Nel dibattito tra i vice, a sconfiggere Pence non è stata Harris ma la realtà

Non bastano buona educazione e artifici retorici per difendere gli ultimi quattro anni di presidenza americana. Quanto è difficile fare la parte del poliziotto buono, se quello cattivo è Trump
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8 OCT 20
Ultimo aggiornamento: 05:37 AM
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Dicono che la prima regola di un vicepresidente sia non nuocere. Il che è vero, ma non sempre. Nel caso di Mike Pence questa notte, per esempio, la sua missione non era quella di non nuocere ma di giovare, guadagnare i voti che a Trump sono preclusi, ossia quelli dei repubblicani di centro, dei moderati, della classe media. E il vice di Trump lo ha fatto per come ha potuto. Non sappiamo ancora se con successo, in termini di voti, ma di certo con impegno.
Pence, per quasi due ore è stato abile nel recitare (probabilmente senza sforzo) la parte del poliziotto buono del ticket repubblicano. È stato bravo a mostrarsi educato, persino affettato, laddove Trump ama mostrarsi rude e irruento; è stato bravo a mostrare rispetto per l’avversaria, laddove Trump, nei dibattiti ha sempre mostrato disprezzo e scherno; è stato bravo a cercare di essere ragionevole laddove Trump ama mostrarsi muscolare e spiccio. È stato bravo a cercare di dipingere il quadriennio di Trump come un trionfo completo, da ogni punto di vista, dalla politica estera a quella economica, passando per la guerra con la Cina e l’Iran, e (sic) la gestione del Covid-19 (su cui Harris lo ha - giustamente - incalzato senza pietà).
Mike Pence, ieri sera, ce l’ha messa tutta. Forse più di Kamala Harris, che sì era al suo esordio in un palcoscenico così importante, ma aveva un compito più semplice: non doveva conquistare voti, ma solo non perderne, non doveva difendere una presidenza indifendibile e non doveva neppure mostrarsi più pacata del dovuto, visto che non stava interpretando la parte del poliziotto buono di nessun poliziotto cattivo.
Per questo, al di là di quel che scriveranno i giornali su chi ha vinto o perso il dibattito (Harris, probabilmente, ma sappiamo che non sono queste le vittorie che si contano a novembre) quel che resterà di questa ora e mezzo sarà la figura, vagamente tragica, di Mike Pence, uomo qualunque, politico di fila (è stato deputato al congresso per una decina d’anni e poi governatore dell’Indiana) e religiosissimo vicepresidente riluttante di una presidenza più grande di lui, chiamato oggi a interpretarla, difenderla e promuoverla.
Così, ieri sera, a sconfiggere Pence e tutta la sua buona educazione e pacatezza, non è stata l’abile oratrice Kamala Harris, ma la realtà.
È stata la realtà di 200 mila morti in sei mesi, non Harris, a contraddire Pence mentre diceva che il Covid è stato gestito in modo eccellente. È stata la realtà (e persino Trump stesso in un audio registrato) a smentire Pence quando diceva che la pandemia è stata gestita per tempo e con tempestività. È stata la realtà, non Harris, a ricordare a Pence che la Casa Bianca ha smantellato la Direzione di sicurezza sanitaria messa in piedi da Obama proprio per prevenire possibili pandemie. È stata la realtà (e il New York Times) a mostrare che Trump ha trovato il modo di non pagare le tasse per anni. È stata la realtà a dire che l’America oggi, ai tavoli internazionali, conta poco o niente, perché la parola del suo presidente vale poco o niente. E ancora, la realtà ha mostrato che la guerra commerciale con la Cina è stato un fallimento completo e che ha portato più perdite che guadagni, costata centinaia di migliaia di posti di lavoro (circa 300 mila, secondo le stime pre Covid) e milioni di dollari in commercio. È stata la realtà a impedire a Pence di negare la vicinanza di Trump al suprematismo bianco. Ed è stata, infine, la realtà della completa imprevedibilità di Trump a costringere Pence a non rispondere a due domande fondamentali: cosa potrebbe succedere se Trump, per ragioni di salute o di età, non fosse più in grado di governare, e cosa potrebbe succedere se, in caso di sconfitta, Trump non volesse avviare una transizione pacifica: due domande cui Pence non ha risposto perché non sapeva cosa rispondere. E la ragione per cui non lo sapeva è che, ad oggi, non lo sa nessuno.
Contro tutto questo (oltre che contro una fastidiosa mosca), più che contro Kamala Harris e la sua tagliente efficacia, ieri sera Mike Pence ha dovuto combattere, armato solo di buona educazione e artifici retorici. Armi che, come ci ha insegnato Trump stesso quattro anni fa, valgono quel che valgono. Specie se usate contro la realtà, che è come il banco: vince sempre.