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Che caos, i repubblicani. L'ultimo Bush in politica sta con Trump

Luciana Grosso

In Texas, il grande dilemma degli elettori gop alle urne: meglio un Bush di cui non sappiamo se fidarci fino in fondo ma benedetto da Trump, o meglio un trumpiano certificato che però non ha l’appoggio di Trump?

Chi si rivede: un Bush in politica. Questa volta si tratta di George P. Bush, da non confondere con George H. (presidente dal 1988 e il 1992) e George W. (presidente tra il 2000 e il 2008). Lui, George P., è figlio di Jeb (ex governatore della Florida ed ex candidato concorrente di Donald Trump alle primarie repubblicane del 2016). Ma al di là delle curiosità anagrafiche, le cose da sapere di lui sono altre. Per esempio che George P. è l’ultimo rimasto in politica dei Bush (una delle più importanti e prestigiose dinastie repubblicane di sempre) e che, soprattutto, è l’unico della famiglia ad aver appoggiato e ad essere appoggiato da Donald Trump (che addirittura lo chiama “My Bush”).

 

La vicinanza tra Trump e George P. Bush è diventata più rilevante e conosciuta da alcune settimane, ancor più ora che Bush ha annunciato la sua candidatura alle primarie per scegliere il candidato repubblicano alla corsa per procuratore generale del Texas, una piccola elezione locale che, se non ci fosse il fantasma di Trump in ballo, non interesserebbe altri che i texani. Nel suo discorso, Bush ha detto di voler cercare l’endorsement dell’ex presidente.

 

Il fantasma di Trump come si sa c’è e la questione è più complicata di quel che sembra: il procuratore uscente, Ken Paxton, è un supertrumpiano che però, di recente, è caduto in disgrazia a causa di alcune accuse di corruzione e ha perso l’appoggio dell’ex presidente che, invece, sembra preferirgli il giovane Bush. La cosa ha attirato l’attenzione di buona parte degli osservatori americani interessati a capire se e quanto l’appoggio di Trump, possa pesare tra gli elettori texani. Un quadro nel quale i moderati del partito, potrebbero trovarsi davanti a una scelta paradossale: votare per un candidato tutto sommato potabile, perché comunque un Bush, ma trumpiano, o per uno molto meno presentabile e coinvolto in brutte storie di corruzione, ma non più trumpiano?

 

Non solo, ma dal momento che, a questo giro, l’alfiere del trumpismo è un Bush (famiglia che i supertrumpiani detestano) anche i più destrorsi sono davanti a una scelta paradossale: meglio un Bush di cui non sappiamo se fidarci fino in fondo ma benedetto da Trump, o meglio un trumpiano certificato che però non ha l’appoggio di Trump?

 

Tutta questa faccenda, con la sua matrioska di contraddizioni e paradossi, rende bene la dimensione di quanto il Partito repubblicano, che per secoli è stato il più importante e rispettato d’America, sia sull’orlo di una crisi di nervi, e come Donald Trump nella sua furia iconoclasta e distruttrice sia riuscito a sfaldare non solo il tessuto sociale dell’America, ma anche, e forse prima ancora, quello del suo stesso partito. La questione delle primarie per il procuratore distrettuale in Texas (che, per come vanno le cose nello stato, coincidono di fatto con le elezioni vere e proprie, perché difficilmente i democratici riusciranno a toccare palla) mostra bene quanto praticamente tutto da cinque anni a questa parte ruoti attorno alla figura magnetica e allo stesso tempo respingente di Donald Trump. E il fatto che a farsi testimonial del trumpismo, questa volta, sia un Bush, nome che i repubblicani associano alla moderazione e alla blandizie del centrismo nonché alla tradizione del proprio partito, completa il quadro del cortocircuito e mette anche i più trumpiani tra gli elettori davanti al bivio tra fidarsi di quel che sanno o di quel che Trump dice, e costringe i moderati a chiedersi se un candidato corrotto (che per altro dovrebbe essere a capo della Procura) sia comunque preferibile a un trumpiano.

 

La faccenda è evidentemente complicata e, forse, ha più a che fare con l’approccio personale e psicologico che le persone hanno con la politica che con la politica stessa, ma è stata comunque definita “la guerra santa del Texas”. Jeff Roe, storico stratega repubblicano, ha dichiarato che “George P. è sia l’erede sia il protettore di una storica dinastia politica del Texas, ma è sostenuto da Trump. Questa cosa traccerà una linea nella sabbia e le persone dovranno scegliere da che parte stare”.  E a un certo punto, dovrà deciderlo anche il Partito repubblicano.
 

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