Per la destra meloniana, sostenere Orbán significa rinnegare tutto ciò che Meloni è diventata

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Viktor Orbán mette a nudo la contraddizione di sostenere un alleato che incarna proprio quei valori, euroscetticismo, filoputinismo e populismo estremo, che la destra di governo italiana dice di voler contrastare

di
8 APR 26
Immagine di Per la destra meloniana, sostenere Orbán significa rinnegare tutto ciò che Meloni è diventata

Giorgia Meloni e Viktor Orbán a Bruxelles (foto Getty Images)

Gli amici sono amici, si sa, e anche in politica, ogni tanto, può capitare che i sentimenti possano prevalere su tutto, anche sulla razionalità. Ma quando un tuo amico in politica diventa complice di tutto quello che cerchi ogni giorno di combattere o quantomeno di arginare, non ci sono molte strade. O fai finta di non vedere cosa è diventato il tuo amico. O, al contrario, capisci perfettamente cosa è diventato il tuo amico e scegli di stargli accanto proprio per ciò che rappresenta, per provare a immergerti nel tuo passato e tornare a sentirti quello di un tempo.
Per Giorgia Meloni, Viktor Orbán è una tragedia politica e culturale. Orbán, con la sua Ungheria populista, estremista, antieuropeista, filoputiniana incarna plasticamente tutto quello che in questi anni di governo Meloni ha cercato di coprire con una generosa dose di cipria politica. Quel che oggi è Orbán, in una buona misura, Meloni lo è stata nel passato, ma quel che oggi Orbán rappresenta politicamente è tutto ciò che Meloni ha provato ad arginare nella quotidianità dei fatti.
Orbán rappresenta in campagna elettorale Zelensky come un mostro da cui proteggersi: in alcuni passaggi della campagna lo ha raffigurato letteralmente come un criminale pronto a invadere l’Ungheria. Orbán rappresenta in campagna elettorale Putin come un alleato da sostenere, come il vero amico delle libertà, e non si è limitato in questi mesi ad accettare di buon grado il gas russo, ma ha accettato anche di dare supporto logistico alla propaganda russa, che ha messo al servizio di Orbán gli stessi strumenti della guerra ibrida che il governo italiano sostiene di voler combattere (il Washington Post ha rivelato che i russi hanno persino proposto di inscenare un finto attentato contro Orbán al fine di accrescere la simpatia nei suoi confronti: hanno chiamato questa strategia “Gamechanger”).
Orbán raffigura in campagna elettorale Ursula von der Leyen come se fosse la dittatrice di un’Unione canaglia, e non si capisce con quale coraggio un partito come Fratelli d’Italia, che di quella Commissione esprime il vicepresidente, ovvero Raffaele Fitto, possa tifare per Orbán (si vota domenica prossima in Ungheria). Si potrebbe dire che Orbán, per Meloni, è lo specchio di ciò che la destra prova a essere ma forse non è, o di ciò che la destra è diventata ma non riesce a essere fino in fondo.
Ma purtroppo nel rapporto di amicizia tra Orbán e Meloni c’è molto di più. E c’è di mezzo, in fondo, anche un altro referendum delicato. Se il presidente ungherese è diventato esplicitamente il punto di riferimento fortissimo (a) delle forze euroscettiche europee, (b) dei neonazisti tedeschi, (c) dei Maga americani che a Budapest hanno inviato prima Rubio e ora Vance, (d) dei follower di Putin, (e) degli ingegneri del caos della Cina, di fronte a tutto questo una destra che si presenta come nemica degli euroscettici, nemica di Putin, rivale delle democrature, perno di un’alleanza alternativa a quella delle dittature, può permettersi di tifare in Ungheria per tutto ciò che dice di voler combattere? Sì o no?
La cipria in politica è legittima, a volte doverosa; il trasformismo, quando è a fin di bene, permette di essere un cosmetico formidabile per rimuovere le impurità del passato. Ma la cipria, per fare un buon effetto, deve essere curata. E per Meloni, sostenere Orbán significa nel migliore dei casi non voler riconoscere quello che è diventata la sua destra e nel peggiore dei casi essere pronti a cancellare ciò che la destra è diventata. Dare un aiuto agli amici in difficoltà è un conto. Dare un sostegno ai nemici dell’Europa, un altro. Ma forse avrebbe senso farsi due conti prima di augurarsi che a vincere le elezioni in Ungheria sia chi viene sostenuto dagli stati e dai partiti che sognano di rendere i confini delle democrazie più vulnerabili, non solo da Putin, ma da tutti coloro che considerano l’avanzata delle autocrazie come l’unica opzione per difendere le nostre libertà.