Biden e Xi si parlano per tre ore, ed è un messaggio a Putin

Giulia Pompili

La Guerra fredda può attendere. Nessuna concessione dal bilaterale ma la riapertura delle comunicazioni. Durerà?

Seul, dalla nostra inviata. Il presidente americano Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping si sono incontrati lunedì 14 novembre, il giorno prima dell’inaugurazione del G20 sull’isola indonesiana di Bali, per la prima volta da quando Biden è diventato presidente, e tutti si aspettavano facce e atteggiamenti da Guerra fredda. Così non è stato. I due si sono incontrati in un clima di quasi-cordialità – sorrisi, strette di mano, “è bello rivederti” – per un summit che serviva a impostare i toni del dialogo. “Lettere, videochiamate, telefonate: niente può sostituire la diplomazia faccia a faccia”, avrebbe detto Xi, secondo quanto riportato dalla stampa cinese. Per il leader cinese si tratta del secondo viaggio fuori dai confini nazionali sin dall’inizio della pandemia, il primo era stato in Asia centrale per incontrare, tra gli altri, Vladimir Putin.  Da mesi ormai le relazioni tra America e Cina sono precipitate al minimo storico, e finora Biden e Xi si erano parlati soltanto al telefono, cinque volte, mentre contemporaneamente la guerra della Russia contro l’Ucraina, e l’ideologica difesa cinese di Putin, destabilizzavano l’occidente. La conversazione a porte chiuse tra i due leader è durata più di tre ore, e dai rispettivi comunicati pubblicati dopo l’incontro si capisce che qualcosa si sta muovendo.

 

La notizia principale è una possibile visita del segretario di stato americano Antony Blinken a Pechino all’inizio del prossimo anno, ma c’è soprattutto la volontà di riaprire canali di comunicazione fino a oggi interrotti, che rischiavano di aumentare le tensioni tra la prima e la seconda economia del mondo. 

 
Se per la Casa Bianca la Cina resta la principale minaccia all’ordine mondiale liberale, e per Pechino l’America è la causa di ogni male del mondo, che cosa è cambiato nel giro di un pomeriggio? Come spesso succede, si tratta di un gioco delle parti molto sofisticato, ed è necessario  interpretare alcuni dettagli.  “Condividiamo molte responsabilità”, ha detto Biden a Xi, e sin dall’inizio il summit è stato tra pari: è stato il presidente americano ad andare all’hotel di Xi – la consuetudine che si usa per chi ha più anzianità di leadership – e Xi era posizionato alla destra di Biden – la consuetudine che si usa per chi viene ricevuto. Tutto è paritario in questo nuovo mondo dove la priorità, almeno quella occidentale, è soprattutto di far cessare la guerra di Putin all’Ucraina, all’Europa e all’occidente. 

 

Il bilaterale arriva dopo il Congresso del Partito comunista cinese e l’avvio del terzo mandato di Xi, in un momento in cui si avvertono dei minuscoli spiragli di insoddisfazione da parte della leadership cinese su come si sta prolungando la guerra: certi indizi ci arrivano dalle dichiarazioni, fatte circolare sulla stampa internazionale nei giorni scorsi, di fonti anonime del Partito che dicono che il Cremlino non era stato chiaro sui suoi piani con Xi, a febbraio. Sulle altre questioni sostanziali, come Taiwan e business, le posizioni di Washington e Pechino restano invariate. Durante la conferenza stampa, il presidente Biden è stato  cauto sulle aspettative ma anche molto diplomatico. Ciò che cambia, semmai, è un timidissimo avvicinamento che è un indiretto messaggio anche a Putin.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.