Olivier Mateu (LaPresse)

“Je m'en fous”

Chi è Olivier Mateu, capopopolo delle proteste francesi contro Macron

Mauro Zanon

Sostenitore di un “sindacalismo da combattimento” contro il “sindacalismo d’accompagnamento” del capitalismo, sta diventando di quella parte di paese che sogna un nuovo ’68. La piazza parigina contro la riforma delle pensioni ha trovato la sua voce forte in un anarco-sindacalista

C’è un aneddoto che Olivier Mateu racconta sempre per impressionare i suoi interlocutori e far capire che con lui non si scherza quando si parla di révolution. E’ il 18 ottobre del 2022 e la Francia scende in piazza per chiedere un aumento dei salari dinanzi all’impennata dell’inflazione. Siamo ancora agli inizi del tumultuoso conflitto sociale che in queste settimane sta portando nelle strade centinaia di migliaia di persone contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Emmanuel Macron, ma le temperature della protesta sono già molto elevate. Soprattutto nelle raffinerie, dove i dipendenti bloccano i siti e causano gravi penurie di carburante nel paese. “Abbiamo fatto una cosa molto semplice: siamo andati a incontrare il prefetto. E gli abbiamo detto: ‘Alla prima precettazione, scatta la guerra. Se toccate un compagno in una raffineria, diamo fuoco al dipartimento. Ma non nel senso che ci innervosiamo. Incendiamo veramente tutto, con le fiamme vere’”.

 

Olivier Mateu, 49 anni, segretario generale della Cgt nel dipartimento di Marsiglia (Bocche del Rodano), ossia in una delle federazioni più potenti del sindacato estremista francese, è l’agit prop della piazza anti Macron, il capopopolo di una Francia che sogna un nuovo ’68, di abbattere il macronismo come i vecchi compagni azzopparono il gollismo, il leader di una protesta radicale che si fermerà, dice, solo quando verrà “ritirata la riforma delle pensioni”. “Il 49.3 è uno sputo in faccia a tutti i lavoratori”, ha commentato lo scorso 16 marzo, quando il governo di Élisabeth Borne ha deciso di attivare il famoso articolo-salvagente della Costituzione introdotto nel 1958 da Charles de Gaulle, che permette di approvare una legge senza sottoporla al voto del Parlamento. “L’intersindacale ha portato avanti il conflitto in modo molto accademico fino ad oggi e ha fatto bene. Ma il governo ha voluto calpestare tutte le regole con il 49.3, e ora, dunque, non ci saranno più regole”, ha avvertito la scorsa settimana. 

 

Mateu sembra uscito da un film di Marcel Pagnol con quel suo forte accento marsigliese, la corporatura massiccia e la grande gueule da frequentatore di bar-tabac. Si definisce anarco-sindacalista, sostenitore di un “sindacalismo da combattimento” contro il “sindacalismo d’accompagnamento” del capitalismo, milita per la pensione a 60 anni e il salario minimo a 2.000 euro, e quando un giornalista parigino gli chiede se è infastidito da chi lo definisce un “gros bourrin”, un tipo rozzo, grossolano, che non ha un abito che sia uno nel guardaroba, e se ne frega se ha la maglietta sporca di Pastis, risponde così: “Je m’en fous”, me ne fotto.

L’unico obiettivo, oggi, è costringere con le maniere forti l’esecutivo ad abbandonare la riforma, abbattere Macron, e magari farlo da segretario nazionale della Cgt. La prossima settimana, infatti, si terrà a Clermont-Ferrand il congresso per il rinnovo dei vertici del sindacato francese, il 53esimo della sua storia. Philippe Martinez, attuale boss della Cgt, contava di passare il testimone a Marie Buisson, la sua favorita, senza troppi problemi: una candidatura consensuale, più aperta al dialogo con le altre organizzazioni sindacali, ma anche più femminista e ecologista. Tuttavia, i piani di Martinez rischiano di saltare a causa dell’outsider Mateu: la sua candidatura radicale, che nessuno aveva visto arrivare, suscita un grande fascino nelle varie federazioni cegetiste, molto più della proposta tiepida e moderata di Buisson. A maggior ragione in un momento in cui la mobilitazione contro la riforma delle pensioni tende a radicalizzarsi.

 

“Se volete far venire i giovani, le donne e gli uomini, bisogna ricreare una Cgt all’attacco, una Cgt che si assume la responsabilità delle sue posizioni, che non si scusa quando passa alla televisione ed è inflessibile sulle proprie rivendicazioni”, tuona il segretario generale cegetista nel dipartimento di Marsiglia, che tutti i talk-show si contendono per alzare i livelli di share. Le sue punchline fanno strage di visualizzazioni su TikTok. Come quella che ha avuto come vittima il portavoce di Renaissance (il partito di Macron) Loïc Signor. Quest’ultimo, chiamato la scorsa settimana a commentare la lotta per la successione alla guida della Cgt, aveva definito alcune dichiarazioni incendiarie di Mateu “irresponsabili, irrispettose, pericolose e anti democratiche”, prima di aggiungere: “Anche se sono in disaccordo su molte cose con Philippe Martinez, penso che sia molto più responsabile di lei, caro signore”. Attacco che non ha minimamente perturbato Mateu, il quale, collegato dal suo salotto di casa, dopo aver dato un ultimo tiro alla sigaretta che stava fumando, ha reagito così: “Se la sua opinione contasse qualcosa alla Cgt, mi sarebbe importato”. 

 

Nato a Port-de-Bouc, piccola località portuale situata a meno di cinquanta chilometri da Marsiglia, Mateu è cresciuto in una famiglia ancorata da generazioni alla sinistra della sinistra, che ha sempre votato Pcf, Partito comunista francese, e avuto la sua tessera alla Cgt. Il nonno paterno, Manuel, a soli 17 anni, volò in Spagna a imbracciare le armi accanto agli anarchici contro le truppe di Franco, “perché era troppo giovane per arruolarsi nelle brigate internazionali”, secondo quando dichiarato a Mediapart da Mateu. Il padre, invece, ha lavorato per anni come saldatore, poi come funzionario al comune di Port-de-Bouc, mentre la madre è stata maestra d’asilo per quasi tutta la vita. “Crescendo in un contesto familiare come il mio, si è impregnati da determinate atmosfere e valori”, racconta oggi Olivier Mateu. A soli dodici anni, si avvicina alla gioventù comunista. Dieci anni dopo, guardia forestale di formazione, mette piede per la prima volta nella Cgt, quando l’organizzazione sindacale fondata a Limoges nel 1895 è ancora la più importante di Francia per numero di iscritti (dal 2018, è stata scalzata dalla Cfdt, il sindacato riformista guidato da Laurent Berger). E dal 1996, non l’ha più mollata. Nel 2016, dopo due decenni di gavetta, diventa il segretario generale della Cgt 13, la federazione delle Bocche del Rodano, una delle più massicce e influenti con 32 mila iscritti. Il suo esercito cegetista nel sud-est francese lo venera come un santino, la base parigina, invece, è preoccupata dalla sua radicalità. “Per alcuni federati, Mateu è un militante senza eguali, per altri è uno stalinista e per la direzione nazionale è un rompipalle. Probabilmente è tutte queste coste allo stesso tempo”, dice un dipendente della sede centrale della Cgt, a Montreuil, a est della capitale francese. Per sapere chi avrà la meglio tra la linea consensuale di Marie Buisson e la linea dura e pura di Olivier Mateu bisognerà aspettare ancora qualche giorno, ma ai giornalisti il “cegetista rosso vivo”, come lo ha dipinto Libération, ha già spiegato come sarà la sua Cgt: radicale come lui. “Se essere radicale significa rifiutarsi di accettare le regole ingiuste, rivendico il fatto di essere radicale. Lo sarò fino alla fine della mia vita e spero che la Cgt lo sarà per l’eternità, a prescindere da chi sarà al governo”, assicura Mateu.

 

L’attuale segretario nazionale del sindacato rosso, Philippe Martinez, sembrava non avere rivali in termini di oltranzismo, con la sua battaglia fuori dal tempo per abbassare da 35 a 32 ore la settimana lavorativa ai tempi della riforma liberale del codice del lavoro (quando all’Eliseo c’era il socialista François Hollande e all’Economia un certo Emmanuel Macron). Ma a confronto con Mateu sembra quasi un centrista moderato. Non a caso, appena può, il segretario generale della Cgt 13 non risparmia frecciate a Martinez: “Se essere rotondi e moderni significa genuflettersi continuamente non vedo quale sia l’utilità”. E quando qualcuno dice che la Cgt, oggi, ha bisogno di una donna alle redini, risponde in questo modo: “Una donna sì, ma con dei contenuti”. Qualità che, dal suo punto di vista, non possiede la rivale, Marie Buisson. 

 

La futura Cgt versione Mateu metterà in cima alle priorità la lotta contro la “radicalizzazione del capitalismo”, che richiede “di ripensare la produzione, mettere fine al controllo della finanza sull’organizzazione delle cose, altrimenti saremo sempre nell’accaparramento delle ricchezze a detrimento dell’interesse generale”, secondo le sue parole dall’aroma sessantottino. Del resto, quando entri nel suo ufficio situato al quarto piano della Borsa del lavoro di Marsiglia, è chiaro a tutti fin da subito con chi hai che fare. Alzi gli occhi e si palesa un museo in miniatura delle icone e dei simboli della sinistra radicale del Ventesimo e Ventunesimo secolo: un poster del presidente venezuelano Nicolás Maduro troneggia accanto a una bandiera palestinese, a un omaggio al resistente e militante comunista armeno Missak Manouchian, e a foto di Fidel Castro, Che Guevara e Hugo Chávez. C’è anche una bandiera cubana e una gialla con Abdullah Öcalan, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, oltre a un’affiche dell’Unione dipartimentale della Cgt 13 disegnata in occasione della protesta contro la Loi travail del 2016: “La police pour les Voleurs, pas pour les Travailleurs”. Più in là, dietro una vetrinetta, spunta “L’Espoir au présent”, libro manifesto dello storico leader del Partito comunista francese Georges Marchais. Lo scorso 14 marzo, per il 140esimo anniversario della morte di Karl Marx, si è recato a Londra, al cimitero di Highgate, per rendergli omaggio. “Sempre una grande fonte di ispirazione. La lotta di classe è una realtà. Continuiamo la battaglia”, recita il tweet sopra la foto che lo ritrae accanto alla tomba di Marx. La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, il guru dell’ultrasinistra francese, va in sollucchero quando sente Mateu parlare di “lutte des classes”. Per Antoine Léaumont, deputato Insoumis, il sindacalista marsigliese è il “Goat”, abbreviazione affettuosa che in inglese indica “il più grande di tutti i tempi”, e per Mélenchon il miglior alleato tra i sindacalisti francesi. 

 

Alla gauche insoumise piace anche il suo anti atlantismo, o meglio la sua “inclinazione pro russa”, come l’hanno definita il settimanale Franc-Tireur e il quotidiano La Provence. In due inchieste uscite alcuni giorni fa, è emerso fino a che punto la federazione cegetista delle Bocche del Rodano sia legata alla Federazione sindacale mondiale (Fsm), organizzazione a stampo comunista da sempre nell’orbita russa. La Cgt, a livello nazionale, aveva messo fine ai suoi rapporti con la Fsm nel 1994, ma nel 2019, autonomamente, la Cgt 13 di Mateu ha deciso di rientrare nell’unione sindacale che oggi ha sede ad Atene e il cui presidente, il greco George Mavrikos, è un megafono della propaganda putiniana (ha giustificato l’invasione di Putin col pretesto che in Ucraina ci sono i “neonazisti” e ha preso pubblicamente la difesa dei separatisti pro russi nel Donbas). “La Fsm era e resta contraria alle pratiche fasciste del governo ucraino che è una marionetta degli Stati Uniti e della Nato”, si legge in un comunicato apparso nel marzo dello scorso anno. Mateu non solo non ha preso le distanze: ha anche definito Mavrikos un “vero dirigente politico di alto livello” e ribadito che Zelensky “è una marionetta degli Stati Uniti attraverso la Nato”, colpevole di aver “creato le condizioni di una guerra tra gli Stati Uniti e la Russia, a discapito dei lavoratori e delle popolazioni russe e ucraine”. E la responsabilità di Putin nell’attuale conflitto? “Per difendere gli interessi della classe alta russa, Vladimir Putin ha ritenuto che la migliore difesa fosse l’attacco”, ha dichiarato Mateu a La Provence, prima di aggiungere: “Se attorno al vostro giardino mettono delle taniche di benzina dicendovi che al primo sgarro verrà appiccato un incendio, a un certo momento prendete dei provvedimenti”. 

 

Mateu, l’incendio sociale, lo vuole nelle strade, nelle raffinerie e in tutti i luoghi sensibili che possono paralizzare la Francia. Perché “i piatti sono vuoti” e per “i lavoratori poveri la penuria è dal 9 al 31 del mese”. O il ritiro della riforma o la guerre. 

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