Il prezzo del Pakistan gran mediatore

Otto anni dopo le accuse di Trump, Islamabad diventa il perno della tregua tra Stati Uniti e Iran grazie a una rete di relazioni opache e trasversali. E restano molte ombre su ciò che vorrà in cambio

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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:30 PM
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Pakistan Prime Minister Muhammad Shehbaz Sharif, left, and Gen. Syed Asim Munir wait for their meeting with President Donald Trump, in the Oval Office at the White House, Thursday, Sept. 25, 2025, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

Sono passati poco più di otto anni da quando il presidente americano Donald Trump definiva il Pakistan un paese che in cambio di 33 miliardi di dollari di aiuti non aveva dato “altro che bugie e inganni”. Nel mondo capovolto di oggi, la leadership di Islamabad è considerata il principale mediatore che ha contribuito alla tregua di due settimane con l’Iran, grazie a un accesso alla Casa Bianca impensabile fino a qualche mese fa. Ieri perfino alcuni giornali indiani lodavano le capacità diplomatiche del primo ministro Shehbaz Sharif e del capo delle Forze armate pachistane, il feldmaresciallo Asim Munir, leader militare de facto del paese, che con “una magistrale dimostrazione di abilità politica”, ha scritto l’analista Manoj K Channan sull’Indian Express, hanno “trascinato Stati Uniti e Iran al tavolo delle trattative”. I lati oscuri, le ombre di questi negoziati a guida pachistana, però, restano. 
Secondo le ricostruzioni dei media pachistani, Islamabad ha resistito nel gran caos negoziale delle scorse settimane perché aveva diversi vantaggi paralleli: un’alleanza di mutua difesa con l’Arabia Saudita, una relazione strategica con Pechino, un rinnovato accesso alle stanze del potere dell’Amministrazione Trump e ottimi rapporti diplomatici con la leadership e con le frange più oltranziste dei Guardiani della rivoluzione a Teheran – l’Inter-Services Intelligence (Isi), la principale agenzia di spionaggio del Pakistan che dipende dai militari e ha più poteri dell’esecutivo, ha una struttura simile a quella dei pasdaran e il suo capo, Asim Malik, aveva incontrato l’allora segretario del Consiglio di sicurezza iraniano, Ali Larijani, nel novembre scorso, che gli aveva dato “un assegno in bianco” sulle questioni di sicurezza nazionale.
Per cinque settimane richieste e garanzie sono passate attraverso le linee telefoniche di Rawalpindi, il quartier generale delle Forze armate pachistane, dove Munir, parlando quasi quotidianamente con il vicepresidente J. D. Vance, con l’inviato speciale americano Steve Witkoff e col ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, avrebbe costruito la tregua permettendo a tutti di non esporsi come parte perdente. Domani una delegazione americana (formata da Witkoff, dal genero di Trump Jared Kushner e da Vance) e una iraniana raggiungeranno Islamabad per i colloqui. La capitale pachistana, però, non è esattamente un luogo sicuro dopo le minacce dei gruppi terroristici di base in Afghanistan. Sebbene Sharif abbia parlato di un momento “splendente” della storia pachistana, ci sono ancora molti lati oscuri che riguardano il negoziato. Anzitutto il Pakistan ha escluso Israele dai colloqui, probabilmente proprio per il nodo del Libano coperto o meno dal cessate il fuoco. E poi c’è la questione del vantaggio per il Pakistan, al di là del ritorno sulla scena globale come protagonista diplomatico dopo anni di isolamento: Islamabad si aspetta che il successo di questi colloqui avrà un effetto sul suo conflitto contro l’Afghanistan dei talebani, e sul posizionamento di tutti gli attori nelle potenziali crisi a venire con l’India. Non è detto che funzioni.