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Bibi, Lieberman, la leva obbligatoria e i processi. Perché Israele tornerà al voto

Impossibile formare un governo, la Knesset vota la propria dissoluzione a meno di due mesi dal voto. L’instabilità politica israeliana trasforma gli equilibri

30 Maggio 2019 alle 11:20

Bibi, Lieberman, la leva obbligatoria e i processi. Perché Israele tornerà al voto

Natanyahu (LaPresse)

È la prima volta nella storia di Israele che il paese è costretto a tornare a elezioni a causa dell’impossibilità di formare un governo. La Knesset, il Parlamento israeliano, ha votato nella notte tra mercoledì e giovedì, dopo ore di dramma politico, la propria dissoluzione dopo sette settimane soltanto dal voto di aprile. Si tornerà alle urne il 17 settembre.

  

 

Era sufficiente guardare al volto teso di Benjamin Netanyahu mentre si rivolgeva alla Knesset o inveiva davanti alle telecamere dei media locali per capire la portata della sua sconfitta. Il premier è da anni considerato un “mago” della formazione di coalizioni, un politico scaltro capace di ribaltare il risultato di un’elezione quando dato per spacciato dai sondaggi e dai rivali. L’ennesima vittoria nonostante la presenza di un avversario credibile – il blocco dei generali capitanato da Benny Gantz – era arrivata proprio poche settimane fa e avrebbe dovuto tradursi nel quarto mandato consecutivo (il quinto in totale) di uno dei primi ministri politicamente più longevi in Israele, dopo David Ben Gurion.

 

A impedirlo, però, c’è stato un uomo che ha iniziato la sua carriera politica accanto a un giovane Netanyahu ambasciatore alle Nazioni Unite negli anni Ottanta, che è stato prima suo aiuto personale, passacarte, perfino autista, e che è diventato negli anni alleato di governo, ministro. Con i suoi cinque seggi, Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beiteinu, Israele la nostra casa, in ebraico, è considerato un “kingmaker” ed è chiaro che lui voglia a tutti costi mantenere questo titolo conquistato a fatica. A impedire la formazione del governo l’impossibilità di trovare un compromesso tra il campo dell’ultra destra di Lieberman e gli alleati dei partiti religiosi. Al centro dello scontro la legge sull’esenzione della leva militare obbligatoria per gli ultra-ortodossi. “Lieberman fa parte della sinistra”, lo ha accusato furioso Bibi Netanyahu parlando alle televisioni nel mezzo della notte (dopo aver tentato il tutto per tutto chiedendo perfino appoggio all’odiata e indebolita sinistra laburista). Dalla campagna elettorale dei mesi scorsi “essere di sinistra” è l’etichetta che i politici israeliani cercano di evitare a tutti costi, diventata attraverso Netanyahu sinonimo di debolezza nel campo della sicurezza locale e regionale. Etichettare Lieberman come “di sinistra”, però, diventa difficile perfino per il “mago” Bibi: l’ex alleato si è dimesso a novembre da ministro della Difesa perché contrariato da un approccio militare definito troppo morbido nei confronti dei palestinesi di Hamas nella Striscia di Gaza, il politico propone la pena di morte per i terroristi, e vorrebbe vedere gli arabi-israeliani giurare fedeltà alla bandiera per ottenere la cittadinanza.

   

La prossima campagna elettorale di Lieberman – che ha già trovato l’approvazione della parte laica del paese e di detrattori di Netanyahu – sarà incentrata sulla questione religiosa, e la stampa israeliana si chiede già se questa volta il politico sceglierà di allearsi con il campo del principale rivale di Netanyahu, Benny Gantz (alleato con l’ex giornalista Yair Lapid, campione della laicità nel paese). L’ex generale con il suo partito Blu e Bianco ha ottenuto alle scorse elezioni 35 seggi. Per vincere dovrà lottare contro un primo ministro agguerrito che mantiene, nonostante la sconfitta della notte, alleanze capaci di dargli il maggior numero di seggi per ottenere ancora una volta dal presidente il compito di formare un governo.

 

Nell’equazione elettorale avrà un peso anche l’intricata storia giudiziaria del primo ministro Bibi. Il voto arriverà infatti soltanto due settimane prima di un'udienza sui casi di corruzione in cui è implicato Netanyahu. Sul premier pende da mesi una possibile incriminazione.

  

La drammatica svolta politica, inoltre, sta già in queste ore indebolendo la visita in Israele della squadra dell’Amministrazione Trump incaricata della stesura di un ancora misterioso piano di pace per il medio oriente: il consigliere Jared Kushner e l’inviato Jason Greenblatt. Il mese prossimo in Bahrein si terrà una conferenza economica dedicata ai palestinesi, ma l’instabilità politica in Israele trasforma già tutti gli equilibri. Per i quotidiani americani, il nuovo voto ritarderà (e forse affosserà) la discussione su un possibile piano di pace, spostandola a fine 2019, inizio 2020 quando il presidente americano Trump sarà ormai troppo impegnato nella campagna elettorale americana.

 

Per approfondire, leggi il nostro dossier

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Rolla Scolari

Scrive per il Foglio dal 2003 soprattutto di medio oriente e Nordafrica, dove ha vissuto diversi anni e continua a viaggiare. Rolla è nata a Milano da padre italiano e madre egiziana di origini libanesi. Ha studiato in Italia, Francia e al Cairo.

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