L’occidente rischia di svendere alla Cina i suoi valori

Eugenio Cau

Roma. Le interferenze del Partito comunista cinese (Pcc) sugli stati che cercano di avvicinarsi all’orbita di Pechino non sono soltanto nel campo dell’economia, della diplomazia, del posizionamento strategico. Il Pcc è un organismo sempre più assertivo dal punto di vista ideologico, che cerca con insistenza di applicare ai paesi sotto la sua influenza quegli stessi meccanismi di censura e coercizione del pensiero che applica in patria da decenni. L’ultimo caso proviene dalla Spagna, dove l’Università di Salamanca, una delle più antiche del paese, ha cancellato un evento legato alla cultura di Taiwan dopo aver ricevuto una email molto minacciosa dall’ambasciata cinese in cui si diceva che l’evento avrebbe danneggiato “le buone relazioni tra l’Università e la Cina”. Taiwan è la più vivace democrazia dell’Asia orientale, ma Pechino considera l’isola come una provincia ribelle, e agisce in tutti i contesti per evitare ogni espressione dell’indipendenza taiwanese. L’evento era previsto per l’ottobre del 2017 e l’Università lo cancellò adducendo scuse fumose: nessuno avrebbe saputo di questa storia se un paio di giorni fa un docente dell’ateneo non avesse pubblicato la mail di minacce dell’ambasciata.

 

E’ uno schema rodato. Con frequenza sempre maggiore, il Pcc utilizza la propria leva economica e il prestigio internazionale della Cina per costringere alla censura le istituzioni culturali dell’occidente, o per favorire l’autocensura dei suoi membri. I casi come quello dell’Università di Salamanca sono ricorrenti in tutto l’occidente. Le università straniere che vogliono fare delle joint venture con le università cinesi devono sottoporsi a un rigido controllo ideologico, che in alcuni casi arriva anche a installare all’interno della joint venture una commissione alle dipendenze del Pcc. Il primo ateneo a stabilire questo tipo di accordi è stato l’Università di Nottingham, nel Regno Unito, che ha contribuito a fondare in Cina la University of Nottingham Ningbo China. Lo scorso luglio, il Financial Times ha rivelato che uno dei professori inglesi di questa università si è visto il contratto non rinnovato perché aveva scritto un post critico nei confronti del Pcc. Ci sono state perfino occasioni in cui gli studiosi delle università occidentali si sono rifiutati di pubblicare i loro articoli in riviste accademiche in cui erano pubblicati articoli su temi sensibili per il Pcc come Taiwan o la repressione nello Xinjiang.

 

In altri casi l’influenza del Pcc è utilizzata per esaltare il “modello cinese” davanti al pubblico occidentale, e sminuire contestualmente i valori democratici e liberali. Sono centinaia i giornali occidentali che, grazie a lucrosi accordi economici, pubblicano contenuti e inserti tradotti dai media di stato cinesi – articoli che veicolano il punto di vista del più grande sistema autoritario del mondo, presentati al pubblico senza filtro. Il soft power cinese si estende fino a casi minori, ma non meno efficaci, come la decisione del premio letterario Cesare Pavese di attribuire (la cerimonia è avvenuta la scorsa settimana) il premio per la migliore opera straniera a “Xi Jinping. Governare la Cina”, nientemeno che la raccolta dei discorsi del presidente cinese, elogiato per “i suoi nobili sentimenti, tra i quali spiccano l’attaccamento alle persone, il pensiero costantemente rivolto al popolo e la lotta nell’interesse degli altri” – chissà cosa ne avrebbe pensato Pavese. Consentire che l’ideologia autoritaria del Pcc si faccia largo in occidente è forse un peccato ancora più grave di svendere il proprio patrimonio economico. I titoli di stato si possono ricomprare, l’amore per la democrazia no.

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