L'uomo che sussurra a Trump

Daniele Raineri

Chi è il senatore Lindsey Graham, il consigliere informale del presidente in politica estera 

New York. L’ultima domenica dell’anno il senatore repubblicano Lindsey Graham è andato a pranzo con il presidente Donald Trump e quando è uscito dalla Casa Bianca ha detto di essere più tranquillo per quel che riguarda le intenzioni dell’America in Siria. Graham ha il ruolo di consigliere molto informale di Trump a proposito delle questioni mediorientali, è l’uomo che sussurra all’orecchio del presidente – un ruolo che si è guadagnato dopo una conversione tardiva. In campagna elettorale aveva detto che non avrebbe votato per Trump perché il candidato era “unfit”, era retrogrado e xenofobo e aveva dei difetti di carattere che non lo rendevano affidabile. Dopo la vittoria, Graham si è rimangiato tutto ed è diventato un falco trumpiano. Durante la battaglia legale e d’immagine per confermare la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema il senatore ha diretto la rimonta nell’aula della commissione che nel giro di poche ore ha portato i repubblicani dalla depressione per la testimonianza toccante di Christine Blasey Ford (che accusa il giudice di stupro) al trionfo contro i democratici.

 

Dopo la decisione di Trump di ritirare “entro trenta giorni” tutti i soldati americani impegnati nella parte di Siria controllata dai curdi Graham aveva pubblicamente criticato l’annuncio con l’insulto peggiore che potesse pronunciare: la decisione è “Obama-like”, sembra una di quelle prese dal predecessore democratico del presidente. Ora dice di essere uscito molto rincuorato dall’incontro. Le truppe si preparano al ritiro, ma lo faranno in modo da assicurare che lo Stato islamico sia sconfitto in modo permanente, che l’Iran non riempia il vuoto e che i curdi abbiano la protezione che meritano gli alleati dell’America.

 

In pratica, se Graham dice il vero – e magari lo dice ma poi il presidente cambia idea – sono gli stessi punti che gli uomini dell’Amministrazione Trump avevano citato a settembre per spiegare che i soldati americani NON si sarebbero ritirati dalla Siria. Di sicuro, sconfiggere in modo permanente lo Stato islamico e tenere a bada gli iraniani sono due cose che non si ottengono mentre si abbandona il campo. Trump intanto ha cambiato registro, non dice più che lo Stato islamico è stato sconfitto e “abbiamo vinto”, ma dice che è stato sconfitto come “entità territoriale”, e aggiunge che le truppe americane si ritireranno “slowly”, con lentezza. Il termine ora è di “quattro mesi”, ma il ritiro ci sarà di sicuro perché, dice, è stato eletto per riportare i soldati a casa. Quanto durerà questa linea del presidente, e se diventerà davvero un ritiro oppure no, non è dato sapere.

 

Quando nell’aprile 2017 Trump dette l’ordine di bombardare le forze militari del presidente siriano Bashar el Assad telefonò nel cuore della notte a Graham, che gli rispose di essere “fiero del mio presidente”. E poi, conoscendo l’ego del suo interlocutore, il senatore spostò il confronto sul piano personale. Con quell’attacco chimico, disse, è come se Assad avesse detto un grosso fuck you a tutto il mondo. E tu gli hai risposto con un fuck you molto più grosso. “Quel cazzo moscio di Obama non l’avrebbe mai fatto”, commentò Trump. E Graham pensò: che colpo micidiale al modello Steve Bannon (il racconto della conversazione si trova su “Fear” di Bob Woodward, un libro pieno di dettagli).

 

Graham si riferiva al conflitto fra le due anime del Partito repubblicano in politica estera, che di recente sono state rispiegate dallo storico Walter Russell Mead sul Wall Street Journal. Da una parte ci sono i jeffersoniani, che prendono il nome dal presidente Thomas Jefferson e sono convinti che la sicurezza delle libertà americane sia tanto più solida quanto è minore il suo coinvolgimento all’estero. Vedi Bannon. I jacksoniani, da Andrew Jackson, condividono i sospetti dei jeffersoniani verso istituzioni internazionali e interventi militari umanitari, ma sono falchi verso i grandi rivali come Russia, Cina e Iran e sono favorevoli a preservare rapporti forti con gli alleati, a cominciare da Israele. Vedi Graham, che forse sta facendo cambiare idea al presidente.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)