× Tecnici della Lockheed Martin rimuovono carburante e fluidi dall’EP-3E Aries II a Lingshui, sull’isola di Hainan
Saturday11 April 2026
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La crisi di 25 anni fa
Il rischio Hainan fra America e Cina
Pechino riserva vaste aree di spazio aereo e alza l’ambiguità militare. Il precedente di una collisione fra un caccia cinese e un aereo americano mostra cosa può succedere. Ma oggi, con meno diplomazia e più tensione, gestire una crisi sarebbe molto più complicato
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7 APR 26
President George W. Bush (R) giving speech in the Oval Office of the White House after greeting the crew of the Navy surveillance plane that was held on China's Hainan island. (Photo by Mai/Getty Images)
Sono passati venticinque anni dalla collisione tra un caccia cinese e un aereo spia americano nei cieli sopra l’isola di Hainan. Allora Washington e Pechino impiegarono undici giorni per disinnescare una crisi che avrebbe potuto degenerare, arrivando a un compromesso volutamente ambiguo ma duraturo. La crisi di Hainan è considerata un caso di scuola della diplomazia internazionale, gestita dall’allora neopresidente americano George W. Bush e dal leader cinese Jiang Zemin, ed è usata spesso come esempio di tutto ciò che potrebbe andare storto, di nuovo, sui cieli del Mar cinese meridionale.
Il problema non è solo a Washington, perché negli ultimi anni il calcolo del rischio nella leadership cinese è aumentato esponenzialmente. Nei giorni scorsi Pechino ha imposto la più lunga e misteriosa restrizione dello spazio aereo al largo della propria costa: si tratta di quaranta giorni di “avvisi ai piloti” (Notice to Air Missions, abbreviato in Notam), un tipo di comunicazione che normalmente viene usato per segnalare esercitazioni militari e che di solito dura non più di qualche giorno. Secondo il Wall Street Journal, le zone soggette a restrizione dal 27 marzo al 6 maggio coprono un’area più vasta dell’isola di Taiwan, che la Cina rivendica come proprio territorio.
Un’area soggetta a Notam a sorpresa, senza esercitazioni militari previste, per di più così estesa – senza limiti di altitudine – e per un tempo record di quaranta giorni non è mai avvenuta, e secondo diversi analisti sembra più compatibile con una postura operativa che con un’esercitazione militare ordinaria. E la restrizione coinvolge direttamente gli spazi aerei e di passaggio, oltre che di Taiwan, anche del Giappone e della Corea del sud, e l’America naturalmente, che ha le sue basi militari nella regione. Per ora, nessuno ha capito bene a cosa dovrà servire, ma a fronte di una notifica di questo tipo il rischio incidente è altissimo.
Tecnici della Lockheed Martin rimuovono carburante e fluidi dall’EP-3E Aries II a Lingshui, sull’isola di Hainan
E’ quello che è successo la mattina del 1° aprile del 2001, quando un aereo spia americano EP-3, che stava svolgendo una missione di ricognizione vicino all’isola di Hainan, nel Mar cinese meridionale, viene raggiunto da due caccia cinesi J-8. Uno dei piloti è Wang Wei, considerato esperto e capace nelle intercettazioni ravvicinate. Ma quel giorno i due aerei volano troppo vicini, e alla fine si scontrano: il J-8 si disintegra in aria e precipita in mare, il pilota Wang Wei non viene più ritrovato. L’EP-3 americano, gravemente danneggiato, riesce a fare un atterraggio di emergenza alla base di Lingshui, sull’isola di Hainan, senza autorizzazione cinese e distruggendo nel frattempo tutto il materiale sensibile a bordo. La Cina trattiene i 24 membri dell’equipaggio americano. La vicenda diventa subito politica: l’Amministrazione di George W. Bush, che si è appena insediata, si trova di fronte al primo grande test di politica estera e rifiuta un’ammissione di colpa; a Pechino Jiang Zemin non vuole perdere la faccia.
Nei giorni scorsi The Wire China ha pubblicato una serie a puntate dedicata all’incidente di Hainan, parlando con i protagonisti della crisi. L’allora ambasciatore americano a Pechino, Joseph Prueher, ha raccontato per la prima volta che i cinesi arrivarono da lui subito con cinque richieste, compresa l’ammissione di colpa, e che gran parte del suo lavoro fu quello di depotenziare le accuse, un lavoro facilitato dalla capacità dei funzionari americani e cinesi di lavorare insieme: se Bush era appena arrivato alla Casa Bianca, per la Cina il rischio di una crisi più ampia, nel momento di massima internazionalizzazione del paese, poteva essere un problema. Secondo gli altri testimoni fra cui Tang Jiaxuan, allora ministro degli Esteri cinese, la collisione fu un incidente ampiamente previsto per via della frequenza con cui gli americani tentavano ricognizioni nell’area e la reazione dei piloti cinesi che, sempre più aggressivamente, cercavano di limitargli i movimenti. Tutto si risolse con la “lettera dei due ‘sorry’”, la formula diplomatica con cui Washington espresse rammarico senza ammettere colpe. Wang Wei divenne poi un eroe nazionale, celebrato con ancora maggiore enfasi oggi, nel clima di nazionalismo promosso da Xi Jinping. Mercoledì scorso il Global Times gli ha dedicato un lungo reportage dal cimitero dove è sepolto, definendolo il pilota che “ha sacrificato la sua vita per difendere lo spazio aereo e le acque territoriali cinesi”. Tra le immagini offerte davanti al cenotafio, c’erano anche quelle della parata militare del 3 settembre scorso, quando Xi ha messo in scena il suo show di forza accanto al presidente russo Vladimir Putin e al leader nordcoreano Kim Jong Un.
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Mentre Trump si prepara al viaggio a Pechino di metà maggio, è difficile non pensare a Hainan. Nel mezzo di una crisi globale legata alla guerra in medio oriente, il presidente americano vuole un accordo commerciale a tutti i costi, ha scritto ieri Politico: “Un obiettivo talmente importante che ai funzionari dell’amministrazione è stato ordinato di non creare attriti con la Cina, soprattutto in vista della visita”. Negli ultimi mesi il dipartimento di stato americano, tra licenziamenti e allontanamenti, ha perso una parte significativa di funzionari ed esperti sul dossier Cina, al punto da dover riaprire il reclutamento di analisti specializzati. Per ora, però, la gestione della relazione con Pechino è concentrata alla Casa Bianca, con meno canali tecnici di dialogo e una ridotta capacità di mediazione: il clima giusto per la tempesta perfetta.
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È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.