Foto La Presse / Michel Euler 

Protezione e guerre

Gli europeisti scippano ai sovranisti l'egemonia sulla sicurezza

Claudio Cerasa

Lezioni da Versailles per gli utili idioti del putinismo perché più protezione uguale meno protezionismo. Meno protezionismo uguale più Europa. Più Europa uguale più libertà

Prima la Sorbona. Ora Versailles. Ma la parola d’ordine resta sempre quella. Ed è la parola intorno a cui, anche oggi, ruota il futuro dell’Europa: sicurezza. Sono passati cinque anni dallo storico discorso tenuto da Emmanuel Macron, in tempo di pace, alla Sorbona di Parigi, quando il presidente francese, pochi mesi dopo essere stato eletto, tentò di ribaltare con un ambizioso progetto politico una verità cruciale della vecchia agenda populista, sovranista e incidentalmente putiniana. All’epoca, con un certo successo, i populisti cercarono di rispondere al desiderio di protezione dei cittadini provando a scommettere sulla carta della chiusura, del nazionalismo e del protezionismo. Il ragionamento era questo: per proteggere i cittadini europei occorre tornare agli stati nazionali e ogni tentativo di sfuggire a questa dinamica espone inevitabilmente ogni paese europeo a una maggiore vulnerabilità. In cinque parole: più protezionismo uguale più protezione.

 

Cinque anni dopo, con la pandemia ancora in corso e lo scoppio di una guerra che per ragioni diverse hanno spinto gli stati sovrani a compiere una discreta scrematura delle scemenze populiste, il paradigma si è ribaltato e le parole  romantiche pronunciate cinque anni fa da Macron alla Sorbona ora hanno la possibilità di diventare grazie a tutta l’Europa qualcosa di simile alla realtà. “L’Europa che noi conosciamo – disse Macron – è troppo debole, troppo lenta, troppo inefficace, ma soltanto l’Europa può darci una capacità di azione nel mondo davanti alle grandi sfide contemporanee”. Cinque anni dopo, oggi Macron si ritrova nella reggia di Versailles, a 50 chilometri dalla Sorbona, insieme con i capi di stato e di governo dell’Unione europea per provare, in tempi non di pace, a chiudere il cerchio del sovranismo europeista giocando su tre tavoli.

 

Primo: rafforzare le capacità di difesa dell’Unione con un investimento economico finalizzato da un lato ad aumentare i nostri finanziamenti alla Nato (due per cento del pil) e dall’altro a sviluppare nel nostro continente una serie di progetti comuni in grado di dare all’Europa le capacità necessarie per difendersi da sola (vedi il programma Eurodrone). Secondo: ridurre la dipendenza europea dal gas russo attraverso una politica energetica comune in grado di compensare il deficit di approvvigionamento di alcuni stati membri (l’Italia verrà aiutata da Croazia e Spagna a stoccare il gas liquefatto che gli verrà venduto da Qatar, Giappone e Canada). Terzo: dar vita a un nuovo piano di ripresa e resilienza per tamponare a colpi di obbligazioni europee e di nuovi prestiti la crisi economica prodotta dalla guerra in Ucraina (il modello Sure utilizzato dalla Commissione per governare la disoccupazione nei mesi più duri della pandemia potrebbe diventare un modello utilizzabile anche per tamponare gli effetti derivati dalla crisi energetica).

 

Il rovesciamento del paradigma sovranista oggi, nei giorni dell’assedio a Kyiv, nei giorni della guerra della Russia, nei giorni dell’aggressione di Putin al nostro modello di democrazia liberale, non si trova dunque solo nelle posizioni imbarazzate dei vecchi utili idioti del putinismo dinanzi all’escalation del loro vecchio amato leader. Ma lo si trova in qualcosa di più importante, di più profondo, che vive all’interno di una rivoluzione culturale che improvvisamente ha investito l’Europa. L’idea, cioè, che la protezione dei cittadini europei sia legata alla promozione non del protezionismo sovranista ma del suo esatto contrario: il sovranismo europeista. Sanzioni europee per punire i nemici della libertà, sostegno europeo per proteggere i paesi europei dai costi che le sanzioni comporteranno. Contro gli elefanti della storia, meglio muoversi su tutti i fronti più da elefanti che da topolini. Chissà che non lo abbiano capito, cinque anni dopo, anche i vecchi utili idioti del putinismo. Più protezione uguale meno protezionismo. Meno protezionismo uguale più Europa. Più Europa uguale più libertà.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.