(foto Ap)

L'eroica resistenza di Zelensky è uno specchio per l'occidente in guerra con Putin

Claudio Cerasa

Il presidente ucraino con il suo esempio continua a porre ogni giorno al mondo aperto una domanda fondamentale: cosa siamo disposti a perdere per la nostra libertà? 

Uno specchio per tutti: per chi la società aperta la vuole combattere e per chi invece la vuole difendere. Lunedì prossimo, la Ronald Reagan Foundation, la storica fondazione intitolata all’ex presidente degli Stati Uniti che dal 1992 premia periodicamente personalità autrici di “importanti e durevoli contributi alla causa della libertà nel mondo”, consegnerà a distanza al presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky un premio  “per la sua coraggiosa lotta contro la tirannia e per la sua posizione indomita per la libertà e la democrazia”. Il premio, naturalmente, vale quello che vale, ma vale molto per ciò che le motivazioni della fondazione illuminano rispetto alla figura di Zelensky: “Il mondo applaude il presidente Zelensky e tutto ciò che oggi rappresenta: democrazia, libertà individuale, libertà e speranza”.

Nel giro di due settimane, Zelensky è effettivamente diventato il simbolo non solo di un paese sovrano aggredito con violenza mortale da un dittatore senza scrupoli, ma anche di tutto ciò che l’occidente non è disposto a perdere quando parla di libertà, di democrazia, di Europa, di diritto internazionale, di diritti umani e più in generale di società aperta. E’ stato grazie a Zelensky che i paesi che rappresentano il 50 per cento delle economie mondiali sono riusciti a trovare la forza per combattere con un’unità storica e sanzioni senza precedenti un paese che rappresenta il 2 per cento dell’economia mondiale. Ma più passa il tempo, più le truppe di Putin si avvicinano a Kyiv e più l’immagine epica della resistenza di Zelensky appare simile a uno specchio utile non solo a identificare la brutalità di chi attacca ma anche alcune fragilità di chi si difende. E’ così quando Zelensky chiede al Congresso americano non vie di fuga per la sua famiglia ma più aiuti, più armi letali, più aerei, più sanzioni, più missili, più sostegni, più coraggio nelle decisioni contro la Russia. Quando Zelensky si chiede “quante morti ancora ci vogliono per chiudere il nostro cielo?”. Quando Zelensky chiede di “boicottare e instaurare l’embargo sulle esportazioni del petrolio e dei prodotti petroliferi” per evitare che l’occidente continui a finanziare la guerra di Putin (cosa che ieri il cancelliere tedesco Scholz ha detto che non avverrà neppure sul gas russo, “ancora essenziale per l’Europa”).

Quando Zelensky dice che l’aiuto che il mondo deve fornire non è all’Ucraina ma è a se stesso. Quando Zelensky dice che se l’occidente non vuole fare tutto ciò che dovrebbe fare per vincere una guerra, almeno “ci aiuti a difenderci da soli”. E quando Zelensky dice frasi come quelle che ripete da giorni, “se neanche queste soluzioni sono possibili significa che anche voi volete che ci uccidano lentamente e se tutto ciò avverrà la responsabilità sarà anche vostra”. Ecco. Quando Zelensky – dopo essere diventato il simbolo di tutto ciò che va difeso a ogni costo – ci mostra a ogni ora, in streaming, in trasparenza, via Twitter, via Zoom, tutto ciò che manca all’occidente per competere ad armi pari con chi decide a colpi di bombe di riscrivere le coordinate della libertà. Quando succede tutto questo viene naturale porsi alcune domande. Fino a che punto siamo disposti a tutto pur di difendere la nostra libertà? Fino a che punto siamo pronti a difendere la nostra democrazia? Fino a che punto siamo disposti a sacrificare il nostro benessere per difenderci dai dittatori? Fino a che punto possiamo spingerci, in una guerra, a combattere senza utilizzare le stesse armi dei nostri aggressori? E qual è, come dice Zelensky, “la differenza tra un civile ucciso a Kharkiv o uno ucciso ad Amburgo?”. Ronald Reagan, come ha scritto Maureen Dowd domenica scorsa sul New York Times, ha contribuito a sollevare la cortina di ferro. Zelensky sta facendo del suo meglio per evitare di sbatterci tutti di nuovo sopra. Mostrandoci però in modo spietato non solo chi vogliamo combattere a tutti i costi, ma anche a cosa non siamo disposti a rinunciare per difendere la nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.