La Commissione Ue è a un bivio. Se sbaglia, rischia l'irrilevanza

David Carretta

L'istituzione politica guidata da Juncker si è rivelata il contrario di quello che molti speravano: uno strumento a difesa degli interessi della Germania

Bruxelles. Chiunque sarà il prossimo presidente della Commissione europea avrà di fronte una scelta strategica: tornare a essere il guardiano del Trattato e degli interessi di tutti gli europei oppure continuare a fare gli interessi di pochi grandi stati membri piegando il diritto alle ragioni della politica, come ha fatto Jean-Claude Juncker. La “Commissione politica”, come l’aveva battezzata Juncker cinque anni fa, aveva sollevato grandi aspettative sul rilancio del progetto europeista. Alcune cose buone sono state fatte, a partire dal piano di investimenti da 400 miliardi di euro. Sulle crisi a rischio esistenziale (Grexit, rifugiati, migranti e Brexit), la Commissione ha lavorato per limitare i danni. Ma slanci europeisti non ce ne sono stati.

  

Soprattutto, la Commissione politica messa in piedi da Juncker e dal suo braccio destro Martin Selmayr si è rivelata il contrario di quello che molti speravano: uno strumento a difesa degli interessi della Germania, con un occhio attento alla Francia, qualche concessione a Spagna e Italia, e poco importa se le regole venivano violate o contraddette a danni di altri. Contrariamente a quel che afferma Giuseppe Conte nella sua lettera, la Commissione Juncker non ha anteposto la finanza o le regole alla politica. Al contrario: ha aggirato le norme Ue, mettendo a repentaglio la capacità di convivenza dei 28. “La Commissione politica è un problema. La Commissione Juncker non si considera più neutrale. Fa accordi non con i piccoli paesi, ma con i grandi”, spiega al Foglio un ambasciatore di uno stato membro. Nell’Ue “la rete di sicurezza per i piccoli paesi è lo stato di diritto. Se la Commissione diventa politica, si hanno situazioni in cui se sei grande vinci sempre. Se sei piccolo perdi, a meno che il tuo interesse non coincida con quello dei grandi”, dice l’ambasciatore. L’esempio che viene citato da molti diplomatici è quello dei migranti e la deroga a Schengen per reintrodurre le frontiere. Il limite massimo dei controlli è due anni, ma ormai ne sono passati quattro con la benedizione della Commissione.

  

La lista dei favori politici è lunga. Con l’Italia ci sono state molte forme di flessibilità (compreso l’accordo di dicembre per evitare la procedura). Alla Spagna sono state risparmiate le sanzioni finanziarie del Patto di stabilità. “Perché è la Francia”, aveva detto Juncker nel 2016 per giustificare le mancate sanzioni contro Parigi che non era ancora sotto il 3 per cento di deficit. Ma Italia, Spagna e Francia non sono più così importanti se in gioco c’è la Germania. Lo scorso luglio Juncker è volato a Washington per chiedere a Donald Trump di non imporre dazi sulle auto europee, che significa soprattutto tedesche. In valigia si è portato l’offerta di un accordo di libero scambio sui prodotti industriali di cui Emmanuel Macron non vuole sapere. Nel 2016 Selmayr aveva provocato le ire dell’Austria facendo firmare alla commissaria ai Trasporti, Violeta Bulc, un accordo che permetteva alla Germania di introdurre i bollini autostradali in pratica solo per i veicoli stranieri. “Pienamente compatibile con la legislazione Ue”, aveva detto la Commissione. Vienna è dovuta ricorrere alla Corte di giustizia, che ha bocciato l’accordo Selmayr riconoscendo che il bollino è discriminatorio e viola la libertà di circolazione di merci e servizi.

  

L’Olanda e altri nordici non si fidano più della Commissione sul Patto di stabilità e così ostacolano il bilancio della zona euro e cercano di trasferire poteri a organismi intergovernativi come il Fondo salva stati Esm. I piccoli paesi sono riluttanti ad accettare il voto a maggioranza qualificata invece dell’unanimità su questioni come l’immigrazione e Dublino. I capi di stato e di governo al Consiglio europeo si sono messi a occuparsi di piccoli dettagli. Se il prossimo presidente della Commissione non tornerà alle origini, la nomina più importante sarà quella del presidente del Consiglio europeo.

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