la nuova normalità del conflitto

A Kyiv, tra il bunker e McDonald's, pure la voglia di normalità è sotto attacco

Paola Peduzzi

Sedici raid russi solo a maggio, e il ribaltarsi continuo dei ruoli per cui non sono i russi che devono giustificare la loro aggressione, ma gli ucraini che devono giustificare la loro difesa

Sedici attacchi aerei su Kyiv soltanto nel mese di maggio: ieri due, uno durante la notte e uno sei ore dopo, di mattina, dopo che nel fine settimana, alla vigilia del compleanno della capitale ucraina – 1.541 anni dalla sua fondazione – erano stati lanciati dall’esercito russo 40 droni di produzione iraniana. La capacità di difesa dell’Ucraina è impressionante: quasi la totalità dei missili e dei droni è stata intercettata, alcuni cadono e fanno danni, anche i pezzi dei missili intercettati cadono e fanno danni, feriti e morti (non è stata colpita solo Kyiv, i bombardamenti sono come sempre sparsi e indiscriminati). Lo scopo del Cremlino è logorare la difesa aerea ucraina tanto efficiente, e per questo gli attacchi sono diventati più frequenti e più intensi:  la retorica degli “obiettivi strategici” propagandata da Vladimir Putin e dai putinisti è sempre stata una finzione, ora lo si vede più chiaramente perché non viene neppure più citata. E si consolida il deliberato obiettivo terroristico: nessun ucraino deve e può vivere una vita normale, da nessuna parte, men che meno a Kyiv – deve vivere nel terrore.

 

La determinazione con cui gli ucraini coltivano la loro normalità dopo quindici mesi di guerra è un altro obiettivo degli attacchi: non bastano i danni, i feriti, i morti, il terrore, no, i putiniani vogliono che la paura sia per gli ucraini pervasiva e annichilente. Altrimenti sono pronti a dire: ma quale guerra, guardate come sa la spassano a Kyiv, vi sembra una città sotto attacco? C’è un che di tragicamente perverso in questo ribaltarsi continuo dei ruoli: non sono i russi che devono giustificare la loro aggressione, ma gli ucraini che devono giustificare la loro difesa. Di più: anche il loro spirito, la loro voglia di vita, la determinazione a non lasciarsi sopraffare dalla paura.  Ieri la first lady ucraina, Olena Zelenska, ha postato il video di un gruppo di studenti che corre verso il rifugio antimissili urlando e piangendo, spaventati. “Kyiv. La mattina dopo una notte insonne sotto le bombe – ha scritto su Twitter la first lady –  Ansia, di nuovo. Bambini che gridano andando nel rifugio mentre suonano le sirene: è la nostra realtà. Ma non deve essere così – da nessuna parte, mai. Non si può spegnere la paura, ma noi non ci blocchiamo, noi agiamo. L’Ucraina continua a combattere”. 

 

Il video dei ragazzini che corrono impauriti era ovunque, come se gli ucraini dovessero dare un’ulteriore dimostrazione al mondo: guardate che noi abbiamo paura, che i nostri figli gridano e piangono, che le sirene ci fanno tremare e iniziamo a correre o pensiamo alla nonna a casa che correre non può e come farà?, farà in tempo a mettersi al sicuro? Ieri, nell’attacco notturno, secondo i dati del comune di Kyiv, novemila cittadini sono andati a rifugiarsi nelle stazioni sotterranee della metropolitana (di questi 1.120 bambini); nell’attacco della mattina, le persone nel bunker-metropolitana erano 40 mila. Arrivavano affannati, si calmavano, si aiutavano e poi si rimettevano a lavorare, studiare, telefonare: c’era anche una coppia di sposi che era nel mezzo della cerimonia e ha dovuto correre nel rifugio, la sposa si è messa su una seggiola, giocava con i capelli, lo sposo l’ha baciata, ridevano, e tutti intorno facevano filmati e congratulazioni. E’ la normalità di Kyiv, questa, e la metropolitana intanto continua ad andare. 

 

Nel fine settimana, mentre la capitale si preparava alla sua festa di compleanno e metteva in mostra la sua vitalità, ha scatenato parecchie polemiche il video postato dal presidente della Kyiv School of Economics, Tymofiy Mylovanov, girato dentro a un McDonald’s, venerdì sera. Ci sono molte persone, soprattutto giovani, che ordinano, si siedono, predono i vassoi, chiacchierano. Per gli scettici antiucraini il video è diventato una prova: Kyiv non è in guerra, in quale altra città di un paese in guerra la gente va tranquillamente da McDonald’s? E poi: ci sono molti maschi, non dovrebbero essere a combattere se questo è un conflitto esistenziale? La  voglia di normalità degli ucraini è diventata un’altra colpa, e come ieri si mostravano i bambini terrorizzati, così Mylovanov si è messo a spiegare il rischio che si corre quotidianamente a Kyiv e che molti di quei ragazzi erano probabilmente tornati dal fronte o pronti a partire o tornati e destinati a ripartire. Anche questa è la normalità, il fatto che gli ucraini affrontino la guerra senza lamentarsi è un grande vantaggio  per noi alleati che altrimenti dovremmo iniziare a chiederci: se smettono di combattere gli ucraini, dobbiamo andarci noi? Invece va tutto al contrario e questo perverso onere della prova – sì, siamo sotto attacco, sì, abbiamo paura – tocca agli ucraini. 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi