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Maneggiare i dazi senza isteria
Trasformare la mannaia di Trump in un’occasione per rendere l’Europa più competitiva e l’Italia più attrattiva. Un’alternativa alla legge del taglione c’è. Passa dalla capacità di rispondere al trumpismo con meno sovranismo. Idee
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4 APR 25

(foto Ap)
La chiave è semplice: meno legge del taglione, più Europa. In un passaggio storico come quello attuale, in cui gli alleati diventano avversari, in cui i nemici diventano amici dei vecchi alleati, in cui coloro che teoricamente dovrebbero essere tuoi amici ti chiamano parassita, e ti insultano, ti minacciano, ti puniscono, arrivando a colpire la tua economia a colpi di guerra commerciale. In un momento storico in cui succede tutto questo, provare a non perdere il buon umore può apparire come un’impresa titanica, impossibile, scellerata, persino irresponsabile. E trovare una chiave di lettura non catastrofista di fronte a una catastrofe di nome Trump non è facile, neppure per ottimisti incalliti come noi. Eppure, anche in queste ore, ci sono diversi modi per provare a non perdere l’allegria, per provare a capire quali effetti virtuosi potrebbe innescare il non virtuosismo di Trump. I problemi dei dazi, in Italia, li conosciamo tutti e sono noti da mesi. Il nostro paese esporta ogni anno negli Stati Uniti beni per oltre 65 miliardi di euro e la riduzione dell’export verso l’America generata dall’introduzione delle barriere tariffarie è stimata attorno al 4,3 per cento con effetti più accentuati sul settore vinicolo, sull’agroalimentare, sul farmaceutico, la meccanica di precisione, sull’arredo e sul lusso e con una perdita stimata di circa 27 mila posti di lavoro. Il lato economico è fondamentale, e solo i servi sciocchi del trumpismo possono pensare che il problema dei dazi di Trump sia l’Europa e non lo stesso Trump. Ma come ogni crisi anche questa, anche quella generata dalla guerra commerciale trumpiana, nasconde delle piccole opportunità. In questo senso, l’opportunità più importante riguarda una risposta specifica che l’Italia e l’Europa potrebbero offrire ai dazi di Trump molto diversa dalla politica “occhio per occhio dente per dente”, in base alla quale per rispondere a una scelta scellerata (i dazi) occorre farne un’altra altrettanto dannosa (altri dazi).
Il primo punto, naturalmente, riguarda l’opportunità che ha l’Europa, e anche l’Italia, di sfruttare un’occasione letteralmente storica: una minaccia esterna, potente, che costringe l’Europa a trovare delle strategie per essere più attrattiva, meno burocratizzata, più efficiente, più competitiva, più decisa a incentivare la crescita delle imprese, specie quelle tecnologiche, e più decisa a combattere la politica della chiusura con il suo opposto, ovvero l’apertura al mondo. Mario Draghi, lo ricorderete, a febbraio ha sottolineato un punto che andrebbe tenuto a memoria: l’Unione europea, in questi anni, si è autoimposta delle barriere interne che ostacolano la crescita economica, paragonabili a dazi autoimposti, e quelle barriere, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, equivalgono a una tariffa del 45 per cento nel settore manifatturiero e del 110 per cento nei servizi. Il tema riguarda l’Europa, naturalmente, ma riguarda anche i singoli paesi europei, che di fronte alla prospettiva tratteggiata da Trump – utilizzare gli introiti possibili che potrebbero arrivare con i dazi per abbassare le tasse e creare condizioni favorevoli per le imprese per investire in America – hanno il dovere di accelerare dei processi che avrebbero già dovuto considerare in autonomia senza dover aspettare la severa e pericolosa sculacciata americana: mettere in campo ogni strategia possibile per rendere più attrattivo il proprio paese, investendo ogni euro disponibile nel proprio bilancio non per finanziare marchette ma per scommettere sulla crescita e per rendere più libere di agire sul mercato le nostre imprese andando a sfoltire la foresta di lacci e lacciuoli che tiene ingessato un paese come l’Italia e magari abbandonando ogni resistenza sul fronte delle liberalizzazioni: ci stupisca, caro presidente. Il secondo tema, su cui subentra un pizzico di irresponsabile allegria, ha a che fare con una questione politica che riguarda in primo luogo l’Italia. Per molti mesi, i trumpiani italiani, i follower del presidente degli Stati Uniti, hanno pensato di poter gestire la minaccia dei dazi scommettendo sulla politica del “figuriamoci se”: tranquilli, ve lo dico io, il nostro amico Donald ci vuole bene, vedrete che i dazi li minaccia solo per avere qualcosa in cambio, non ci farà del male. La strategia del “figuriamoci se” è un tratto tipico dei trumpiani italiani, che da mesi, al contrario degli avversari del trumpismo, hanno scelto di non prendere sul serio la minaccia di Trump (ieri Meloni ha convocato una riunione a Palazzo Chigi per provare a capire come reagire ai dazi, nello stesso giorno Macron ha riunito tutti i rappresentanti delle filiere colpite dai dazi statunitensi). Ora che però la minaccia è reale il bagno di realtà dei trumpiani italiani è doppio.
Da una parte vi è la consapevolezza che il trumpismo, piuttosto che portare benefici al nostro paese, ha finora portato solo guai (imprese aggredite, vulnerabilità dell’Europa, spese militari da aumentare) e ha finora contribuito non a difendere gli interessi nazionali ma ad aggredirli (i sovranisti, quando servono, non si vedono mai). Dall’altra parte vi è la consapevolezza che per non rispondere seguendo la legge del taglione i follower del trumpismo in Italia per difendere l’interesse nazionale dovranno sostenere tutto quello che hanno sempre combattuto. Dovranno chiedere all’Europa di essere più forte, non più debole. Dovranno riconoscere il valore della globalizzazione che hanno sempre demonizzato. Dovranno riconoscere che per difendere il made in Italy occorre avere un’Europa più sovrana, non più sovranismi in Europa. Dovranno accettare il libero scambio come necessità inderogabile, smettendola di combatterlo a testa bassa. Un esempio: l’Italia è uno dei paesi che stanno ostacolando l’accordo col Mercosur. Che cosa aspetta il governo a dare il buon esempio, a non voler reagire seguendo la logica dell’“occhio per occhio, dente per dente”, e a dare il suo benestare decisivo all’accordo europeo? Reagire in modo non isterico ai dazi di Trump, senza perdere l’allegria, è possibile, a condizione che si affrontino i due grandi elefanti nella stanza: tutelare l’interesse nazionale senza abbandonare l’agenda del nazionalismo non è possibile e per allontanarsi dall’agenda che sta intossicando il mondo occorre fare di tutto per essere più efficienti, più attrattivi, più europei, meno sovranisti e semplicemente meno trumpiani. Un’alternativa alla legge del taglione c’è. Basta imparare dai propri errori e trasformare una crisi sistemica in un’opportunità per diventare grandi.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.