Il conto alla rovescia per il voto in Ungheria

L’arrivo di Vance a Budapest, l’ordigno vicino al gasdotto TurkStream, i sospetti di finto sabotaggio in una campagna elettorale costruita su tre parole: sovranità, spionaggio ed energia. In questo momento Putin e Trump sostengono lo stesso candidato: Viktor Orbán

di
7 APR 26
Immagine di Il conto alla rovescia per il voto in Ungheria

Hungarian Prime Minister Viktor Orbán speaks during an assembly of European far-right parties with Orbán’s Patriots for Europe group, in Budapest, Hungary, Monday, March 23, 2026. (AP Photo/Denes Erdos)

Dieci punti sono tanti da recuperare in una settimana. I sondaggi possono sbagliare, gli errori sono frequenti, ma il vantaggio che la maggior parte degli istituti demoscopici assegna allo sfidante di Viktor Orbán, il leader del partito Tisza Péter Magyar, è di circa dieci punti sul primo ministro che governa l’Ungheria da sedici anni. Orbán ha perso il controllo sul suo elettorato, non lo conosce più e Magyar lo sfida sul terreno che per anni è stato il suo. Una campagna fatta di scandali sessuali, accuse di spionaggio, soccorso russo per il primo ministro, sta volgendo al termine e uno degli ultimi atti si svolgerà fra oggi e domani, con la visita di due giorni del vicepresidente americano, J. D. Vance, a Budapest. L’Ungheria voterà domenica e due giorni fa, a una settimana esatta dal voto, il governo ungherese ha denunciato il ritrovamento di un ordigno inesploso non lontano dal gasdotto che collega la Serbia con l’Ungheria. 
Dopo l’annuncio e le accuse all’Ucraina, in molti, Magyar incluso, hanno iniziato a parlare di un’operazione sotto falsa bandiera per alzare lo stato di allerta e impedire il voto. Sono state le autorità serbe per prime a rivelare il ritrovamento “di una bomba di potenza devastante”. Orbán su X ha subito fatto sapere agli ungheresi di aver convocato un consiglio di difesa di emergenza e di aver messo la sezione ungherese del gasdotto sotto protezione militare. Non è accaduto nulla, l’ordigno è stato trovato prima che esplodesse, ma sono mesi che Viktor Orbán imposta la sua campagna elettorale parlando di sovranità, energia e spionaggio e accusando gli ucraini di voler indebolire l’Ungheria. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha commentato: “Qualcuno ha tentato di far saltare in aria il gasdotto TurkStream. Minare la sicurezza del nostro approvvigionamento energetico è un attacco alla nostra sovranità”. Ogni campagna elettorale di Orbán ha avuto i suoi nemici, i suoi fantasmi e questa volta sono gli ucraini, accusati di voler trascinare l’Ungheria in guerra e di voler minare le sue fonti energetiche. Magyar è a sua volta accusato di essere una spia al soldo di Kyiv, anche se finora il leader di Tisza ha parlato ben poco della sua posizione riguardo alla guerra in Ucraina e anzi preferisce sfidare Orbán parlando dei problemi interni dell’Ungheria.
Perdere le elezioni per Orbán vorrebbe dire rinunciare a un regno costruito in sedici anni. Per il Cremlino vorrebbe dire perdere un cavallo di Troia dentro all’Unione europea e un alleato al confine con l’Ucraina, per questo diversi analisti temono che fino all’ultimo il primo ministro farà di tutto per evitare il voto o assicurarsi la vittoria: sia per la propria volontà di rimanere al potere sia per le pressioni di Mosca. A Budapest sono arrivati degli specialisti russi per aiutare Fidesz, il partito del premier, a vincere le elezioni e la scorsa settimana, un gruppo di testate investigative ha pubblicato un’inchiesta sulle telefonate fra Szijjártó e vari funzionari di Mosca, in cui il ministro degli Esteri assicurava in tono servile che avrebbe agevolato il Cremlino in sede europea. In questa atmosfera, la notizia dell’ordigno ritrovato in Serbia vicino al TurkStream è suonata come un altro dei tentativo di Orbán di creare un clima di paura, accusare gli ucraini, la loro spia Magyar, assicurare che soltanto con Fidesz l’Ungheria potrà sentirsi difesa e quindi rimandare il voto per ragioni di sicurezza. Ieri però sono stati i serbi a escludere l’intervento ucraino sul gasdotto con un discorso pieno di contraddizioni pronunciato dal colonnello Duro Jovanic, in cui viene rimproverato alle autorità della Serbia di essere scettiche sui rinvenimenti dell’esercito e l’accusa a Kyiv viene definita disinformazione. Le parole di Jovanic alla stampa erano piene di messaggi interni, ma l’unica parte molto chiara è proprio quella in cui esclude il coinvolgimento di Kyiv. Un ex funzionario dell’intelligence ungherese ha riferito all’agenzia Reuters che negli ultimi giorni, negli ambienti della sicurezza dell’Ungheria sono circolate discussioni riguardo al piano per un’operazione sotto falsa bandiera volta a colpire il gasdotto in Serbia. C’è molto di oscuro ancora nella vicenda, sia a Budapest sia a Belgrado.
Oggi entrano nella sfida elettorale ungherese anche gli americani, che ormai fanno capolino in ogni voto europeo per indicare la loro preferenza. Il vicepresidente J. D. Vance arriva per una visita di due giorni e lo farà dopo che anche il segretario di stato Marco Rubio, a febbraio, andò a benedire “l’età dell’oro” delle relazioni fra Budapest e gli Stati Uniti. Vance andrà a sostenere Orbán e terrà un discorso programmatico, in un momento in cui, po’ ovunque in Europa, la vicinanza al trumpismo è percepita come tossica a causa delle conseguenze economiche per la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran. In questo momento, in Ungheria sia Putin, che manda la sua squadra di esperti di manipolazione elettorale a sostenere il primo ministro ungherese, sia Trump, che manda Vance a celebrare l’amicizia con Budapest, hanno lo stesso candidato alle elezioni del 12 aprile.