editoriali

Facebook squalifica Trump

redazione

Per due anni. I social riflettono sulla violenza dei trumpiani, la politica no

Il comitato indipendente incaricato da Facebook di decidere per quanto tempo l’ex presidente Trump deve restare fuori dalla piattaforma ha annunciato la pena: due anni, a decorrere dal gennaio 2021, che è il mese dell’assalto al Congresso da parte di una folla inferocita che voleva impiccare il vicepresidente di Trump, Mike Pence, e i democratici perché era convinta che stessero rubando le elezioni. La folla era formata da un assortimento di esagitati che avevano in comune una cosa: erano stati convinti dell’esistenza di questo complotto dai social.

 

Due anni di sospensione vuol dire che Trump torna nel 2023, in tempo per la prossima campagna presidenziale – sempre che non abbia guai giudiziari (o forse proprio per quello). Attenzione però: spiega Nick Clegg, vicepresidente degli Affari globali di Facebook, che fra due anni “valuteremo di nuovo il rischio per la sicurezza pubblica e se le condizioni lo richiedono estenderemo le restrizioni”. Se Trump violerà di nuovo le condizioni ci saranno nuove pene fino alla sospensione permanente (come ha già fatto Twitter). Interessante no?

 

Un rappresentante ufficiale di Facebook parla della piattaforma come se stesse parlando di sostanze radioattive. “Se c’è un rischio per la sicurezza pubblica”, tocca spegnere tutto di nuovo. Trump, che tre giorni fa ha deciso di chiudere il suo nuovo sito perché attirava troppo pochi visitatori e la cosa lo deprimeva, l’ha presa con il consueto garbo: “E’ un insulto a 75 milioni di persone che hanno votato per me alle elezioni truccate del 2020”.

 

Ma il dibattito interno a Facebook, per quanto cruciale, non può essere l’unica reazione contro le violenze senza precedenti del 6 gennaio: il Congresso  non vuole istituire una commissione d’inchiesta sull’assalto al Campidoglio e i repubblicani cacciano via i pochi che tentano di resistere alla balla pericolosissima delle elezioni truccate. L’impressione è che si tenda a normalizzare un fatto che non può essere normalizzato. Non si può delegare a Facebook il futuro dell’America (e quindi anche il nostro).

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