Il mistero di “The Angel” dura da 40 anni e agita ancora Egitto e Israele

Rolla Scolari

Milano. Il 26 giugno del 2007 Ashraf Marwan cadde, o si gettò, dal balcone della sua casa londinese, affacciata su un giardino di rose a pochi metri da Piccadilly Circus. Il giorno dopo, i giornali britannici, israeliani ed egiziani parlavano di una morte misteriosa. Misteriosa in realtà è stata l’intera vita del 63enne egiziano, cui Netflix ha dedicato un film da 12 milioni di dollari, che andrà in onda per la prima volta il 14 settembre. Gli intrighi attorno alle attività del genero del rais egiziano Gamal Abdel Nasser sono degni di un romanzo di John Le Carré: per gli israeliani, è tra le spie più importanti della loro storia, l’uomo che a poche ore dalla guerra dello Yom Kippur del 1973 avrebbe avvertito i vertici dell’esercito dell’imminente attacco.

 

 

Nato nel 1944, Marwan era figlio di un generale alla testa del programma chimico militare egiziano. Genero del presidente Nasser, Marwan ha lavorato prima nel gabinetto del leader ed è poi diventato uno dei consiglieri politici del suo successore, Anwar el Sadat. Nel trailer del film, intitolato The Angel, dal nome in codice della presunta spia, Marwan, chiuso in una rossa cabina del telefono in una piovosa Londra, contatta l’ambasciata israeliana: “Sono in possesso di informazioni di interesse per i servizi segreti israeliani”. La sua storia, emersa negli anni da inchieste giornalistiche e accademiche israeliane, racconta come Marwan abbia iniziato a collaborare con il Mossad nel 1969, convincendo gli 007 nemici della sua sincerità soltanto dopo aver mostrato loro i protocolli segreti di colloqui sulla vendita di armamenti tra l’ex Urss e l’Egitto. La produzione franco-israeliana prende spunto da un libro del 2016 dell’israeliano Uri Bar-Joseph.

 

L’arrivo su Netflix di una questione che da oltre un decennio imbarazza il Cairo ha innescato un nuovo dibattito in Egitto, e riacceso i dubbi sia israeliani sia egiziani. Ashraf Marwan è stato uno degli asset di intelligence più centrali nella storia di Israele, accerchiato ai suoi confini dalle armate arabe, o un doppio agente che ha invece imbrogliato con arte gli israeliani e rafforzato gli egiziani? Un’indagine interna del Mossad ha provato che non c’è stato doppio gioco. Nel 2002, però, quando un’intervista dell’accademico israeliano Ahron Bregman al quotidiano egiziano al Ahram rivelò al mondo che Marwan – genero di un leader carismatico e centrale nella storia nazionale – era l’agente della soffiata del Kippur, l’Egitto si affrettò a rivelare alla stampa nazionale e internazionale che gli israeliani si erano sbagliati: l’uomo era in realtà una spia egiziana ben infiltrata nel Mossad, ma al soldo del Cairo. Al suo funerale, dopo quel misterioso volo dal balcone, il feretro era ricoperto dalla bandiera egiziana. La presenza alla funzione del figlio-delfino dell’allora presidente Hosni Mubarak, Gamal, e soprattutto quella dell’iconico ex capo dei servizi segreti, Omar Suleiman, volevano essere la risposta definitiva del regime alle domande sull’attività di Marwan.

 

Oggi sui social in Egitto c’è chi si chiede se un film di produzione israeliana possa diventare il resoconto definitivo di un mistero lungo quarant’anni, mentre altri temono che Netflix rischi di sollevare le ire del regime egiziano che non si fa scrupoli nel censurare social media e canali televisivi.

 

“Perché aiuti gli israeliani”, dice una voce fuori campo, nel trailer. “Perché milioni di innocenti moriranno da entrambe le parti. Ecco perché”, risponde Marwan. E’ chiaro fin dal titolo che per il regista israeliano Ariel Vromen il protagonista, interpretato dall’attore olandese di origini tunisine Marwan Kenzari, è l’eroe che ha arginato una guerra. Zvi Zamir, l’allora capo del Mossad, incontrò “l’Angelo” a Londra il 5 ottobre del 1973, poche ore prima dello scoppio di un conflitto che in Egitto è ancora conosciuto come la vittoria del 6 ottobre. Durante l’incontro, Marwan avrebbe avvertito di un attacco imminente. All’interno dell’intelligence in Israele c’è ancora però chi sostiene che, se non si fosse riposta totale fiducia soltanto nelle informazioni di un unico uomo, giudicato fondamentale per i suoi legami con gli alti vertici egiziani, l’esercito israeliano sarebbe stato in allerta molti giorni prima rispetto alla soffiata, grazie a quanto già sapevano i servizi segreti. Per alcuni, Marwan non avrebbe così reso un servizio all’esercito nemico, al contrario. Così il mistero sopravvive, nonostante Netflix.

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