La Cina non è una priorità. Davvero?

L’Ue rimanda ancora il dibattito strategico su Pechino. Ed è in questo vuoto che la sofisticata strategia cinese prospera, perché nel frattempo gli stati membri si muovono in ordine sparso. La Cina non è percepita come una minaccia immediata perché non è la Russia, e non è una crisi energetica, ma resta una minaccia sistemica e sul lungo periodo

di
10 APR 26
Immagine di La Cina non è una priorità. Davvero?

Il presidente cinese Xi Jinping. Foto LaPresse

Tre anni fa Ursula von der Leyen ha pronunciato il famoso discorso sul “derisking”, quello in cui sottolineava la necessità di ridurre le dipendenze dalla Cina senza rompere i rapporti diplomatici. Di quella formula poi si era parlato spesso, ma è rimasta vuota: con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, le priorità dell’Ue sono cambiate, e anche la spinta della Commissione a discutere attivamente della Cina sembra continuamente rimandata a data da destinarsi. Ieri anche il dibattito strategico sulla Cina previsto dalla Commissione nel formato “Security college” è stato rinviato, per permettere ai funzionari di concentrarsi – giustamente – sull’emergenza medio oriente.
Pechino resta un tema importante a Bruxelles, ma non è mai un problema urgente. Ed è in questo vuoto che la sofisticata strategia cinese prospera, perché nel frattempo gli stati membri si muovono in ordine sparso. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha appena annunciato una nuova missione a Pechino, la quarta in quattro anni. Una delegazione del Parlamento europeo è appena tornata in Cina, segnando un disgelo dopo le sanzioni imposte da Pechino anche contro alcuni membri del Parlamento europeo. E anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha annunciato una visita “presto”. Di un quadro comune davvero vincolante non v’è traccia. Il risultato di questa confusione europea è che il “derisking” con la Cina somiglia più a uno slogan che a una vera politica unitaria, nonostante risulti impossibile ridurre i rischi comunitari senza coordinamento – basterebbe guardare alla dipendenza economica da Pechino costruita dall’Ungheria di Orbán. La Cina non è percepita come una minaccia immediata perché non è la Russia, e non è una crisi energetica, ma resta una minaccia sistemica e sul lungo periodo, che scivola sempre un gradino sotto nell’agenda. E’ proprio questo il grande vantaggio della leadership di Pechino: non avere fretta, continuando a coltivare i rapporti bilaterali scommettendo ogni volta sulle crisi maggiori.