Foto di Unsplash 

cambiamenti

Cattive notizie sul mito americano: è in netto declino, se non si è già spento

Alfonso Berardinelli

Gli Stati Uniti non sono più il paese libero, utopico e generoso di un tempo. Ora, l'estremizzazione dei repubblicani, l'incremento della violenza e della solitudine, stanno facendo diventare il luogo dei sogni una terra inospitale

Un paio di settimane fa, mia moglie e io abbiamo ospitato una nostra giovane amica americana, che non vedevamo da qualche anno. Parla piuttosto bene l’italiano perché da ragazza venne a frequentare il liceo in Italia e più tardi passò un periodo a Venezia. Lavora non proprio nel mondo del cinema, che non le piace, ma a ridosso di quegli ambienti, come tecnica specializzata in cineprese. Venti anni fa viveva a Seattle, poi si è trasferita a Los Angeles e recentemente ha preferito andare a vivere a New Orleans, dove dice che il clima sociale è migliore, più comunicativo, nonostante che la Louisiana sia considerata uno degli stati più pericolosi dell’Unione.

 

Ora le è venuta di nuovo voglia di tornare in Italia, sembra che stia per trovare lavoro qui, e l’idea è, se possibile, di lasciare per sempre gli Stati Uniti. La ragione per cui ne parlo è proprio nello stato d’animo e nelle valutazioni che l’hanno portata fino a considerare seriamente una così radicale svolta di vita. La prima cosa che ha cominciato a dirci è che in America si parla niente di meno che di una situazione sociale e politica da nuova guerra civile. Nel partito repubblicano c’è chi arriva a dire che l’abolizione della schiavitù, un secolo e mezzo fa, è stata un errore, perché in realtà lo schiavismo era per i neri un modo di vivere e di essere più “adatto e naturale”.

 

Tutta la società, dove più dove meno, è in continuo allarme. Si vive in mezzo a ogni genere di paure. Agli automobilisti, come in Messico e in Brasile, si consiglia di stare molto attenti quando ci si ferma ai semafori, perché si può essere assaliti. Al cinema si va sempre meno perché gli assembramenti sono una tentazione per chi può avere in testa di sparare nel mucchio. Il senso di solitudine delle persone aumenta e questo porta più facilmente a qualche tipo di pazzia. Ognuno se ne sta chiuso dentro la propria testa e le proprie favole (i social, le manie, le gang, le sette religiose). I problemi di genere sono diventati ossessivi e non si sa più quali pronomi usare, le categorie di maschio e femmina sono linguisticamente impraticabili… “A volte” dice “mi pare di diventare matta. Ma non sono la sola che in America sta diventando matta”.

 

Tutto quello che dice questa giovane donna a me sembra piuttosto sensato. È come se sentissi dire cose che già sapevo o immaginavo, su cui di solito si sorvola, o che sono date per scontate. Che la vita sociale in America sia infestata di fobie non è una novità e il suo cinema non fa che ripetercelo da decenni. Ora il mito americano, che è durato un secolo, è in netto declino, se non si è già spento. L’elezione di Barack Obama poteva sembrare una lezione di democrazia progressiva che gli Stati Uniti davano alla logoratissima Europa. Invece la reazione a quell’evento non finisce di dare frutti velenosi. Donald Trump nasce da lì e da lì viene l’elettorato che lo sostiene, più reale e più temibile di quell’osceno individuo. C’è ancora qualcuno in Europa e in Italia che pensi all’America come a una società e a una cultura che abbiano qualcosa di interessante e di attraente da insegnarci?

 

A me il debole, malfermo Biden è simpatico proprio perché mostra l’esistenza di un notevole numero di elettori americani che preferiscono un uomo come lui, per età e malinconia, a un energumeno da baraccone come Trump, stupido e spudorato. Ma è certo che qualche segno di esaurimento e decadenza si nota. L’America non è più giovane e libera, utopistica, generosa e sana. Emerge sempre di più la violenza distruttiva delle sue origini, il carattere brutale della sua mitizzata energia. Le analisi impietose della cultura sociale americana non sono mai mancate, in America, da Incubo ad aria condizionata (1945) di uno scrittore come Henry Miller, il padre della Beat generation, fino a un antropologo come Marvin Harris di America now (1981). Due generazione lontane, due punti di vista e due metodi di indagine, uno più soggettivo e letterario e l’altro più scientifico: eppure in tutti e due i casi la società americana ne viene fuori come un fenomeno degenerativo. 

 

Se si apre America now di Harris sembra di leggere più la prosa di un autore ferocemente satirico che di un osservatore metodologicamente distaccato. Cito qualche frase dalle prime due pagine: “Qui si parla di sette religiose, di criminalità, di merci scadenti, di prezzi che si allungano e del dollaro che si accorcia (…) Di vecchie signore aggredite e violentate, di sparatorie ai distributori di benzina. Si parla di lettere che ci mettono settimane per arrivare a destinazione, di computer che ti fatturano roba mai comprata. Di panchine rotte, fontane senz’acqua, finestre frantumate, gabinetti sporchi, strade piene di buche, edifici ricoperti di graffiti, statue rovesciate (…) Si parla di lacci da scarpe che si rompono dopo una settimana, lampadine che continuano a fulminarsi. La violenza criminale ha raggiunto record assoluti. Il vandalismo dilaga”.

 

Queste righe non riassumono certo l’intero libro, ma la cosa più allarmante è che si tratta delle constatazioni pure e semplici di un antropologo, che nessuna interpretazione potrà cancellare. Nel 1939 Henry Miller viveva da tempo a Parigi, ammirava la Francia, eppure sentì “il bisogno di tentare una riconciliazione” con la sua “terra natia”. Il risultato del suo viaggio fu disastroso fin dall’inizio. Dopo essere stato colpito dalla “cupa bruttezza” di una città come Boston, Miller dice che New York (dove era nato nel 1891) gli fece l’impressione di sempre: quella di essere “il luogo più orribile sulla terra di Dio”

Pessimo inizio. Il resto non è riassumibile. Il libro è comunque assai notevole. Per quel tanto che Miller mi serve in questo articolo forse possono bastare le seguenti parole: “La maggior parte dei giovani di talento che ho incontrato in questo paese sembrano essere alquanto squilibrati. Perché non dovrebbero esserlo? Vivono in mezzo a gorilla spirituali, a maniaci del mangiare e del bere, fabbricanti del successo, fanatici della tecnica, segugi della pubblicità”. Provate a dire che non è vero.

Di più su questi argomenti: