Vance impatta poco sull’umore degli ungheresi. “Tic-tac”, ripete Magyar

Il vicepresidente americano in visita a Budapest aveva poco o nulla da promettere a Orbán. Ed è difficile immaginare che gli Stati Uniti di Trump siano pronti a ricorrere a strumenti poco ortodossi pur di aiutare uno dei pochi clienti europei rimasti. Nel frattempo, secondo l'istituto Medián, l’opposizione avrebbe quasi 20 punti di vantaggio su Fidesz

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9 APR 26
Immagine di Vance impatta poco sull’umore degli ungheresi. “Tic-tac”, ripete Magyar

Viktor Orbán e il vicepresidente J.D. Vance. FotoLaPresse

Budapest. “Sono sicuro della vittoria di Viktor Orbán”, ha detto martedì pomeriggio a Budapest il vicepresidente americano J. D. Vance al comizio elettorale pomposamente denominato “Giornata dell’Amicizia americano-ungherese”. Orbán ha squadrato l’illustre ospite con un sorrisetto autoironico, accompagnato da un gesto della mano rassegnato, come a dire: “Vorrei esserne altrettanto certo”. Qualche ora più tardi, intervistato da un influencer del canale Youtube Patrióta, a una domanda su cosa potrebbe accadere in caso di una sconfitta, Orbán ha risposto smentendo di volersi aggrappare al potere. Nel caso di un insuccesso, ha aggiunto, non dovrà fare altro che liberare il suo ufficio e preparare una transizione ordinata verso un nuovo governo. Seguendo l’esempio dei sovietologi durante la Guerra fredda, chi studia quel labirinto concettuale che è diventata l’Ungheria contemporanea impara presto a leggere fra le righe. Perché Orbán ha estratto dal suo lessico politico una mimica corporea ed espressioni verbali quali la parola “sconfitta”, che aveva pubblicamente rimosso da decenni? Esorcismo preventivo o anticipazione razionale della tempesta in arrivo?
Il tabulato della telefonata con il presidente russo Vladimir Putin del 27 ottobre 2025, misteriosamente arrivato (si sussurra attraverso talpe nei servizi ungheresi) a Bloomberg, contiene un’informazione cruciale per comprendere il pessimismo cosmico che sembra essersi impossessato dell’uomo forte di Budapest. Rispetto all’autunno dell’anno passato, è crollato il presupposto geopolitico sul quale il premier ungherese aveva impostato la sua ennesima campagna elettorale: una soluzione negoziale russo-americana della guerra in Ucraina da celebrare con un vertice di pace organizzato entro la fine dell’anno a Budapest. Nulla di tutto ciò si è tuttavia verificato nei mesi seguenti. In più Donald Trump, dopo essere stato trasformato dalla propaganda ungherese in un santino politico, ha avviato operazioni militari sempre più rischiose, che hanno evidenziato la vulnerabilità energetica del suo “miglior amico” ungherese. L’attacco israelo-americano all’Iran ha gettato in imbarazzo Budapest, che negli ultimi anni ha intrecciato collaborazione politica, economica e di sicurezza con tutti gli attori impegnati del conflitto. Un colpo non da poco per una propaganda impegnata a celebrare Trump come uomo di pace, individuando in Volodymyr Zelensky e nell’ineffabile “Bruxelles” gli unici veri pericoli per la nazione.
Poco o nulla aveva dunque Vance da promettere al suo alleato in pericolo, ma è difficile immaginare che la visita vicepresidenziale influisca sull’umore politico degli ungheresi, ed è altrettanto difficile immaginare che gli Stati Uniti di Trump siano pronti a ricorrere a strumenti poco ortodossi pur di aiutare uno dei pochi clienti europei rimasti. Nel frattempo, il prestigioso istituto Medián pubblica l’ultima, clamorosa rilevazione prima del voto: l’opposizione avrebbe quasi 20 punti di vantaggio su Fidesz. La proiezione attribuisce al partito Tisza di Péter Magyar un numero di seggi compreso fra i 138 e i 143. La magica soglia per la maggioranza costituente è fissata a 133 mandati. “Tic-tac”, come ripete beffardo all’eterno Orbán il suo giovane sfidante.