Il Remain è in vantaggio nelle roccaforti laburiste. Cosa farà Corbyn?

Gregorio Sorgi

Roma. Ci sono tanti, piccoli segni che mostrano un fastidio crescente della sinistra britannica verso la strategia di Jeremy Corbyn sulla Brexit. Il mondo che gravita attorno al Partito laburista – fatto di sindacati, movimenti e associazioni, tra cui spicca Momentum, che con oltre 35 mila membri rappresenta un bacino di consensi fondamentale per Corbyn – ha fatto sentire la propria voce. Dopo mesi di silenzi e dichiarazioni a mezza bocca, gli ambienti più vicini al segretario laburista hanno pronunciato la parola tabù, ovvero People’s Vote, che significa un secondo referendum sulla Brexit. Una contraddizione esplicita della linea ufficiale del partito, che nega di volere proporre una seconda consultazione per “rispettare il verdetto degli elettori nel 2016”.

  

Ma le cose potrebbero cambiare perché, stando ai sondaggi, i cittadini britannici si stanno allontanando sempre di più dalla Brexit. Una proiezione di YouGov commissionata dalle associazioni filo-europeiste Best for Britain e Hope not Hate mostra che il Remain sarebbe in vantaggio (42 a 40) in un ipotetico secondo referendum. La tendenza pro Remain si è consolidata nelle roccaforti laburiste nel nord dell’Inghilterra e in Galles. Il 58 per cento dell’elettorato Labour è favorevole a un secondo referendum e il 64 per cento voterebbe per il Remain. Anche i giovani – la maggior parte dei quali sostengono Corbyn - sono filo europeisti: il 79 per cento voterebbe per restare nell’Ue.

  

La resistenza morbida di Corbyn verso la Brexit stona con il sentimento dominante del suo elettorato. Finora, il calcolo politico dell’opposizione è stato quello di mantenere un orientamento ambiguo, non troppo distante da quello del governo, per non perdere i voti dei laburisti che avevano votato per il Leave. Inoltre, l’euroscettico Corbyn e il suo entourage – che fin dagli Settanta si battono contro la “tirannia di Bruxelles” – non avevano voglia di una battaglia in cui non credono fino al fondo. La folta opposizione interna del leader laburista lo ha ripetutamente bersagliato per la sua opposizione giudicata troppo soft. Un altro motivo per cui Corbyn si è tenuto distante da qualunque forma di dibattito sulla Brexit, e ancora ieri, intervistato da Channel 4, si è rifiutato di dire se a suo parere il Regno Unito starà meglio o peggio fuori dall’Ue.

 

La novità è che adesso il leader laburista si sente messo in discussione anche dal fuoco amico. Il segretario generale del sindacato corbynista Unite, Manuel Cortes, lo ha sollecitato ad adottare una linea più decisa a favore della Brexit. Anche il suo uomo ombra John McDonnell gli ha consigliato di proporre un secondo referendum nel caso, molto probabile, che il governo non trovi una maggioranza in Parlamento per approvare l’accordo con l’Ue. Intanto incombe lo spettro della conferenza annuale del partito a fine settembre, dove i 13 mila delegati laburisti potrebbero contestare la linea del leader. Centocinquanta sezioni del partito e 4 mila militanti di Momentum hanno già firmato una petizione per avere un secondo referendum. Nella convention dell’anno scorso era stato proprio Momentum a evitare una mozione sulla Brexit, ma i tempi sono cambiati e potrebbe fare una scelta opposta tra pochi mesi.

  

Il sottosuolo laburista mormora sulla Brexit, ma non sarà facile fare cambiare la posizione di Corbyn. Innanzitutto perché il capo del partito difficilmente cambia idea su ciò che ha sostenuto – a torto o a ragione – per tutta la sua vita politica. Poi, rimane forte la tentazione di aspettare che il Partito conservatore anneghi nelle sue divisioni interne, senza riuscire a trovare un accordo sulla Brexit. In quel caso, i laburisti avrebbero delle buone probabilità di vincere le elezioni. Il chiodo fisso di Corbyn rimane questo: andare al voto il prima possibile, e sfruttare il sentimento anti-conservatore per conquistare subito il governo. Ma la rivolta dei suoi stessi sostenitori potrebbe rimettere tutto in discussione.

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