspe saccheggia Luciano su molte cose. Anche nel suo secondo viaggio sulla Luna, dopo una prima volta che si è arrampicato su una pianta di fave, si serve di un ciclone. Tra una quantità di altri titoli oggi dimenticati, si può citare nel 1809 “The Conquest by the Moon” di Washington Irving. L’autore di due classici del fantastici come “La leggenda di Sleepy Hollow” e “Rip van Winkle” nell’immaginare una invasione della Terra da parte dei lunari fa una allegoria del trattamento degli Indiani d’America da parte degli europei che anticipa di 88 anni “La guerra dei mondi” di Herbert George Wells, dove i marziani sono pure una chiara metafora del colonialismo occidentale. E poi c’è, nel 1835, “L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall” di Edgar Allan Poe. L’inventore del giallo e maestro del genere horror fu anche un antesignano della fantascienza, e in questa storia la vicenda di un riparatore di soffietti di Rotterdam che costruisce un pallone gigante e un compressore che gli consente di viaggiare fino alla Luna acquisisce particolari già tecnologici, ad esempio nello spiegare il meccanismo con cui il viaggiatore riesce a provvedersi dell’aria per respirare. Anche se alla fine si capisce che tutto il racconto è stata una burla.
Hans Pfaall e Poe sono comunque ricordati con un applauso quando vengono presentati come precursori da Impey Barbicane: presidente di un Gun Club di fabbricanti di cannoni che, intristiti per l’ozio dopo la fine della Guerra Civile americana, decidono di costruire un nuovo ordigno capace di lanciare un proiettile sulla luna in “Dalla Terra alla Luna”, romanzo di Jules Verne del 1865. L’esploratore francese Michel Ardan interviene allora a proporre di rendere il proiettile in grado di ospitare passeggeri, e a bordo con lui e Barbicane si imbarca il capitano Nicholl. Un fabbricante di corazze arcinemico di Barbicane, ma che accetta di partecipare all’impresa dopo avere scommesso che fallirà. Classico della letteratura di evasione ottocentesca, il romanzo è notevole per il modo in cui anticipa molti particolari delle spedizioni Apollo. Anche il proiettile del Gun Club parte dalla Florida: dopo una disputa con il Texas, che nella realtà avrebbe in effetti diretto la missione da Houston. Sono tre i viaggiatori. Sia il proiettile che gli Apollo sono fatti di alluminio. Entrambi i viaggi prevedono il superamento della gravità terrestre e un periodo di assenza di peso per gli occupanti. Il ritorno sulla Terra avviene per entrambi con un impatto nell’Oceano Pacifico. Verne, però, non aveva chiaramente idea di come far allungare i suoi viaggiatori, e neanche di come farli ripartire. Cinque anni dopo, il sequel “Intorno alla Luna” spiega infatti che il proiettile è entrato in orbita attorno al satellite esattamente come ha fatto ora l’Artemis II, per poi tornare sulla Terra.
Sulla Luna sbarcano invece Cavor e Bedford: i due protagonisti de “I primi uomini sulla luna” di Herbert George Wells, pubblicato a puntate tra 1900 e 1901. Cavor ha inventato la cavorite: un materiale in grado di schermare dalla forza di gravità. Ma viene poi preso prigioniero dagli inquietanti abitanti della Luna, mentre il compagno scappa e torna sulla Terra. L’anno dopo, nel 1902 “Dalla Terra alla Luna” e “I primi uomini sulla Luna” sono fusi da Georges Méliès nel film “Le voyage dans la Lune”, i cui protagonisti viaggiano su un proiettile alla Verne (che finisce in un occhio di una Luna antropomorfa), ma incontrano poi abitanti alla Wells. Lungo solo 15 minuti ma intessuto degli effetti speciali che era stato proprio Méliès a scoprire, fu il primo film ad avere successo internazionale, ed è l’inizio non solo del cinema di fantascienza ma del cinema narrativo tout court, dopo i documentari degli inventori fratelli Lumière. Da Wells nel 1964 fu ricavato anche il film “Base Luna chiama Terra”, che raccorda il romanzo all’inizio dell’era spaziale, immaginando che nel 1976 la prima missione umana a raggiungere la Luna scopra appunto di essere stata preceduta da Cavor e Bedford.
Da questo punto in poi, ovviamente, i titoli si moltiplicano. Tra i tantissimi si può ricordare nel 1966 il romanzo di Heinlein “La Luna è una severa maestra”: il John Wayne-Milei della fantascienza immagina una rivolta della colonia lunare contro la Terra stile Rivoluzione Americana contro gli inglesi. Nel 1968 “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, dove una squadra di astronauti della Nasa indaga sui segnali provenienti da uno strano monolite trovato sulla Luna. Tra 1975 e 1977 la serie tv britannica “Spazio 1999”, in cui la base lunare viene scagliata col satellite a vagare per l’universo in seguito all’esplosione di un deposito di scorie nucleari. Mentre nel 1995 “Apollo 13” di Ron Howard, film sulla missione che fu bloccata da un incidente, lancia una delle battute più famose della storia del cinema: “Houston, abbiamo un problema”. Ma abbiamo visto come ora proprio l’autore di questa frase abbia investito Artemis II della sua ideale eredità. E il cerchio si è così chiuso.