(foto EPA)

Biden e il genocidio. Bisogna chiamare le cose con il loro nome per provare a vincere la guerra contro Putin

Claudio Cerasa

Nominare un pericolo è il miglior modo per capire cosa si ha di fronte: ecco perché il presidente americano ha ragione quando accusa l'autocrate russo con parole ferme

Usare le parole giuste per inquadrare l’orrore, chiamando cioè le cose con il loro nome, non avendo paura di definire assassino un assassino, non avendo timore di definire macellaio un macellaio, non avendo il terrore di definire genocidio un genocidio, è spesso il modo migliore per dimostrare di essere pronti a fare tutto ciò che è necessario per provare a trasformare le parole in fatti. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è stato accusato di aver commesso un’altra gaffe, dopo aver definito Putin, due giorni fa, “un dittatore che sta commettendo un genocidio”. “Putin – ha detto Biden – cerca di cancellare persino l’idea di essere ucraini. Lasceremo decidere agli avvocati come qualificarlo a livello internazionale, ma di sicuro è quello che sembra a me”. Evidentemente, Biden conosce bene l’articolo numero due della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre del 1948, quello che considera genocidio uno degli atti seguenti commessi con “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”.

 

Atti come l’uccisione di membri del gruppo; come lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; come il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; come il trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro. Atti che hanno portato nell’ultimo mese la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale a portare avanti dei procedimenti contro lo stesso Putin. Usare le parole giuste per inquadrare l’orrore, senza cadere nel tranello che le azioni di Putin nascano come reazione alle azioni dell’occidente, è il modo migliore per mettere a fuoco la gravità di una situazione e passare rapidamente dalle parole ai fatti. E i fatti dicono che mentre i leader europei cavillano sulle definizioni – ieri Emmanuel Macron ha suggerito a Biden di “stare attento con le parole” – gli Stati Uniti hanno annunciato di essere pronti a varare un nuovo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina pari a 750 milioni di dollari. E lo hanno annunciato nello stesso giorno in cui il segretario di stato americano, Antony Blinken, ha commentato un preoccupante rapporto presentato da Human Rights Watch, secondo il quale nel 2021 il rispetto per i diritti umani e per le norme democratiche è stato eroso ancora di più rispetto al passato (l’incarcerazione di oppositori politici nel 2021, ha detto Blinken, è diventata più comune con oltre un milione di prigionieri politici detenuti in più di 65 paesi).

Con una buona dose di ottimismo, ieri sul Point il bravissimo Nicolas Baverez ha detto che la guerra in Ucraina è “lungi dall’essere un successo per gli imperi autoritari”. Per la Russia, in effetti, la guerra si è tradotta nel fallimento della guerra lampo, nella perdita del 20 per cento delle proprie truppe militari, in una recessione che sfiora il 15 per cento del pil, nell’esilio delle élite, nella totale dipendenza dalla Cina. E anche per la stessa Cina, la cui economia è fiaccata da un rallentamento dovuto al fallimento della strategia zero Covid, l’“amicizia sconfinata” con Mosca è sempre più ad alto rischio. L’Ucraina, insiste Baverez, grazie al sostegno economico e militare dell’occidente, ha dimostrato che “è possibile resistere con successo alle aggressioni e alle violenze degli autocrati, ma a condizione che le società democratiche concordino su una risposta globale e resistano a lungo allo choc politico, economico e sociale causato dal conflitto”. Contro le autocrazie occorre dunque unità, prontezza, velocità. Occorre non chiudere gli occhi. E occorre ricordarsi che nominare un pericolo, spesso, è il modo migliore per capire cosa si ha di fronte, per comportarsi di conseguenza e per provare a rispondere con esattezza quando un esercito amico chiede armi non per resistere ma per provare a vincere la guerra.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.