Il prezzo della neutralità curda. Gli attacchi nel Kurdistan iracheno

Nonostante sia il governo centrale sia il governo regionale del Kurdistan hanno dichiarato di aver cercato di restare fuori dal conflitto in corso, i funzionari curdi hanno affermato che quasi 500 attacchi con missili e droni hanno causato la morte di almeno 14 persone nella Kri dall’inizio dell'attacco americano e israeliano contro l'Iran

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31 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 01:13 PM | 1 APR 26
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Erbil, Kurdistan iracheno, 03 marzo 2026. EPA/GAILAN HAJI -- BEST QUALITY AVAILABLE


Baghdad. All’inizio di dicembre, i funzionari curdi avevano partecipato all’inaugurazione del più grande consolato statunitense al mondo, situato a pochi chilometri dalla capitale della loro regione semi-autonoma. Meno di tre mesi dopo, non solo si trovano a dover difendere quella struttura dall’Iran e dalle milizie a esso collegate, ma sono loro stessi oggetto di minacce sempre più gravi. In seguito a un attacco con drone sabato scorso contro la residenza del presidente iracheno Nechirvan Barzani, nella città settentrionale di Duhok, un altro drone è stato abbattuto nei pressi dell’abitazione del leader del Partito democratico del Kurdistan, Masoud Barzani, a Erbil. Entrambe le città si trovano nella Regione del Kurdistan iracheno (Kri), che condivide i confini internazionali con Siria, Turchia e Iran. La Kri, a maggioranza curda e semi-autonoma, conta una popolazione stimata di poco superiore ai sei milioni di abitanti, rispetto agli otto milioni della città di Baghdad, più a sud.
Sia il governo centrale sia il governo regionale del Kurdistan (Krg) dichiarano di aver cercato di restare fuori dal conflitto in corso tra Israele e gli Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro. Tuttavia, i funzionari curdi affermano che quasi 500 attacchi con missili e droni hanno causato la morte di almeno 14 persone nella Kri dall’inizio della guerra, il 28 febbraio scorso. La maggior parte degli osservatori ritiene probabile che l’autore degli attacchi di sabato e domenica sia una delle diverse milizie sostenute dall’Iran operanti nel paese. Diversi gruppi oscuri, ritenuti legati non solo all’Iran ma anche a grandi fazioni armate irachene – incluse quelle con partiti politici rappresentati nel parlamento del paese – hanno in passato rivendicato la responsabilità di attacchi contro asset statunitensi e altri obiettivi nella regione del Kurdistan, favorevole agli Stati Uniti.
Il leader di una delle fazioni armate irachene legate all’Iran, Abu Alaa al Walai di Kataib Sayyid al-Shuhada (Kss), ha pubblicato un post su X in cui ha affermato che l’attacco è contrario alla condotta delle fazioni della “resistenza” sostenute dall’Iran, elogiando il presidente regionale curdo per il suo approccio costruttivo e il suo comportamento personale. Walai ha insinuato che dietro l’attacco potrebbero esserci gli Stati Uniti o altri soggetti interessati a utilizzare i gruppi di opposizione iraniana a lungo presenti nella Kri – un’ipotesi a cui molti funzionari del Krg si oppongono fermamente, poiché li trascinerebbe nel conflitto. Le milizie sostenute dall’Iran avrebbero in passato attaccato alti funzionari iracheni, tra cui quello che sembrava essere un tentativo di assassinio nel 2021 dell’allora primo ministro Mustafa al Kadhimi. L’attacco del 2021 feriì diverse guardie del corpo di Kadhimi e fu condotto con tre droni carichi di esplosivo, di cui solo uno non fu abbattuto dalle forze di sicurezza. Il comandante del gruppo armato filo-iraniano Asaib Ahl al Haq, Qais al Khazali, aveva minacciato il primo ministro il giorno precedente a causa della sua percepita vicinanza agli Stati Uniti.
Poche settimane dopo quell’episodio, un portavoce del Kss aveva dichiarato che il gruppo aveva ricevuto oltre 40.000 chiamate da “volontari” pronti a combattere le forze statunitensi nel caso in cui queste fossero rimaste nel paese dopo la conclusione ufficiale della “missione di combattimento” americana in Iraq il 31 dicembre 2021. La fazione armata fu fondata nel 2013, inizialmente per combattere a fianco delle forze governative siriane contro i gruppi di opposizione armata, e solo in seguito fece ritorno in Iraq durante la guerra del paese contro lo Stato islamico tra il 2014 e il 2017, conflitto contro cui era schierata anche la missione di combattimento statunitense. Ora che la minaccia dell’Isis si è notevolmente ridotta, alcuni osservatori affermano di non vedere la necessità non solo di una missione di combattimento statunitense, ma anche della continua esistenza di fazioni armate non sottoposte al controllo governativo. In molti le descrivono come organizzazioni di tipo mafioso dotate di armamenti pesanti, che rischiano di trascinare l’Iraq in una guerra che il paese non vuole né può permettersi.