Per la destra meloniana, sostenere Orbán significa rinnegare tutto ciò che Meloni è diventata
Il rapporto tra Giorgia Meloni e Viktor Orbán mette a nudo la contraddizione di sostenere un alleato che incarna proprio quei valori, euroscetticismo, filoputinismo e populismo estremo, che la destra di governo italiana dice di voler contrastare

Giorgia Meloni e Viktor Orbán a Bruxelles (foto Getty Images)
Orbán rappresenta in campagna elettorale Zelensky come un mostro da cui proteggersi: in alcuni passaggi della campagna lo ha raffigurato letteralmente come un criminale pronto a invadere l’Ungheria. Orbán rappresenta in campagna elettorale Putin come un alleato da sostenere, come il vero amico delle libertà, e non si è limitato in questi mesi ad accettare di buon grado il gas russo, ma ha accettato anche di dare supporto logistico alla propaganda russa, che ha messo al servizio di Orbán gli stessi strumenti della guerra ibrida che il governo italiano sostiene di voler combattere (il Washington Post ha rivelato che i russi hanno persino proposto di inscenare un finto attentato contro Orbán al fine di accrescere la simpatia nei suoi confronti: hanno chiamato questa strategia “Gamechanger”).
Ma purtroppo nel rapporto di amicizia tra Orbán e Meloni c’è molto di più. E c’è di mezzo, in fondo, anche un altro referendum delicato. Se il presidente ungherese è diventato esplicitamente il punto di riferimento fortissimo (a) delle forze euroscettiche europee, (b) dei neonazisti tedeschi, (c) dei Maga americani che a Budapest hanno inviato prima Rubio e ora Vance, (d) dei follower di Putin, (e) degli ingegneri del caos della Cina, di fronte a tutto questo una destra che si presenta come nemica degli euroscettici, nemica di Putin, rivale delle democrature, perno di un’alleanza alternativa a quella delle dittature, può permettersi di tifare in Ungheria per tutto ciò che dice di voler combattere? Sì o no?
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.