Siriani in fuga verso la Turchia (foto LaPresse)

"l'abominio morale"

Qualsiasi accordo tra Erdogan e Putin lo pagheranno i siriani

Luca Gambardella

La Russia minaccia di bloccare l'accesso di cibo e medicine in Siria, la Turchia emana leggi per respingere i profughi. Un disastro umanitario da cui trae vantaggio lo Stato islamico

Qualsiasi decisione prenda Erdogan, che intenda attaccare o meno il nord-ovest della Siria, qualsiasi scelta faccia Putin, concedendo o no il suo placet all’intervento turco, e qualunque resistenza voglia opporre Assad, milioni di siriani saranno vittime di una “catastrofe umanitaria”. A definirla così è stata l’Onu, che ha ricordato che il tempo stia per scadere: entro il 10 luglio si dovrà trovare un’intesa in seno al Consiglio di sicurezza per mantenere aperto l’ultimo valico di frontiera che dalla Turchia permette l’accesso agli aiuti umanitari diretti ai siriani. Già due anni fa, Cina e Russia sono riuscite a fare chiudere due valichi – quelli di Bab al Salam e di al Yarubiyah – lasciandone aperto uno solo a Bab al Hawa. Tutti gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite diretti a più di 4 milioni di siriani – il 70 per cento dei quali è costituito da sfollati e l’80 per cento da donne e bambini – passano da quest’unica via d’accesso. Paulo Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Siria, ha detto che il fatto stesso che una questione del genere, da cui dipende la vita di milioni di persone, dopo 11 anni di guerra e con una crisi alimentare senza precedenti debba essere messa ai voti per approvare una risoluzione è “un abominio morale”. 

 

  

Da Bab al Hawa arriva di tutto: cibo, medicine, vaccini. Consegne che già nell’ultimo anno sono diminuite drasticamente, un po’ perché i gruppi armati usano gli aiuti umanitari come moneta di scambio, bloccandoli per alcuni villaggi e facilitandoli per altri, un po’ per  l’opposizione di Mosca e Pechino, che invece dicono che serve il permesso del regime per fare entrare i camion dell’Onu in Siria. “Dobbiamo trovare il consenso e arrivare a un accordo come fatto l’hanno scorso”, si è augurata l’ambasciatrice Linda Thomas-Greenfield, rappresentante americana alle Nazioni Unite. Ma secondo gli esperti, le possibilità di un’intesa con la Russia al momento sono prossime allo zero. Si spera nel ruolo di mediatore che – ancora una volta – potrebbe giocare la Turchia, che ha un interesse diretto nell’impedire un disastro umanitario a ridosso dei suoi confini. L’occidente si aspetta che nei dossier affrontati in queste settimane dai ministri degli Esteri di Turchia e Russia, Mevlüt Cavusoglu e Sergei Lavrov, rientri oltre all’Ucraina anche il capitolo degli aiuti umanitari in Siria. 

  

Ankara però ha un’agenda ben precisa in Siria e, va da sé, per nulla condivisa dagli americani. Da una parte, si sta preparando a un’operazione militare nelle aree di Tal Rifaat e Manbij contro i curdi dell’Ypg, sodali dei terroristi del Pkk. Sembra che le operazioni siano imminenti. I miliziani di Hayat Tahrir al Sham, la milizia jihadista sostenuta dai turchi e che controlla Idlib, ha condotto in questi giorni delle esercitazioni militari per farsi trovare pronta quando Ankara darà l’ordine di muoversi. Nei piani di Erdogan, l’operazione dovrà smantellare i curdi a ovest dell’Eufrate per creare una zona sicura dove rimandare indietro circa 3 milioni di profughi siriani che in questi anni si erano riversati in Turchia. E qui entra in gioco la partita interna. Con le elezioni del 2023, l’immigrazione è in cima all’agenda della campagna elettorale di Erdogan. Al ridosso del confine meridionale monta l’insofferenza nei confronti dei profughi, accusati di fornire manodopera a basso costo a spese dei turchi. Sull’urgenza di rimpatriare i siriani spingono forte i partiti nazionalisti, come il Partito della Vittoria. Erdogan si ritrova quindi a dovere rispondere a tono. La settimana scorsa il governo ha annunciato una legge dal pugno di ferro che per larghi tratti ricalca le misure restrittive già applicate da alcuni paesi europei, come Svezia e Danimarca. I siriani che lasciano il paese non potranno più tornare indietro. L’identità di chiunque lascerà la Siria per entrare in Turchia sarà controllata con molto più scrupolo e chi arriverà da Damasco sarà respinto, perché la capitale è considerata “luogo sicuro”. Inoltre, la popolazione straniera in alcuni quartieri non potrà superare la quota del 20 per cento. 

 

“Non dobbiamo dimenticarci dei siriani”, è stato l’appello rivolto dall’ambasciatrice  Thomas-Greenfield di ritorno da un recente viaggio al confine con fra Turchia e Siria. Il riferimento non è solo al disastro umanitario, ma anche alle sue implicazioni per la sicurezza. Secondo le milizie curde sostenute dagli americani, nel nord della Siria sempre più giovani si arruolano dietro alla promessa di denaro da una parte o dall’altra degli schieramenti opposti, che sia lo Stato islamico o i combattenti filo turchi di Hayat Tahrir al Sham. 

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it